
39 - (Madeleine e il castello del rimpianto)
L’estate all’improvviso era esplosa, e me la sentivo addosso nel cielo smaltato d’azzurro, nel trionfo di colori nei campi, nel velo leggero di sudore che m’incollava la camicia sul dorso, tanto che più d’una volta cedetti al richiamo delle acque impetuose d’un ruscello per rinfrescarmi.
Sdraiata nei pressi delle rovine abbandonate d’una chiesetta di campagna, me ne stavo ad occhi chiusi sotto l’ombra d’un fico selvatico, cullata dal ronzio delle api e dal frinire delle prime cicale d’una pineta poco lontana. Mi accade di rado d’abbandonarmi così alla consapevolezza d’esistere, sostituendo al brusio incessante dei miei pensieri il ronzare d’un moscone nella pigra calura di un pomeriggio d’estate. Avevo perfino visto una serpe guizzare negli anfratti d’un muro semidiroccato davanti a me, senza trovare la voglia e la forza d’alzarmi, come avrebbe fatto un tempo Madamigella nel suo giardino, non senza qualche strillo a metà giocoso e a metà terrorizzato. Avrebbe fatto eco a quelle grida lo stridio dei rondoni che nidificavano a pochi passi, appena sotto il tetto della grande casa di campagna dei Maupin, una costruzione a metà tra una rocca e una masseria, che tanto avevo amato.
Mi trovavo quindi in questa felice sonnolenza quando sentii un rumore di zoccoli: qualcuno si avvicinava a cavallo.
Mi alzai di scatto per raggiungere Abaste che pascolava tranquillamente in un prato alle spalle della chiesetta semidiroccata, e tenendolo saldamente per le briglie ne sbirciai attraverso una finestra bassa l’interno, dove presumibilmente era diretto il misterioso cavaliere, e da dove l’avrei visto comunque arrivare, visto che parte della facciata esterna era crollata, come del resto era caduta in parte la copertura.
Egli entrò, fermandosi un attimo controsole, a metà navata. Mi avvidi con stupore che si trattava d’una donna. Non era troppo vicina, ma mi parve giovane e molto bella.
I suoi lunghi capelli biondo rossi s’incendiavano nel sole, e con mia sorpresa procedette rapida verso il punto dove arrivando avevo visto un affresco sbiadito su un muro, alla mia sinistra, mentre lei mi stava di fronte, molto più vicina a me adesso, che mi trovavo in posizione retrocessa, seminascosta da una colonna.
Il dipinto sul muro rappresentava il Cristo con un agnello tra le braccia, e a lui si rivolse la giovane, quasi gridando:
- Cosa vuoi da me? Che cosa? Perché sono rimasta qui? A che scopo? Eppure ti ho sempre amato…E ora? Mi dicono i tuoi preti che se mi tolgo la vita sarò perduta per l’eternità, e non lo rivedrò mai più…
Cadde bocconi sull’impiantito, dove non rimaneva che qualche frammento del pavimento originale, e proruppe in un pianto di gola, aspro e ribelle, tempestando il suolo di colpi ritmici, dati coi pugni chiusi. Poi si alzò di colpo, e mentre si produceva in una riottosa genuflessione, i suoi occhi incontrarono i miei.
Sorpresa, paura, rabbia, ribellione passarono in rapida successione sul suo bel viso, mentre mormorava: - Voi…voi…
Feci rapidamente il giro della chiesa per andarle incontro, e lei era lì, immobile, ancora impietrita, e tuttavia fece un piccolo gesto come di difesa, mettendo il braccio a sbarrarle il viso, la mano capovolta che nascondeva la bocca, e mi avvidi che era scorticata, come l’altra che pendeva lungo il fianco, mentre mormorava:
- Come avete potuto…nascondervi, spiarmi…
Le spiegai che non ne avevo avuto l’intenzione, che mi ero fermato per riposarmi ( tirai fuori la solita storia dello studente ) e il pianto proveniente dalla chiesa che credevo deserta mi aveva fatto accorrere…
Mi guardò a lungo, attraverso il velo delle lacrime, e poi sussurrò:
- Sì, vi credo. Perdonate…perdonatemi voi.
Con mio grande sgomento, si afflosciò come un burattino, e feci appena in tempo a sostenerla, riuscendo a malapena ad attutire la caduta. Il punto è che non ero un giovane cavaliere, ma una donna anch’io, non molto più alta della sconosciuta che mi era svenuta tra le braccia. Mi inginocchiai accanto a lei, confortandola anche se non poteva sentirmi, scostandole i capelli dalla fronte sudata, non osando allontanarmi per prendere la fiaschetta d’acqua assicurata alla sella di Abaste; ma già la giovane riapriva gli occhi, e da come riprese conoscenza, dalla fatica e dall’orrore con cui riemerse dal nulla, capii che la sofferenza che riflettevano quelle due pozze d’infelicità era sconfinata.
Mi offrii di accompagnarla, e lei si lasciò docilmente guidare. La presi in sella tenendola davanti a me, appoggiata al mio petto, e intanto tenevo per le redini l’altro cavallo, che per fortuna era una bestia intelligente e mansueta, e si lasciò condurre senza problemi.
Dietro le poche indicazioni della mia compagna arrivammo a un castello poco lontano, che una collina mi aveva nascosto, e servi solleciti accorsero in aiuto della loro signora. Ella, una volta in piedi, mi sussurrò di non andare via, ma di accettare la sua ospitalità. Rimasi, un po’ per la stanchezza e il desiderio di dormire sotto un tetto, ma molto più per sapere come stesse la mia ospite e quale fosse la causa di tanta disperazione.
La stanza che mi fu assegnata era luminosa, piacevole. C’era ai piedi del letto un quadro d’una Madonna adolescente, che mostrava un rametto di corallo a un Bambino ridente, ed era commovente la soffusa tenerezza della sua espressione. Sul comodino una piccola Bibbia, e un rosario. Un inginocchiatoio, insieme a un cassettone, una scrivania e un letto costituivano tutto il mobilio della sobria stanza, che poi seppi essere quella ultimamente spesso occupata dalla castellana. C’era un comodino accanto al letto, e non senza stupore mi avvidi che il cassetto custodiva un cilicio di ruvida corda fitto di nodi, alcuni più scuri, laddove erano penetrati nella carne.
Rividi la mia ospite a cena, anziché nel cupo salone sottostante, in una piccola torre cui si accedeva per una scala a chiocciola, un ambiente che di giorno doveva godere di molta luce, dove certo la giovane castellana ricamava o passava comunque parte del suo tempo.
Sulle pareti erano dipinte colonne aeree, avvolte da tralci di vite, che svettavano sullo sfondo d’un cielo azzurro uguale a quello che certo s’ammirava dalle ampie finestre nelle giornate serene.Vi era allestita una piccola tavola imbandita di cibi gustosi e leggeri: dell’arrosto freddo, svariate qualità di formaggi, varie insalate. Non mancavano piccoli dolci di mandorle, e un vino dolce da dessert, che ben seguiva il vino rosato novello piacevolmente fresco che avrebbe accompagnato, insieme al pane croccante, quei semplici cibi.
- Vedete bene che ho fatto preparare cose che non renderanno necessario il viaivai dei servi, spero che non me ne vorrete, disse la giovane duchessa Marie de La Forêt Morne.
Era straordinariamente bella nel suo abito di seta verde che ne metteva in risalto la carnagione di porcellana e l’oro fiammeggiante dei capelli. Sperai con imbarazzo che tanta munificenza non fosse idealmente destinata per me. Sembrava essersi ripresa, e dopo uno o due bicchieri di vino un lieve colore rosa le ravvivava le guance. Mi rallegrai per il suo aspetto, e lei mi disse serena, scegliendo con cura cosa mettere nel piatto da quello che le porgevo:
-Eppure, sapete, credo che morirò.
La tranquilla sicurezza, la mancanza di pathos con cui lo disse mi colpirono, e la buttai sullo scherzoso:
- La vera notizia, signora, sarebbe stata il contrario di quest’affermazione: «Sapete, credo che non morirò.» Perché prima o poi la destinazione è quella…
I suoi occhi, di un bel colore d’ambra, mi fissarono seri:
- Io credo, disse, che mi capiterà qualcosa tra breve: un incidente, una malattia, qualcosa che bruscamente o lentamente mi ucciderà. La mia volontà di vivere è scemata, e dunque una via si è aperta alla morte. Dovrei sbarrarla, distruggendo i ricordi, ricominciando daccapo, cancellando la mia disperazione. Ma neppure questo coraggio mi è stato dato, anzi, non mi sono rimasti che delusione e sgomento.
- Apritemi dunque il vostro cuore, le dissi. Troverete un amico in me.
Sottolineai con forza la parola amico.
- Vedete, mi disse, io amavo mio marito. Egli era per me il più caro degli uomini, e l’unico motivo della mia vita. Me l’aveva chiesto lui del resto, sottraendomi alla vita di corte, alle amicizie, alla mia famiglia stessa. Voleva che fossi la sua isola incontaminata.
Mi aveva chiesto di fargli il dono totale di me.
Rimasi non poco sorpreso a queste parole ( tendo a parlare di me al maschile in veste di Théodore ) e lei se ne avvide.
- Vi stupite, vero? Eppure io, che sempre avevo tenuto alla mia pur scarsa libertà di fanciulla, non esitai un sol momento. E del resto, avevo desiderato tutta la vita di appartenere a qualcuno. Bruciavo di una tale mistica fiamma che un tempo mi ero chiesta nel silenzio della mia stanza se non fosse a Dio che volevo appartenere. Ah, Théodore, voi non potete comprendere! Io fui sua dal primo istante, e non v’era libertà possibile che fra le sue braccia. Gli riconoscevo ogni libertà, e lo guardavo come la Madonna bambina guarda il suo figlioletto nella vostra stanza.
-E lui vi ha abbandonata? le chiesi.
Lei tacque dolorosamente. Poi alzò uno sguardo dolcissimo su di me.
- Era così bello e perfetto che non poteva rimanere a lungo su questa terra, mi disse.
Ma io sono rimasta, purtroppo, svuotata di tutto, fuorché d’un dolore immenso. Il vuoto della sua presenza dilaga ovunque, dentro di me, e toglie luce e calore ad ogni cosa. Ve l’ho detto, sento che morirò.
- Ma voi non dovete vivere con questa ossessione. Dovete dimenticare, riprendere i fili della vostra vita…provai a dirle.
- Ah, mi capite allora! Perché nessuno sembra comprendere che altro non vorrei che cancellare di lui anche il ricordo…troppo lo amavo per tollerare la sua assenza, replicò.
Ahimé, quest’amore come un seno gonfio di latte mi duole, ma non so a chi darlo, e quello ch’era linfa vitale diventa un veleno che m’uccide.
Osservavo il suo bel viso immobile, dove scendevano lentamente le lacrime, e le presi la mano.
- Non lasciatemi sola stanotte, disse sottovoce. Sono in fondo a un pozzo, grido e nessuno mi vede, né mi sente, né viene a cercarmi. Fa freddo, e il buio mi fa paura.
- Sorridete, ora, o questi dolci squisiti prenderanno anch’essi un gusto amaro, le dissi con tenerezza. Mi conoscete appena.
- Voi ed io sappiamo che per conoscersi basta un attimo, oppure non basta l’eternità.
Poi di colpo mi parve allegra come un uccelletto, e scherzosa.
La conversazione riprese brio e tono, fin quando giunse l’ora di ritirarci, poiché la pendola batteva la mezzanotte. L’accompagnai sulla soglia della sua stanza, ed ella m’implorò:
- Entrate.
Mi trasse bruscamente dentro la stanza.
- Voglio solo dormire, disse. Restatemi accanto.
Per la mano mi condusse verso il letto. Vestita, si stese e mi pregò di fare lo stesso.
- Nessuno mi tocca, mi confidò. Io non voglio che il calore di un abbraccio. Nient’altro.
La presi fra le braccia. Piangeva. Allora la cullai, con tenerezza infinita.
Povera sorellina mia…fui tentata di rivelarmi a lei, poi pensai che l’avrebbe troppo umiliata sapere d’essersi offerta ad una donna. Le baciavo i capelli, come se fosse una bambina, e a poco a poco si placò.
- Non voglio soffrire più, disse.
- Dovete, risposi. E’ un passaggio obbligato. E’ questo il vostro cilicio, non ne servono altri di corda. Non mi userete come uno di quei nodi che vi fanno sanguinare. Vi pentireste d’esservi data ad uno sconosciuto, vi odiereste ancora di più, e Dio lo sa che non ne avete bisogno.
- Lasciate dire a me quel che mi giova o no, rispose.
- Lasciatemi agire come un gentiluomo. Non voglio trar profitto dal vostro dolore. Voi credete in Dio. Rassegnatevi alla sua volontà.
- Dio è crudele, mi disse.
- La vita è crudele. La morte è crudele. Questa è la vostra vita. Non vi resta che percorrerla, non avete scelta. Alla fine, è la vita ad avere la meglio, credetemi.
- Morirò, disse..
- E’ possibile. Ma è certo che avverrà se continuate a pensarlo. Non dovete scontare il peccato d’essere viva. In un certo senso siete morta già con lui. Quella che voi eravate per lui, con lui, non c’è più. Ora c’è un’altra voi stessa.
- La vita è orribile. Vorrei finirla qui, sussurrò.
- Guardate, dissi, indicando la finestra il cielo stellato. Migliaia di mondi, migliaia di possibilità. Ma il nulla non ha confini, è così immenso che ognuno di quei mondi è un miracolo. E tanti vorrebbero restare, ma il male li minaccia, nel corpo e nell’anima. Rimanete, anche per loro. Dimostrate che qualcuno può salvarsi. Anche per lui, che vedrebbe le conseguenze del suo pretendere il dono totale, un corpo rigido su questo letto o in fondo a un burrone. E poi, se credete in un’altra vita, dovete pensare che uccidendovi non lo rivedrete mai più.
- Ditemi che mi amate, mi chiese con una piccola voce.
Glielo dissi. Poco dopo scivolò nel sonno, ed io fuori dalla sua stanza.
Era vero, in un modo diverso da come avrebbe voluto lei, ma l’avrei portata nel cuore.
Buona fortuna, sorellina, pensai risalendo a cavallo, mentre il cielo si tingeva di perla e di rosa.
(by leila)
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Nota
- Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura. Questa è la selva "smorta" in cui si trova la castellana.
- L'uso di raffigurare Bambini con croci e rametti di corallo è frequente nella pittura siciliana,e agli Uffizi c'è una Madonna del Lorenzetti, in un trittico coi santi Nicola e Procolo, dove il Bambino che ha in braccio porta appunto al collo un rametto di corallo.
Già nell’Antica Roma aveva assunto proprietà curative e apotropaiche.
Era infatti consuetudine far indossare ai neonati dei pendenti formati da rametti di Corallo e somministrare come medicinale la polvere da essi ricavata per la prevenzione e la cura delle crisi epilettiche, degli incubi e dei dolori della dentizione.
Il significato del Corallo come amuleto specifico dell’infanzia venne conservato anche durante il Medioevo e il Rinascimento.
Lo troviamo perfino indossato dal Bambino Gesù in quadri di devozione privata, probabilmente legati alla nascita di un bimbo, come potrebbe essere stata la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca