domenica 12 dicembre 2010

UNA NOTTE,D'AUTUNNO

Ancora è come il pulsare di una lontanissima stella, eppure questa luce nascosta nell’oscurità del mio ventre illumina lo sguardo e il sorriso riflessi nello specchio. E’ una ragazza quella che vedo specchiarsi, il corpo che nulla ancora rivela ha il tratto svelto e flessuoso della giovinezza, nella stanza in penombra potrei avere vent’anni.
Ti aspetto, come sempre, e mi vedrai questa luce negli occhi , vi leggerai un segreto che aspetta solo di svelarsi nel riso, mentre mi scompigli i capelli e mi rovesci sul letto, con l’impeto giocoso che io sola conosco. M’incalzerai di domande, ridendo anche tu e immobilizzandomi per disperdermi i capelli. “Fa’ piano”, dirò, “fa’ piano...”
Ti fermerai, perplesso, con una luce di preoccupazione negli occhi: “Ma stai bene?” mi chiederai, ora serio, ed io ti rassicurerò...
Ma non conosco il viale autunnale che percorriamo a passo svelto, un viale che attraversa la campagna, forse una strada provinciale fiancheggiata da platani dove i nostri passi affondano in un tappeto di foglie rossicce, e io fatico a starti dietro.
La luce è bassa, radente, siamo nell’attimo in cui in un istante cala la sera, il rosso del cielo trascolora nel violetto, la strada è silenziosa e deserta e tu, immerso nei tuoi pensieri, mi precedi veloce senza far caso alle mie parole.
Non è questo momento di parlarti del mio segreto, non ora che tu sei distante come la prima stella che brilla nel cielo violaceo, adesso taccio e non senti le parole che la mia voce non dice, ma che il cuore ti grida. Altre cose ti chiamano altrove, e il mio frammento di luce mi sembra un pezzo di vetro. Non è questo il momento. Non adesso, non ora.
Forse ti ho perduto in questa zona della città che non conosco. Forse, potrebbe essere la vecchia piazza di Les Halles, o San Lorenzo. E’ sera, una folla festosa passeggia per strada, ci sono luci e una specie di mercato, misero quanto colorato, con una giostrina malinconica, e anche la folla adesso sembra vestita di stracci, di ritorno da qualche festa di Carnevale, o d’ultimo dell’anno, e c’è qualcosa di patetico in quel residuo d’allegria, per terra cocci e giornali che il vento solleva. Una grande chiesa, ora sconsacrata, si affaccia sulla piazza, ed è quella la mia meta.
E’ la casa dei miei. Oltre l’interno della chiesa, che è buio ma irradiato da centinaia di candele, c’è un giardino coperto, illuminato a giorno. Una splendida tavola è imbandita.
Mi sorprende il viola cupo della tovaglia damascata, e avvicinandomi mi accorgo che gli iris e le viole sono appassiti nei bei vasi, così come i piatti d’argento sono anneriti e tutto mi comunica un senso di disfacimento e di morte. Perfino i dolci coloratissimi rivelano tracce di muffa o sembrano vicini a decomporsi, sicché esco di corsa, a mani vuote, pensando che avrei voluto allestire una cena bellissima per il mio annuncio, portando le cose più belle da casa mia, e non avevo potuto prendere nulla.
Le strade, uscendo, sembravano confondersi ed io mi sentivo smarrita.
Non ricordavo il numero di telefono di casa, e neppure quello del tuo cellulare. I telefoni stessi erano fuori uso, le luci cominciavano a spegnersi e non incontravo più nessuno in quella che era ormai una corsa affannosa per ritrovare la strada della nostra casa.
Eccomi ancora nella nostra camera da letto, non una delle stanze che abbiamo avuto davvero, una che non esisteva che nel sogno, e lì, penosamente, cercavo di scriverti una lettera.
Sì, penosamente, perché non c’erano penne, e quella che avevo non scriveva, le parole poi scivolavano sulla carta, mentre era terribilmente importante che io ti dicessi prima che tu partissi quale meravigliosa cosa ci era accaduta, e se non ci fossi riuscita ti avrei dato da leggere la mia lettera, e tu ne avresti riso, come facevi davvero: “Caro Enrico”, mi dicevi leggendo, e sapevo che mi prendevi in giro affettuosamente citandomi De Amicis.
Poi lo sguardo mi cadeva su un biglietto che non avevo visto prima.
Poche righe: “Parto, ho un appuntamento che non posso rimandare...”Non ti dirò il mio segreto, e non rideremo insieme. Non mi scompiglierai i capelli e non faremo l’amore. Non festeggeremo la bella notizia, e del resto in verità non c’è niente da festeggiare.
Di questo triste sogno non resta che lo smarrimento di quelle immagini così vere di un luogo dove io torno a vagare ogni notte, e il tuo appuntamento, che davvero non potevi rimandare.


(by leila)

17 commenti:

  1. Sogni e rimpianti,condimento del già scarso piatto della vita.
    Mi piace.

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  2. Direi un sogno di una perdita che è poi anche realtà nella chiusa finale.
    Anche il segreto è un sogno?

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  3. Un sogno triste,le cose non dette,pensieri che non si incontrano,un segreto che resta un segreto,o forse un desiderio..tutto ben scritto.

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  4. Un labile confine tra sogno e realtà,tra gioia e tristezza,tra speranza e disinganno,tra finzione e verità,tra passato e presente e sopratutto il tempo che passa.
    Anche a me è piaciuto.

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  5. voglia di tenerezza,di calore umano..persi nei viali d'autunno

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  6. Dal registro comico a quello triste,leila ci ha abituato a questo turn over di sentimenti ed emozioni e sempre riuscendo nell'intento di comunicarci vere sensazioni.

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  7. il senso dominante su tutto è la perdita,sono d'accordo,in un sogno che però assomiglia molto ad una realtà concreta...

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  8. Il luogo del rimpianto? di quel che poteva essere e non è stato,forse proprio a causa di quell'appuntamento che nessuno è in grado di rimandare?
    Comunque mi è piaciuta anche questa tristezza.

    Ah,bellissima la recensione di The Road.Complimenti a lady yoko.

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  9. Bella prova,giocata sempre in bilico tra sogno e realtà,senza retorica considerando che il tema poteva facilmente scivolarvi.

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  10. Tra l'altro,molto bella la metafora "..e il mio frammento di luce mi sembra un pezzo di vetro",non si poteva render meglio il senso di sconforto.

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  11. Molta tristezza,ma molto bllo.

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  12. Nemmeno la casa dei genitori la soccorre,inghiottita dal tempo e dal disfacimento.Uno sconforto totale,mitigato alla fine,forse,dalla rassegnazione agli eventi,quasi una pace.Sogno o realtà?
    Sembra sogno...

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  13. Il non detto è sempre il peccato più grave.

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  14. ma forse sarebbe stato inutile anche dirlo..anzi,visto l'appuntamento che non si può rifiutare,forse è meglio così...

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  15. gentile Lady Yoko,
    la ringrazio per il messaggio di solidarietá e e mi cacceranno faró a meno di loro, che cosa vuole che le dica. Mademoiselle de Maupin è un bellissimo ricordo della mia primissima adolescenza. Mio padre mi aveva proibito di prenderlo dallo scaffale e io per questo lo prendevo appena potevo e mi stupivo delle sensazioni inedite che alcune delle sue pagine mi procuravano. Di fats waller mi incantó la sua passeggiata per Londra il suo blog è per me una grata scoperta.
    genseki

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  16. La ringrazio genseki,non è solo il mio blog,ma di tanti altri amici.La Maupin la dobbiamo alla ns collaboratrice Leila che,sulla falsariga dello spirito del romanzo (tutt'altro che banale,come può sembrare)ha inventato altre sue probabili avventure mischiandola anche al mondo di capitan Uncino e la sua buffa ciurma.
    E' la nostra isola che non c'è.Senza tante pretese.
    Per il resto può veder lei stesso.

    quanto ai professorini di NI,hanno la censura facile e mal sopportano altri pensieri che non sian i loro,peraltro abbastanza stantii per molti versi.Già uno di noi è stato cacciato da Lipperini,altro campione dell'ironia a perdere.
    Mah,così va il mondo.
    Saluti

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