lunedì 23 gennaio 2012

DEMOCRASSERIE

VARENNE

Ti amiamo e ti portiamo sempre nei nostri cuori...GRANDE CAPITANO
Se penso che stanno uccidendo l'ippica italiana..........incredibile!!
Ippodromi chiusi,corse out....sono sopravvissuti per duemila anni a guerre,rivoluzioni.....ma non oggi alla stupidità umana  di un paese di pulcinella. 
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Dal 1˚gennaio tutti gli ippodromi smetteranno l’attività. A rischio 50mila  posti e una tradizione


Come se un giorno chiudessero insieme il Meazza di Milano, l’Olimpico di Roma, quello di Torino e anche tutti gli altri grandi stadi italiani, lasciando i tifosi senza calcio e le squadre senza campi di gioco.
Questa volta però non c’entrano i campioni del pallone, ma l’ippica e i cavalli da corsa.

Un tracollo generale, un dramma economico per almeno 50 mila addetti ai lavori del settore tra allenatori, guidatori, fantini, allevatori, artieri, impiegati nelle società di corse e negli ippodromi.
Ma anche il rischio concreto che in Italia scompaia per sempre un mondo pittoresco e suggestivo che ha ispirato letterati, pittori, stilisti, pittori, registi, e i cui camponi ci hanno fatto vivere emozioni indimenticabili ,contribuendo a illustrare ed esaltare il nostro Paese all’estero.

Come dimenticare campioni come Ribot o Varenne? Senza dimenticare naturalmente Lanfranco «Frankie» Dettori, considerato ancora il numero 1 fra i fantini di tutto il mondo. Non è trascorso neanche un decennio dall’ultima corsa di Varenne, settembre 2002, eppure l’ippica italiana pare precipitata nel baratro.

Anni di gestione scriteriata e di giochi politici da parte dell’Unire hanno dissestato questo settore non poco redditizio per lo Stato. L’ippica italiana pare condannata: scompare una grande tradizione,uccisa dalla stupidità.

sabato 14 gennaio 2012

BRODSKIJ A VENEZIA

Fondamenta degli incurabiliIosif Brodskij

Una delle protagoniste di questo strano libro di Brodskij, Fondamenta degli incurabili, edito da Adelphi, è la luce invernale di Venezia, “città dell’occhio”.
Qui si tratta del rapporto fra questo grande poeta esule russo e la città lagunare, acquatico regno di specchi profondi, di pizzi, di vicoli, esperienza della vista innanzitutto con i suoi palazzi su cui sfavilla questa luce quasi astratta, che vibra nel freddo decembrino come una rivelazione.
Brodskij aveva l’abitudine di soggiornare tutti i mesi di dicembre a Venezia, in vacanza, e aveva scelto proprio questo periodo perché spinto dalla particolare bellezza della città, che l’inverno rendeva ai suoi occhi ulteriormente magica. Come sempre accade con uno scrittore, la sua passione per Venezia è filtrata attraverso referenti letterari e cinematografici, il romanzo di un dimenticato autore francese dell’Ottocento, Il film di Visconti, Morte a Venezia; contatti che nel racconto di Brodskij diventano quasi presagi, come la gondola di rame posseduta dal padre, presagi di quella che negli anni sarebbe diventata una vera e propria ossessione.
La grande madeleine che legò per sempre Brodskij a Venezia è l’odore della alghe sotto zero, che gli ricordava il Baltico.

“Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore delle alghe marine sotto zero. “

Fondamenta degli incurabili è un libro attraversato da una strana forza alchemica, sarà il linguaggio meditato, orfico e onirico, sarà il tema, Venezia città misteriosa per antonomasia, è un libro che elogia la lentezza dell’inverno, dei suoi tramonti.
E’ l’acqua, l’elemento fluido che per Brodskij rispecchia il tempo, l’altra grande protagonista di questo scritto indefinibile. Acqua pericolosa, che rischia di sommergere la città, acqua che però “abbellisce il futuro” e dà alla città l’esatta dimensione della sua “funzione (…) nell’universo”.
La scrittura di Brodskij procede per slittamenti, balzi non lineari, costruendo una storia che è insieme un collage di frammenti, operando così come la memoria e affidandosi al flusso di coscienza.
Nella parte finale Brodskij girovaga come in un sogno per le vie di Venezia, si ferma a un bar, il Florian, e come in una visione gli appare Auden, il poeta, insieme ai suoi amici, che racconta una storia.
Perché questo è un testo in cui molto spesso la fantasia prende il sopravvento mescolando elementi di realtà ad altri di puro sogno. Venezia qui pare il nutrimento di un’immaginazione acquatica che come l’acqua vuole riempire tutti i vuoti, colmarli.
In questo testo assistiamo anche all’incontro di Brodskij con la vedova di Pound, scopriamo la passione dell’artista russo per la poesia di Montale, c’è anche una sorta di (non) storia d’amore con una veneziana e soprattutto vediamo come a Venezia il corpo stesso divenga veicolo dell’occhio, con la retina che fatica a intrappolare lo splendore metafisico della luce.
Tutti questi elementi la luce, l’acqua, la bellezza, il sogno, amplificano la sensazione d’ intimità con qualcosa di misterioso; vista anche attraverso i suoi leoni, le sue statue di chimere e di mostri, Venezia mostra di essere una città magica, e Brodskij replica la sua magia nello stile della sua scrittura, che celebra la nebbia, l’oscurità, l’inverno e la sua luce pallida, con estremo rigore e coerenza.

(dall'amico blogger Ettore Fobo)
- http://ettorefobo.blogspot.com/2012/01/fondamenta-degli-incurabili-iosif.html
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(stralci)


«Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.In più esiste indubbiamente una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo –ossia degli edifici veneziani –e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza”

“Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio”


“L’atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico, per essere precisi; ero entrato in quell’infinito che contemplavo dai gradini della Stazione, e ora avanzavo tra i corpi dei suoi abitanti, passavo davanti al capannello di ciclopi assopiti che ogni tanto, nell’acqua nera che li cingeva, alzavano e poi abbassavano una palpebra” 


“Nebbia vuol dire tempo per leggere… In breve, tempo per obliare se stessi, nella scia di una città che ha smesso di farsi vedere. Senza volere, obbedisci alla città, specialmente se anche tu, come lei, non hai compagnia. Non essendo nato in questa città, puoi vantarti almeno di avere in comune con lei l’invisibilità”


“La mattina questa luce si affaccia ai vetri della tua finestra, ti schiude l’occhio come fosse una conchiglia, ti chiama all’aperto e si mette a correre davanti a te strimpellando con i suoi lunghi raggi – come un ragazzino scatenato che batte il bastone contro la cancellata di un giardino o di un parco – su arcate, portici, comignoli di mattoni rossi, santi e leoni”




L’acqua è il luogo dove il tempo fisico e quello metafisico si fondono. L’elemento che rivela la profonda solitudine di ogni essere umano, la sua precarietà,.E se l’acqua è uguale al tempo, Venezia che dall’acqua è toccata, non fa altro che migliorare, abbellire il tempo, restando uguale a se stessa.
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Lo strano titolo del libro deriva da un episodio narrato dall’autore.
Durante uno dei suoi soggiorni veneziani ebbe l’occasione di far visita, insieme a un’amica, all’anziana vedova di Ezra Pound, la quale non fece, durante il loro incontro, che difendere, in blocco e con ampie argomentazioni, l’operato e le idee del marito.
Una volta usciti all’aperto i due ospiti si ritrovarono dopo pochi passi sulla Fondamenta degli Incurabili, un nome che ben si adattava alle caratteristiche della signora, incapace di muovere una critica agli errori antisemiti del consorte


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(by george)

sabato 7 gennaio 2012

LE AVVENTURE DI MADEMOISELLE - VERSO CASA (ultimo episodo)

Madeleine é da marzo dello scorso anno ospite del castello di Martignac e aspetta una risposta al suo biglietto inviato tramite Leon al suo amore di sempre,Alcibiade,tornato dalla guerra e ormai ritiratosi nelle sue terre.
Dopo numerose avventure durate tanti capitoli nella duplice veste di un giovane cavaliere Theodore e di Madeleine una inquieta fanciulla in cerca di se stessa,questo viaggio che tanto ha apppassionato i lettori sta per concludersi.
Ricorderemo con nostalgia tutta la galleria di personaggi incontrati in questo vagabondare della fantasia in un'isola che non esiste più,da Cagliostro,Casanova,Sade,Peter Pan.....alla nave del delizioso Uncino con la sua bizzarra e divertente ciurma umana ed animale.

E naturalmente un grazie a Leila che ci ha fatto sorridere,commuovere e riflettere nel corso di tanti mesi.

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Capitolo 75 - Verso casa

«Volete vedermi: perché? Io non lo desidero. Non so chi voi siate, e neppure perché vi siate presa gioco di me. L'eco delle vostre avventure è giunto fino a me, diavolo in un corpo d'adolescente che si finge emblema di purezza per farsi beffe di chi cade vittima delle sue trappole, ordite per leggerezza, per vanità, o forse per una vena di crudeltà beffarda.
Non ho che un rimpianto: avrei dovuto uccidervi, penetrarvi più a fondo con la lama nel petto, avere il coraggio d'affondarla, invece di ritrarla inorridito fuggendo...e neppure questo, comunque, avrebbe  distrutto il fantasma che mi alberga nel cuore, qualcuno che non è mai esistito se non nella mia fantasia, qualcuno a cui avete prestato il vostro bel viso e la vostra ingannevole innocenza perché tutte le mie certezze vacillassero, perché mi confrontassi  col volto nudo dell'amore...
Madeleine, poiché questo è il vostro nome, voi non sapete il male che mi avete fatto.
Avete visto in me un uomo duro, un uomo d'arme, capace di impartire ordini, di uccidere, anche, e non avete sospettato neppure quali sofferenze mi avessero portato ad essere quello che ero, né quali ferite mai rimarginate avesse risvegliato in me il vostro Théodore.
Appena adolescente, fuggito per l'ennesima volta alla sferza di un padre padrone, fu rinchiuso a studiare nel severo collegio dei Padri Gesuiti.
Ero un giovane focoso e ribelle, violento per esasperazione, superbo per eccesso di orgoglio mortificato. Non fosse stato che per un riguardo al mio genitore, che del padre generale era stato amico fin dagli anni della gioventù, sarei certo stato sbattuto fuori.
La mia volontà si temprava alla fiamma di castighi e prove di umiltà per me insopportabili, sicché ero sempre più solo, tenuto a distanza dai miei stessi compagni, che consideravo forse a torto, ma non sempre, ipocriti e vili.
L'unico che mi mostrava stima e affetto era poco più di un bambino, un fanciullo sensibile e schivo, spesso oggetto se non proprio delle prepotenze certo di molte piccole sopraffazioni proprio per il suo carattere dolce e mite.
Anche per me, cresciuto così privo d'affetti, la sua presenza era molto cara, anche se mi sforzavo di tenerlo a distanza. Mi ero accorto infatti che questo nostro legame, per lieve che fosse, non era sfuggito agli occhi indiscreti di chi doveva tutto sorvegliare, tutto riferire.
Intendevo proteggere il mio piccolo amico dall'altrui maldicenza, nel timore che qualche commento malizioso ne turbasse l'incantevole innocenza. Di me non non mi curavo, tutt'al più sarei stato estromesso dal collegio, così palesemente inadatto a me.
Come avreste con tanta perfidia simulato voi più tardi, al piccolo Jean non sfuggì il mio raffreddamento nei suoi confronti, ed era visibile la sua sofferenza.
Si chiedeva cosa avesse mai fatto per essere esiliato dal mio cuore, e il suo sguardo addolorato me ne chiedeva in ogni istante ragione. Una sera bussò alla porta della mia camera: perché più adulto e più aggressivo degli altri, dormivo una cameretta da solo, per me privilegio e non punizione.
Faceva molto freddo, fuori era scoppiato un temporale. Jean tremava, non aveva parole per la sua audacia, sembrava solo quello che era: un bambino spaventato che si vede negare l'affetto d'un fratello maggiore, di un padre forse, benché solo una decina d'anni ci separassero.
D'impulso lo feci entrare e lo accolsi nel mio letto, asciugai le sue lacrime, gli sussurrai parole di conforto finché non si addormentò fra le mie braccia, ed io con lui.
Fu così che ci sorpresero. Ne derivò uno scandalo immenso. Mentre io resistetti ironico e sferzante a tutte le pressioni, a tutti gli interrogatori, non fu così per Jean, che oppresso da una colpa di cui non capiva la ragione, incapace di fronteggiare le conseguenze di un peccato di cui non conosceva neppure l'esistenza, scelse la libertà.
Potete immaginare come. Io raccolsi il suo ultimo sguardo, prima che si velasse , le palpebre socchiuse come quello di un bambino dormiente.
Non ci fu bisogno di scacciarmi dal collegio, me ne andai io, ad ammazzare per mestiere, con la volontà di farlo, perché nella mia mente, con la mia sciocca leggerezza, ero stato io responsabile di quella morte. Ma, davanti a Dio, potevo ben dirmi che solo un affetto purissimo, uno slancio sincero, un impulso protettivo mi avevano spinto verso quel fanciullo.
Voi, Madeleine, col costro gioco crudele, avete messo in dubbio tutto questo.
Innamorato di voi in veste di Théodore, ho messo in dubbio perfino i miei sentimenti per Jean, chiedendomi se non avessi inconsciamente nutrito per lui un sentimento ambiguo, favorendo poi involontariamente delle conseguenze che avrei potuto evitare se , responsabilmente, mi fossi rifiutato di corrispondere a un sentimento che sì, dunque davvero poteva essere d'attrazione, e non del tipo più innocente...
Cosa volete ancora da me? Non vi siete divertita abbastanza? O forse non riuscite ad accontentarvi di quel bacio che certo per voi fu un episodio senza importanza, la prima mossa d'una seduzione rimasta incompleta, e che a me sconvolse la vita? Io non vi amo, Madeleine, non vi disprezzo, come meritereste, e neppure vi odio. Vi compiango. Addio».


Giravo tra le mani la lettera sopraffatta da un senso di pena e di tristezza infiniti. Quanto male avevo fatto a colui che credevo di amare...
Per quali misteriose ragioni il mio cuore lo aveva scelto e conservato nel suo segreto, mentre il mio corpo si concedeva le varie avventure? Ero stata guidata dal desiderio di conoscere gli uomini, di misurarmi col mio stesso desiderio e con quello altrui...
Si chiede agli uccelli migratori per quale misterioso segnale partono tutti insieme per una meta  tanto misteriosa quanto ineluttabile? Non posso dire altro che ho assecondato un istinto tanto forte quanto un imperativo che la mia stessa natura esigeva: volevo conoscere l'altra metà del cielo, con la libertà di un uomo. Perché se fossi stata davvero Théodore anche nel corpo, questa cavalcata attraverso paesi e castelli, ma anche letti altrui sarebbe stata considerata normale, anzi perfino necessaria prima di approdare alla mia meta definitiva, l'amore di qualcuno destinato ad essermi compagno della vita e non di una notte.
 Ora la mia avventura è finita: sento di essere ugualmente Théodore e Madeleine, e non ho più nulla da sperimentare, niente da provare, se non cercare di ricomporre con un altro corpo questa unità perfetta, ma soprattutto con un'altra anima, che mi somigli, che mi comprenda.
Lascio il mio rifugio, questo castello dove sono protetta e amata, sia pure nelle vesti di un giovane poco più grande dei fanciulli di cui si prende cura; sarà un distacco doloroso, ma necessario.
Cosa ti dirò, Alcibiade?
Mi lascerai fuori, nella neve, come una penitente, davanti al portone del tuo castello chiuso?
Scorticherò le nocche delle mie mani gelate picchiando disperata mentre nulla intorno a me si muove, solo il volo nero dei corvi sulla distesa bianca che mi circonda?
Accoglimi, amor mio. Accoglimi e proteggimi sotto il tuo mantello, prima che il mio nemico misterioso non manchi più il bersaglio, prima che l'amore non mi scaldi più, che diventi una teoria di facce e di corpi che si sovrappongono prima di confondersi e svanire nella mia mente, prima che il rimpianto di avere perso con te la mia grande, unica occasione geli per sempre la mia gioia di vivere...
Accoglimi come apristi la porta a un bambino disperato che chiedeva il conforto delle tue braccia.
Non giudicarmi: non sono la creatura incontaminata e innocente che avresti voluto, eppure, credimi, ho conservato un cuore puro e quello spirito libero che tu stesso hai sempre ammirato e difeso.
Anch'io ti proteggerò con il mio amore e con la spada, se sarà necessario: non potrò proteggerti dal male che ti farò per il solo fatto che mi amerai, disperatamente e tuo malgrado talvolta, proprio come accadrà a me.
Se avessi ricevuto la tua lettera appena un anno fa mi sarei dichiarata sconfitta.
Ora leggo tra le righe la tua enorme solitudine e il tuo dolore.
La tua lettera che non ammette d'amarmi, ma di odiarmi neppure, la tua lettera che mi ritiene indegna perfino del tuo disprezzo, che dice di compiangermi, mi grida il tuo amore.
Non chiederti perché ti sia toccata io in sorte dal destino: io che sono Madeleine e insieme Théodore, ugualmente sinceri e veri tutti e due, io che mai ho cercato d'ingannarti, io che come te sono partita per combattere la mia guerra e che sto tornando da te.
Non chiuderai le porte del castello, e neppure quelle delle tuo cuore. I miei occhi non si veleranno socchiusi come quelli di un bambino addormentato, e nessuno mi strapperà più a te.
Questa volta riuscirai a salvarmi, e anche io salverò te.
La guerra è finita.

 Oscilla nell'azzurro la bella nave corsara, forse la nave galleggia sul mare, forse vola, come Peter Pan. Si sente portato dal vento l'eco delle risate, della musica, l'abbaiare di un cane, la voce roca di un pappagallo. Un uomo  bello, col viso duro e una cicatrice sul petto stringe tra le braccia una  giovane donna che lo bacia appassionatamente.
Si gira nella vastità del letto una donna che somiglia alla giovane del sogno, e un poco alla volta si disegnano nella penombra della stanza i contorni della realtà.
Ieri sera è stato l'ultimo giorno di Carnevale.
Addormentadosi, ha pensato, sentendo la gente ridere per strada, che si sarebbe voluta travestire come la protagonista del libro che stava leggendo, e che è scivolato per terra: Mademoiselle de Maupin.

 (by Leila)

martedì 3 gennaio 2012

EDWARD HOPPER

Hopper,pittore del vasto campo dell’ordinaria esperienza umana ,una sorta di waste land, di “terra desolata",dramma dell’esistere e della sua insignificanza.
Parole come “vuoto”, “solitudine”, “abbandono”, “estraneità”, “separazione” ricorrono spesso nei commenti ai quadri di Hopper,.
Certo,sono sensazioni che colpiscono  chi osserva le sue tele, ma in realtà in tutta l'opera di Hopper, la posta in gioco è ben più alta, i significati sono più profondi,toccano l'essere più autentico dell'uomo moderno.
Uno degli aspetti più ricorrenti è il senso di una profonda e assorta aspettativa.
“Che cosa avverrà dopo?” sembra essere la domanda che ci si pone davanti a molte sue opere. .
“È come se fossimo spettatori di un evento cui non siamo in grado di dare un nome. Sentiamo la presenza di ciò che è nascosto, di ciò che senza dubbio esiste ma non viene rivelato”, ha scritto il poeta Mark Strand.
Lo sguardo dell’osservatore, che assume i tratti del testimone di un evento che non si è ancora compiuto.
L' Attesa é il sentimento predominante.
Qualcosa deve succedere,ma non si sa cosa.Tutto é sospeso in un attimo senza tempo.



In questo Woman in the sun,ci chiediamo che sta guardando la donna,che ha fatto prima e che farà dopo....
Idem per il successivo Morning sun,é l'attesa di qualcosa che non accadrà mai e che resterà per sempre un mistero


Quadri non concepibili senza l’osservatore e la cui interpretazione è in linea di principio parte dell’oggetto da interpretare.Hopper ci fa diventare dei voyeurs



"Osservate i nostri due protagonisti,sono giovani,belli; lei appoggiata al muretto di fronte a quello che dovrebbe essere un motel,lui quasi seduto,però una gamba poggia a terra.La posizione suggerisce movimento,si sta sedendo o se ne sta andando.Discutono,guardate le facce pensose,rabbuiate....forse semplicemente sottoposte ad una forte tensione interna.
Questi non sono solo due che son venuti in un motel per andare a letto,c'è una storia tra loro,che finisce o sta per iniziare.Provate ad immaginare quello che si dicono..."

“Tutto quello che avrei sempre voluto fare era dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.
Sono dipinti giocati sui soli rapporti di luce, spazio e forme essenziali e geometriche, dove la luce è l’unica protagonista di una stanza vuota.



La luce crea la struttura della realtà e permette all’artista di manifestare la sua visione del mondo,è la luce fresca, quasi ancora aurorale, capace di restituire alle cose la loro integrità originaria.
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Hopper ha intuito che il mistero più grande non è presente in ciò che è misterioso, ma nella realtà ordinaria, in ciò che apparentemente è lontano dal misteroHa sacralizzato i momenti di banale disattenzione della vita di ogni giorno.



Qualcuno ha detto che la luce è ciò che salva l’opera di Hopper dal nichilismo:  essa offre la possibilità di redenzione, un raggio di speranza nella dura realtà del quotidiano.
A me pare un'interpretazione forzata,non vedo nessuna operazione salvifica nella sua opera,nè nelle sue intenzioni.
Le sue immagini non sono “vedute”, ma “visioni”. Il loro significato non è di ordine psicologico o sociologico, ma ontologico, tocca le corde fondamentali della vita umana.


Nighthawk

Inconsciamente, forse, ho dipinto la solitudine di una grande città, affermava, ma era sedotto, in realtà, da quel magico gioco di colori e di piani sotto la fredda luce artificiale che inonda il locale. Gli individui sono presenti nel dipinto in quanto semplice materia immersa nell’ombra e nella luce. Al suo apparire, il quadro ispirò diversi poeti americani, innamoratisi di quella poesia del silenzio.

Room in New York

L’assenza di comunicazione e la mancanza di azione tra i due personaggi creano un senso di astratta solitudine e di sospensione silenziosa, accresciute dal contrasto luministico tra il buio dell’esterno e la luce artificiale della stanza e dall’essenza geometrica e fredda della scena. Si intuisce che la pittura di Hopper è interessata alla vita di ogni giorno, all’esistenza dei singoli esseri, alle loro storie,all’universale fragilità degli individui ,alla loro perenne incomunicabilità.


Sembra quasi che l’individualismo in cui ci siamo cacciati non ci releghi ad altro che al ruolo di voyeur da dietro una tenda o da un buco della serratura, come se, anche quando fossimo animati dalla buona intenzione di capire l’altro, tutte le nostre attenzioni venissero sistematicamente frustrate,come  non rimanesse nulla se non un grande senso di vuoto e la sensazione di aver vissuto la vita da attore su un palcoscenico del teatro del mondo.


Diceva Nietzsche che l'arte nasce dall'unione du due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà.
Hopper è questo.
Realismo di un'america  contemporanea e non letteraria e l'irrealtà delle sue immagini....una città deserta,disabitata,assenza di atti,pochi attori senza copioni,un'atmosfera metafisica che stacca le immagini dal presente.Hopper dipinge un'ora eterna,oltre il tempo,gli oggetti più semplici e ovii diventano segni misteriosi.







House by the railroad

Questa famosa opera del 1925,  fu il primo quadro di Hopper a entrare al Museum of Modern Art di New York. È stato considerato, inoltre, un manifesto della poetica del pittore “per quelle luci intense, tagliate da ombre nettissime, tanto sperimentate nelle incisioni; per quell’edificio solitario e misterioso, unica presenza, ma neppure in primo piano; per quella possibilità di una vita all’interno che si presume solo da qualche persiana alzata; per quella sospensione del tempo che esclude ogni possibilità di azione, eppure è denso di vita”, come scrive Orietta Rossi Pinelli.
Come è noto, tra l’altro, questa solitaria casa vittoriana fu di ispirazione per quella protagonista del celebre film Psycho, girato nel 1960 dal regista inglese Alfred Hitchcock, maestro del thrilling e amico di Hopper.



Estratti dai saggi in catalogo della mostra di Roma-Milano del  2010

«C'è l'occhio che guarda dall'esterno dentro le stanze i bar gli uffici, come da cinematografiche gru o da carrelli immobilizzati al punto giusto, il punto geometrico che solo l'intuito del regista sa fissare (si vede il regista, dicevano i grandi registi hollywoodiani, da dove piazza la macchina da presa), ed è qui che l'occhio della macchina diventa quello dello spettatore. È quest'occhio a dare il massimo valore al rapporto tra i personaggi e l'ambiente. Il regista Hopper interviene a collocare i personaggi e a decidere il posto della macchina e il suo movimento, ma Hopper è anche il fotografo che ha messo le luci e ne ha deciso l'intensità, è lo scenografo che ha disposto gli oggetti, che ha ordinato i volumi.
Il ciak è un'immagine fissa, in cui i personaggi – sempre pochi, quasi sempre silenziosi – da dentro guardano verso il fuori, verso la natura e verso la civiltà e la "cultura"…
 L'occhio educato e controllato e per loro invisibile li guarda da una rispettosa distanza, molto spesso da fuori (oltre le vetrate e le finestre che li separano dal mondo), e spesso, molto spesso, sono loro a guardar fuori, ma mai "in macchina" come nella ritrattistica classica, nelle foto "in posa".
Cosa stanno aspettando, pazienti e in verità poco ansiosi? Forse, anche loro, un Godot?
Certamente non un'apocalisse, un evento sorprendente, una novità dirompente, forse, più semplicemente, aspettano pazientemente qualcosa, magari una cosa da nulla, ma chissà, che coroni la loro vita da nulla, e tuttavia una vita. Che dia un senso a una vita.
Hopper guarda i suoi personaggi e li vede che guardano fuori. La sua è un'impresa oggettiva. E questo ci rimanda ad altri richiami, ad altre influenze. Negli anni sessanta, si parlò assiduamente di nuova soggettività (le nouvelles vagues) ma anche di nuova oggettività. E se ci fu un autore cinematografico che in qualche modo dialogò con Hopper fu proprio il nostro Antonioni, il cui cinema è anzitutto immagine ed è in rapporto fortissimo con la pittura, con la fotografia, più di ogni altro cinema d'allora.
(dal saggio di Goffredo Fofi)




«Per intenderlo non bastano le categorie della pittura tradizionale, neppure il facile richiamo al realismo. Esso infatti si accompagna piuttosto alla solitudine che a un'analisi sociale. Ma oltre il realismo non c'è il surrealismo alla Magritte e neppure la fascinosa ricerca delle avanguardie con il loro linguaggio sperimentale e trasversale. Per intendere Hopper è necessario riferirsi alla fotografia e al cinema.
Ogni dipinto è come un fotogramma o un trailer di un film che non vedremo, di cui abbiamo situazioni, elementi, protagonisti, senza apparente significato ma a cui dovremmo attribuire significato, immaginando le storie dei personaggi che non le raccontano, ma le lasciano intuire. La vita, le vite».
(dal saggio di Vittorio Sgarbi)





«Edward Hopper viene considerato la quintessenza dell'artista americano. I suoi paesaggi rurali e urbani popolati da personaggi isolati danno una visione della vita americana moderna fondamentalmente frammentaria e sfuggente, dove senso di nostalgia, distanza emotiva e quieta solitudine prendono il posto dei moderni paradigmi di slancio e progresso. I suoi dipinti più rappresentativi descrivono scene di vita comune che evocano nello spettatore ricordi e spunti per immaginare molteplici storie, senza però offrire una lettura definitiva o leggibile. La capacità di riuscire a mantenere sempre quella tensione nelle sue opere dipende in parte dal magnifico uso della luce. Come ha osservato il fotografo contemporaneo Robert Adams: "Tra i pittori americani, chi altro riesce a rendere la caduta della luce così importante e centrale per il senso di isolamento americano e per quello che un tempo era il senso della tranquilla vita americana?".
Nell'arte di Hopper la luce funge da scintilla sensoriale che fa ricordare cose viste ma dimenticate, che suggerisce e al tempo stesso nega il racconto, ritagliando uno spazio fisico e psicologico fra gli individui».
(dal saggio di Sasha Nicholas)





Nei suoi quadri, il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone.
Le figure di Hopper, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: gli uomini e le donne che dipinge si trovano lì, ma al loro posto potrebbe esserci stato chiunque altro.
Pensateci, nessuno di loro fa mai niente. Qualcuno cammina, più spesso qualcuno siede al tavolo di un bar o di un bistrot o di una tavola calda aperta anche di notte. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare)





A proposito di storie hopperiane...eccone una possibile...



L’ho vista seduta nello scompartimento di un treno di ,dieci anni fa ,che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito uno stanco  paesaggio.
Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano…  lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esisteva in mente da sempre.....sarà per quello che volete voi.....ma mi innamorai di lei prima che potessi arrivare a scorgerne le gambe  La prima cosa che pensai, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensai, ma non dissi nulla.
Non la rividi più nei successivi dieci anni.


Ed oggi all’improvviso,quando lei era null’altro che una immagine che mi appariva nei momenti sognanti, entro nel caffè di questo hôtel  e la rivedo. Lei.
Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Un semplice abito che però modella la forma di un seno invitante.Ancora non vedo bene il colore dei suoi occhi. Sono entrato per caso...… non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna..sembra più anziana...forse un'amica,una zia...anche lei porta una cloche. Hanno ordinato un tè e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “Sue,suev...”. Sue che? … Magari anche lei si chiama così...che nome insulso! ...no, non può essere il suo...chissà poi perchè penso si debba  chiamare così!...invece di Alice,o Debbie,o Anne...mah...intanto sono bloccato all’ingresso del caffè.
Forse è la mia ultima occasione per fermare questa donna prima che sia troppo tardi...a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà forse sui quaranta e certo anch'io non più un fanciullo…
Ora o mai più....mi butto...mi dirigo verso il tavolo dove siedono le due donne.
Nessuno sembra fare caso a me...l’uomo del tavolo in fondo si guarda le unghie....
“Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…”
“Pardon?”
“Pure straniera...”,
“Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?”
Ho l’impressione d’essere caduto  nelle pagine d’un romanzetto rosa...dieci anni che la cerco con gli occhi e tiro fuori una frase da cliché...con lei!...si può essere più banali?
Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero.
Che dico ora? E se dalle toilettes sbucasse un marito?
E' solo un attimo,...e se sbuca un marito, chissenefrega...!

Naturalmente la storia potrebbe continuare con i due che fanno l'amore in una delle tante stanze d'albergo dipinte da Hopper.......oppure con un marito che la ignora,afflitto da altri problemi....o scocciato con lei per la corda che ha dato a quell'uomo..


.....oppure che la nostra protagonista si ritrovi sola,seduta sul letto di una misera stanza d'hotel,a pensare a quanto poteva essere con quell'uomo che il destino ha messo sul suo cammino due volte...non era nemmeno male..

...o forse altro ancora...


"Calmi, silenti, stoici, luminosi, classici".
Così lo scrittore premio Pulitzer John Updike, in un saggio del 1995, definiva i quadri di Edward Hopper.
Ma è proprio su questa apparente calma da american life, che Hopper ha costruito le sue sublimi atmosfere enigmatiche....e le loro altrettante enigmatiche e possibili storie.


L'ultimo quadro di Hopper...Two Comedians.....lui e la moglie..o tutti noi?

mercoledì 21 dicembre 2011

A PRESTO....


Amici lettori e bloggers,passate feste serene.
Ci rivediamo a gennaio.

Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui.
(Confucio)

mercoledì 30 novembre 2011

CASANOVA...FATA VIAM INVENIENT...

Un brillante articolo di Stenio Solinas in occasione della bella mostra a Parigi su Giacomo Casanova.Un ritratto appropriato di un pesonaggio troppo spesso ridotto tout court a libertino e ridicolizzato ad automa del sesso come in quel "volgare" film di Fellini che,come giustamente accenna Solinas,pare non aver colto minimamente la vera essenza dell'avventuriero e del suo secolo.
Non solo il secolo dei Montesquieu,dei Rousseau,dei Vico,dei D'Alambert ,dei Voltaire....,dei philosophes frequentatori di libertini e salonnieres che inconsapevoli o al contrario,fieramente consci della fine di un'epoca e in una sublime stanchezza di joie de vivre,allevavano in seno tra bon mots  le serpi che avrebbero per sempre distrutto il Grand Siècle,il loro mondo,l'unico degno di essere vissuto.
Ma anche il secolo di Sade,Restif de la Bretonne,del Baffo,Cagliostro,del cardinal De Bernis....di mille avventurieri e sopratutto di Venezia :130 mila abitanti,sette teatri,strade che pullulavano di stamperie e librerie,città dei balli,dei concerti,del Carnevale,di Goldoni,Tiepolo,Guardi,Vivaldi ,il Canaletto....città dell'amore,della musica e della donna..."città anfibia e umida,sesso femmiile d'd'Europa" (Apollinaire)...."tutto il su corpo é onda,tutte le sue curve e cavità sono marine" (Pirandello)....ma dove anche il popolino nel complesso vive decentemente e in ogni caso senza confronto con altri Stati...dicono città in decadenza....ce ne fossero di queste decadenze!
Città e secolo di Casanova.
Così scrive Paul Lèautaud a Diderot:

 "Mon cher maitre,quale eopoca! La fortuna che avete avuto! Epoca deliziosa,charmante,la più bella che il mondo abbia conosciuto e che si conoscerà mai! Il regno dell'esprit,dell'originalità,della fantasia.Si sapeva ridere,beffarsi,fuggire il serio,sentirsi liberi.....niente sciocchi rispetti,nessuno di quei grandi sentimenti di cui noi ci sentiamo così fieri.La patria era il luogo dove si avevano amici,dove si era amati,dove si era felici.Nessuna preoccupazione per l'avvenire,la giornata in cui si viveva era tutta la vita.....quanta voluttà,quanta chiarezza,quanta levità nelle arti,quanta varietà e pittoreco negli individui! E la facilità e la piacevolezza dei costumi,che spregio dei pregiudizi della società...e sotto questa apparenza di piacere,di caricatura,di libertinaggio,di cinismo...la generosità,le qualità del cuore unite a quelle dell' intelligenza.Quale epoca fu più libera,se libertà é coraggio delle idee e frnchezza nella vita? E poi,come si sapeva scrivere! in qual modo pronto,schietto,breve,divertito,negletto,aggressivo! Così fine e profondo insieme...ogni frase vicina all'idea,al sentimento,alla sensazione.Niente tirate,niente grandi frasi....non si pensava alla virtù,nè ad insegnare,nè a scoprire il mondo ogni momento.Si scriveva per godere,per piacere,per divertire,per comunicare notizie,raccontare aneddoti,avventure.Il talento lo si aveva senza pensarci,lo spirito senza cercarlo.Un bon mot bastava a crescere una reputazione,un libro una chiacchierata franca,semplice,ardita.....ci si sarebbe vergognati di voler essere utili,di pretendere di convincere,di cercar scrivendo altra cosa che non fose il piacer proprio e del lettore.
Mondo diverso,vivo,ardito,prodgo,impertinente,galante,indiscreto,noncurante e malizioso.
Tutto ciò, noi l'abbiamo capovolto per bene.
Quelle èpoque,Seigneur
! "  (Le thèatre de Maurice Boissard)

(george)

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Casanova,il seduttore in fuga dai luoghi comuni

Costruita intorno al manoscritto originale dell’Histoire de ma vie acquistato lo scorso anno dalla Bibliothèque Nationale de France (oltre tremila pagine sopravvissute miracolosamente a due secoli e passa di convulsioni della storia), la mostra «Casanova La passion de la liberté» (BNF-Site Mitterrand, sino al 19 febbraio) è una festa per gli occhi e una gioia per il cuore.
Ci sono i Canaletto, i Guardi, i Longhi e i Tiepolo, le «carceri» di Piranesi, i ritratti di Mengs e le cortigiane di Boucher, gli oggetti di viaggio di un instancabile viaggiatore, abiti, valige, pistole, tabacchiere, gioielli, e gli oggetti per la cura del corpo di un instancabile seduttore, ferri per i capelli, unguenti, pomate, piccola farmacia... Ci sono le carte da gioco e i giochi da tavola, gli oggetti d’arte, arte culinaria compresa, e i tessuti di lusso, di un Settecento allegro e licenzioso, le lettere d’accredito, di raccomandazione e di denuncia, le epistole sentimentali e quelle filosofiche, di un Settecento elitario e crudele. L’insieme è sontuoso, ma non perde mai di vista il soggetto intorno a cui tutto ruota: l’uomo a cui una sola vita non basta, Casanova, appunto.
Per gli italiani il rapporto con Casanova è stato a lungo conflittuale.
Ci divertiva e un po’ ci inorgogliva l’elemento erotico, ma il suo libertinismo amorale strideva in un Paese dove la Chiesa è stata potere temporale e la morale cattolica un codice infranto quanto sbandierato.
Chi provò a farne una bandiera libertaria se la vide contestare dal movimento femminista che, non avendo mai letto le sue memorie, lo riteneva un volgare stallone da monta.
Federico Fellini, che sessualmente parlando era un provinciale, le tette grosse, la masturbazione, il buco della serratura e quelle cose lì, non si distaccò da quella vulgata e nel suo Casanova cinematografico disegnò il ritratto di quello che definì «uno stronzone fascista»...
Solo con molta fatica si è cominciata ad accettare l’idea che Casanova sia stato non solo un gigante del suo tempo, dove esercitò un ruolo per nulla marginale, e un grandissimo scrittore, ma altresì una sorta di italiano ante-litteram, colto, ironico, viaggiatore, curioso, vitalista, di cui l’Ottocento delle rivendicazioni nazionali, in cui l’Italia trovò la sua realizzazione statuale, smarrì l’anima che l’aveva reso possibile.
Così il termine «avventuriero», il più giusto per definirlo, assunse un moralistico sapore di condanna, il sostantivo che nacque dal suo nome si colorò di una tinta pruriginosa, la straordinaria vita vissuta fu relegata a invenzione, megalomania senza riscontro. Fu un peccato perché, come tipo umano, Giacomo Casanova veneziano avrebbe potuto servire da modello e invece ce ne arrivò solo la sua caricatura.
In linea con la migliore revisione storica novecentesca, la mostra ci consegna invece l’immagine di chi, come ha scritto il suo più recente biografo inglese, Ian Kelly, «fu un orgoglioso intellettuale plurilingue, impegnato in molteplici carriere, che accumulò e dissipò patrimoni, fondò una lotteria di Stato, aiutò a introdurre l’oratorio nella musica francese, fu un gourmet e un abile cabalista».
Come riassumerà il conte Lanberg: «Conosco poche persone che possano eguagliarlo per cultura, intelligenza, immaginazione».
Insomma, l’aggettivo accrescitivo della sprezzante definizione felliniana merita di ricadere implacabile sulla testa di chi lo pronunciò.
Figlio di attori e figlio naturale di un nobile, Casanova cercò per tutta la vita di ritagliarsi un ruolo in una società quale quella veneziana, dai ranghi gerarchici ben definiti ed entro i quali per lui non c’era posto. Chiusa nella sua decadenza, la Serenissima combatté contro di lui una guerra di retroguardia: l’eliminazione di un corpo estraneo e non la sua intelligente assimilazione. Lo imprigionò, lo costrinse alla fuga e all’esilio, ma non riuscì a domarlo né si rese conto che così facendo intanto perdeva se stessa.
Repubblica illustre, scomparirà senza nemmeno abbozzare un gesto di difesa di fronte a un giovane generale, Napoleone, che le detta le condizioni di resa usando un tamburo militare come scrivania.
Il cavaliere di Seingalt nasce così, motu proprio di chi si crea da solo i propri titoli di nobiltà.
All’imperatore di Prussia Giuseppe II che gli dirà di disprezzare chi dà importanza ai titoli, risponderà sferzante: «E allora, che cosa dovremmo pensare di quelli che i titoli li vendono?».
Nato in una città di maschere e in maschera, dove niente è certo e ogni cosa sembra permessa, dove i codici delle relazioni umane vengono alterati nel loro ingessarsi e/o inventarsi, Casanova visse in fondo secondo questo spirito, il travestimento e la recita come una seconda natura.

È anche per questo che la capitale francese che oggi lo celebra fu il suo luogo deputato, perché «a dispetto del suo scetticismo, Parigi è e sarà sempre una città dove gli impostori avranno successo, una caratteristica che deriva dalla suprema influenza della moda».
La sua modernità, come uomo e come scrittore, è duplice.
Rispetto ai viaggiatori coevi e eurocentrici del Grand Tour si distacca non solo geograficamente, ma anche emotivamente: viaggia con nobili e poveracci, è derubato e fa «l’autostop», lo guida un’idea di esperienza e di conquista, una sorta di insoddisfazione spirituale a rimanere a lungo nello stesso posto.
Rispetto ai seduttori o agli ossessi del sesso della sua epoca o di poco posteriori, i De Sade, i Byron, la sua sensualità fa tutt’uno con il resto della sua odissea intellettuale, geografica e professionale, ed è il primo a trattarla in quest’ottica.
Nelle due camere che furono la sua ultima dimora nell’estremo nord fra Repubblica ceca e Germania, un’iscrizione in italiano sotto l’edizione del 1787 della Histoire de ma fuite de prison de la République de Venise qu’on appelle Les Plombes recita: «Marmo che in San Samuele a Venezia sostenesti i passi di Casanova vivente, testimonia oggi a Dux che per quelli che lo amano Giacomo non è mai morto».

Epitaffio felice per chi aveva scritto: «Per l’uomo pensante, niente è più caro della vita, e però il più voluttuoso è colui che esercita al meglio la difficilissima arte di farla scorrere veloce. Non perché sia più breve, ma perché il piacere ne renda insensibile il corso».

(stenio solinas)


mercoledì 23 novembre 2011

CIORAN PROFETA

Storia e utopia

Dato che l'appetito di potenza si è sparpagliato da millenni in molteplici tirannidi,piccole e grandi,che hanno infierito qua e là,sembra il momento in cui esso debba finalmente raccogliersi,concentrarsi,per culminare in una sola,espressione di questa sete che divora e ha divorato il globo,meta di tutti i nostri sogni di potere,coronamento delle nostre attese e delle nostre ambizioni.
Il gregge umano disperso sarà riunito sotto la guardia di un pastore spietato,sorta di mostro planetario dinanzi al quale le nazioni si prosterneranno,in uno stato di sgomento vicino all'estasi.
Con l'universo in ginocchio,un capitolo importante  della storia sarà concluso.
Poi comincerà lo sgretolamento del nuovo regno,e il ritorno al disordine primitivo,alla vecchia anarchia;gli odii e i vizi soffocati risorgeranno e,con essi,i tiranni minori dei cicli passati.Dopo la grande schiavitù,la schiavitù qualunque.
Ma all'uscita da una servitù immane,i sopravvissuti saranno fieri della loro vergogna e della loro paura e,vittime fuori classe,ne celebreranno il ricordo: Durer è il mio profeta.
Più contemplo la sfilata dei secoli,e più mi persuado che l'unica immagine capace di rivelarne il senso è quella dei Cavalieri Dell'Apocalisse.
I tempi avanzano solo calpestando,schiacciando le folle;i deboli scompariranno non meno dei forti,e anche questi cavalieri,meno uno.Per lui,per la sua terribile fama ,hanno patito e urlato le età.
Lo vedo crescere all'orizzonte,percepisco già i nostri gemiti,sento perfino le nostre grida.E la notte che scenderà nelle nostre ossa non vi apporterà la pace,come al Salmista,ma lo spavento.
A giudicarla dai tiranni che ha prodottto,la nostra epoca sarà stata tutto tranne che mediocre.
Per ritrovarne simili bisogna risalire al'Impero romano e allle invasioni mongoliche.
Molto più che a Stalin è a Hitler che spetta il merito di aver dato tono al nostro secolo.
Egli è importante,non tanto per se stesso quanto per quello che anuncia,abbozzo del nostro avvenire,araldo di un fosco avvento e di un'isteria cosmica,precursore di quel despota su scala continentale,che compirà l'unificazione del mondo attraverso la scienza,destinata non a liberarci ma ad asservirci.
Tutto questo un tempo lo si sapeva;un giorno lo si saprà di nuovo.
Siamo nati per esistere, non per conoscere;per esere,non per affermarci.
Il sapere,avendo irritato e stimolato il nostro appetito di potenza,ci condurrà inesorabilmente alla rovina.
La Genesi ha còlto la nostra condizione meglio di quanto non l'abbiano fatto i nostri sogni e i nostri sistemi.

(brano tratto dall'amico Luca Sciscio)