Hopper,pittore del vasto campo dell’ordinaria esperienza umana ,una sorta di waste land, di “terra desolata",dramma dell’esistere e della sua insignificanza.
Parole come “vuoto”, “solitudine”, “abbandono”, “estraneità”, “separazione” ricorrono spesso nei commenti ai quadri di Hopper,.
Certo,sono sensazioni che colpiscono chi osserva le sue tele, ma in realtà in tutta l'opera di Hopper, la posta in gioco è ben più alta, i significati sono più profondi,toccano l'essere più autentico dell'uomo moderno.
Uno degli aspetti più ricorrenti è il senso di una profonda e assorta aspettativa.
“Che cosa avverrà dopo?” sembra essere la domanda che ci si pone davanti a molte sue opere. .
“È come se fossimo spettatori di un evento cui non siamo in grado di dare un nome. Sentiamo la presenza di ciò che è nascosto, di ciò che senza dubbio esiste ma non viene rivelato”, ha scritto il poeta Mark Strand.
Lo sguardo dell’osservatore, che assume i tratti del testimone di un evento che non si è ancora compiuto.
L' Attesa é il sentimento predominante.
Qualcosa deve succedere,ma non si sa cosa.Tutto é sospeso in un attimo senza tempo.
In questo
Woman in the sun,ci chiediamo che sta guardando la donna,che ha fatto prima e che farà dopo....
Idem per il successivo
Morning sun,é l'attesa di qualcosa che non accadrà mai e che resterà per sempre un mistero
Quadri non concepibili senza l’osservatore e la cui interpretazione è in linea di principio parte dell’oggetto da interpretare.Hopper ci fa diventare dei
voyeurs
"Osservate i nostri due protagonisti,sono giovani,belli; lei appoggiata al muretto di fronte a quello che dovrebbe essere un motel,lui quasi seduto,però una gamba poggia a terra.La posizione suggerisce movimento,si sta sedendo o se ne sta andando.Discutono,guardate le facce pensose,rabbuiate....forse semplicemente sottoposte ad una forte tensione interna.
Questi non sono solo due che son venuti in un motel per andare a letto,c'è una storia tra loro,che finisce o sta per iniziare.Provate ad immaginare quello che si dicono
..."
“Tutto quello che avrei sempre voluto fare era dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.
Sono dipinti giocati sui soli rapporti di luce, spazio e forme essenziali e geometriche, dove la luce è l’unica protagonista di una stanza vuota.
La luce crea la struttura della realtà e permette all’artista di manifestare la sua visione del mondo,è la luce fresca, quasi ancora aurorale, capace di restituire alle cose la loro integrità originaria.
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Hopper ha intuito che il mistero più grande non è presente in ciò che è misterioso, ma nella realtà ordinaria, in ciò che apparentemente è lontano dal mistero.
Ha sacralizzato i momenti di banale disattenzione della vita di ogni giorno.
Qualcuno ha detto che la luce è ciò che salva l’opera di Hopper dal nichilismo: essa offre la possibilità di redenzione, un raggio di speranza nella dura realtà del quotidiano.
A me pare un'interpretazione forzata,non vedo nessuna operazione salvifica nella sua opera,nè nelle sue intenzioni.
Le sue immagini non sono “vedute”, ma “visioni”. Il loro significato non è di ordine psicologico o sociologico, ma
ontologico, tocca le corde fondamentali della vita umana.
Nighthawk
Inconsciamente, forse, ho dipinto la solitudine di una grande città, affermava, ma era sedotto, in realtà, da quel magico gioco di colori e di piani sotto la fredda luce artificiale che inonda il locale. Gli individui sono presenti nel dipinto in quanto semplice materia immersa nell’ombra e nella luce. Al suo apparire, il quadro ispirò diversi poeti americani, innamoratisi di quella poesia del silenzio.
Room in New York
L’assenza di comunicazione e la mancanza di azione tra i due personaggi creano un senso di astratta solitudine e di sospensione silenziosa, accresciute dal contrasto luministico tra il buio dell’esterno e la luce artificiale della stanza e dall’essenza geometrica e fredda della scena. Si intuisce che la pittura di Hopper è interessata alla vita di ogni giorno, all’esistenza dei singoli esseri, alle loro storie,all’universale fragilità degli individui ,alla loro perenne incomunicabilità.
Sembra quasi che l’individualismo in cui ci siamo cacciati non ci releghi ad altro che al ruolo di voyeur da dietro una tenda o da un buco della serratura, come se, anche quando fossimo animati dalla buona intenzione di capire l’altro, tutte le nostre attenzioni venissero sistematicamente frustrate,come non rimanesse nulla se non un grande senso di vuoto e la sensazione di aver vissuto la vita da attore su un palcoscenico del teatro del mondo.
Diceva Nietzsche che l'arte nasce dall'unione du due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà.
Hopper è questo.
Realismo di un'america contemporanea e non letteraria e l'irrealtà delle sue immagini....una città deserta,disabitata,assenza di atti,pochi attori senza copioni,un'atmosfera metafisica che stacca le immagini dal presente.Hopper dipinge un'ora eterna,oltre il tempo,gli oggetti più semplici e ovii diventano segni misteriosi.
House by the railroad
Questa famosa opera del 1925, fu il primo quadro di Hopper a entrare al Museum of Modern Art di New York. È stato considerato, inoltre, un manifesto della poetica del pittore
“per quelle luci intense, tagliate da ombre nettissime, tanto sperimentate nelle incisioni; per quell’edificio solitario e misterioso, unica presenza, ma neppure in primo piano; per quella possibilità di una vita all’interno che si presume solo da qualche persiana alzata; per quella sospensione del tempo che esclude ogni possibilità di azione, eppure è denso di vita”, come scrive Orietta Rossi Pinelli.
Come è noto, tra l’altro, questa solitaria casa vittoriana fu di ispirazione per quella protagonista del celebre film Psycho, girato nel 1960 dal regista inglese Alfred Hitchcock, maestro del thrilling e amico di Hopper.
Estratti dai saggi in catalogo della mostra di Roma-Milano del 2010
«C'è l'occhio che guarda dall'esterno dentro le stanze i bar gli uffici, come da cinematografiche gru o da carrelli immobilizzati al punto giusto, il punto geometrico che solo l'intuito del regista sa fissare (si vede il regista, dicevano i grandi registi hollywoodiani, da dove piazza la macchina da presa), ed è qui che l'occhio della macchina diventa quello dello spettatore. È quest'occhio a dare il massimo valore al rapporto tra i personaggi e l'ambiente. Il regista Hopper interviene a collocare i personaggi e a decidere il posto della macchina e il suo movimento, ma Hopper è anche il fotografo che ha messo le luci e ne ha deciso l'intensità, è lo scenografo che ha disposto gli oggetti, che ha ordinato i volumi.
Il ciak è un'immagine fissa, in cui i personaggi – sempre pochi, quasi sempre silenziosi – da dentro guardano verso il fuori, verso la natura e verso la civiltà e la "cultura"…
L'occhio educato e controllato e per loro invisibile li guarda da una rispettosa distanza, molto spesso da fuori (oltre le vetrate e le finestre che li separano dal mondo), e spesso, molto spesso, sono loro a guardar fuori, ma mai "in macchina" come nella ritrattistica classica, nelle foto "in posa".
Cosa stanno aspettando, pazienti e in verità poco ansiosi? Forse, anche loro, un Godot?
Certamente non un'apocalisse, un evento sorprendente, una novità dirompente, forse, più semplicemente, aspettano pazientemente qualcosa, magari una cosa da nulla, ma chissà, che coroni la loro vita da nulla, e tuttavia una vita. Che dia un senso a una vita.
Hopper guarda i suoi personaggi e li vede che guardano fuori. La sua è un'impresa oggettiva. E questo ci rimanda ad altri richiami, ad altre influenze. Negli anni sessanta, si parlò assiduamente di nuova soggettività (le nouvelles vagues) ma anche di nuova oggettività. E se ci fu un autore cinematografico che in qualche modo dialogò con Hopper fu proprio il nostro Antonioni, il cui cinema è anzitutto immagine ed è in rapporto fortissimo con la pittura, con la fotografia, più di ogni altro cinema d'allora.
(dal saggio di Goffredo Fofi)
«Per intenderlo non bastano le categorie della pittura tradizionale, neppure il facile richiamo al realismo. Esso infatti si accompagna piuttosto alla solitudine che a un'analisi sociale. Ma oltre il realismo non c'è il surrealismo alla Magritte e neppure la fascinosa ricerca delle avanguardie con il loro linguaggio sperimentale e trasversale. Per intendere Hopper è necessario riferirsi alla fotografia e al cinema.
Ogni dipinto è come un fotogramma o un trailer di un film che non vedremo, di cui abbiamo situazioni, elementi, protagonisti, senza apparente significato ma a cui dovremmo attribuire significato, immaginando le storie dei personaggi che non le raccontano, ma le lasciano intuire. La vita, le vite».
(dal saggio di Vittorio Sgarbi)
«Edward Hopper viene considerato la quintessenza dell'artista americano. I suoi paesaggi rurali e urbani popolati da personaggi isolati danno una visione della vita americana moderna fondamentalmente frammentaria e sfuggente, dove senso di nostalgia, distanza emotiva e quieta solitudine prendono il posto dei moderni paradigmi di slancio e progresso. I suoi dipinti più rappresentativi descrivono scene di vita comune che evocano nello spettatore ricordi e spunti per immaginare molteplici storie, senza però offrire una lettura definitiva o leggibile. La capacità di riuscire a mantenere sempre quella tensione nelle sue opere dipende in parte dal magnifico uso della luce. Come ha osservato il fotografo contemporaneo Robert Adams: "Tra i pittori americani, chi altro riesce a rendere la caduta della luce così importante e centrale per il senso di isolamento americano e per quello che un tempo era il senso della tranquilla vita americana?".
Nell'arte di Hopper la luce funge da scintilla sensoriale che fa ricordare cose viste ma dimenticate, che suggerisce e al tempo stesso nega il racconto, ritagliando uno spazio fisico e psicologico fra gli individui».
(dal saggio di Sasha Nicholas)
Nei suoi quadri, il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per
suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone.
Le figure di Hopper, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: gli uomini e le donne che dipinge si trovano lì, ma al loro posto potrebbe esserci stato chiunque altro.
Pensateci, nessuno di loro fa mai niente. Qualcuno cammina, più spesso qualcuno siede al tavolo di un bar o di un bistrot o di una tavola calda aperta anche di notte. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di
milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare)
A proposito di storie hopperiane...eccone una possibile...
L’ho vista seduta nello scompartimento di un treno di ,dieci anni fa ,che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito uno stanco paesaggio.
Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano… lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esisteva in mente da sempre.....sarà per quello che volete voi.....ma mi innamorai di lei prima che potessi arrivare a scorgerne le gambe La prima cosa che pensai, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensai, ma non dissi nulla.
Non la rividi più nei successivi dieci anni.
Ed oggi all’improvviso,quando lei era null’altro che una immagine che mi appariva nei momenti sognanti, entro nel caffè di questo hôtel e la rivedo. Lei.
Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Un semplice abito che però modella la forma di un seno invitante.Ancora non vedo bene il colore dei suoi occhi. Sono entrato per caso...… non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna..sembra più anziana...forse un'amica,una zia...anche lei porta una cloche. Hanno ordinato un tè e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “Sue,suev...”. Sue che? … Magari anche lei si chiama così...che nome insulso! ...no, non può essere il suo...chissà poi perchè penso si debba chiamare così!...invece di Alice,o Debbie,o Anne...mah...intanto sono bloccato all’ingresso del caffè.
Forse è la mia ultima occasione per fermare questa donna prima che sia troppo tardi...a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà forse sui quaranta e certo anch'io non più un fanciullo…
Ora o mai più....mi butto...mi dirigo verso il tavolo dove siedono le due donne.
Nessuno sembra fare caso a me...l’uomo del tavolo in fondo si guarda le unghie....
“Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…”
“Pardon?”
“Pure straniera...”,
“Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?”
Ho l’impressione d’essere caduto nelle pagine d’un romanzetto rosa...dieci anni che la cerco con gli occhi e tiro fuori una frase da cliché...con lei!...si può essere più banali?
Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero.
Che dico ora? E se dalle toilettes sbucasse un marito?
E' solo un attimo,...e se sbuca un marito, chissenefrega...
!
Naturalmente la storia potrebbe continuare con i due che fanno l'amore in una delle tante stanze d'albergo dipinte da Hopper.......oppure con un marito che la ignora,afflitto da altri problemi....o scocciato con lei per la corda che ha dato a quell'uomo..
.....oppure che la nostra protagonista si ritrovi sola,seduta sul letto di una misera stanza d'hotel,a pensare a quanto poteva essere con quell'uomo che il destino ha messo sul suo cammino due volte...non era nemmeno male..
...o forse altro ancora...
"Calmi, silenti, stoici, luminosi, classici".
Così lo scrittore premio Pulitzer John Updike, in un saggio del 1995, definiva i quadri di Edward Hopper.
Ma è proprio su questa apparente calma da american life, che Hopper ha costruito le sue sublimi atmosfere enigmatiche....e le loro altrettante enigmatiche e possibili storie.
L'ultimo quadro di Hopper...
Two Comedians.....lui e la moglie..o tutti noi?