lunedì 31 maggio 2010

LE AVVENTURE DI MADEMOISELLE - PATO





40 - (Le confidenze di Pato, alias Pappo d’Alessandria)


Mi piace guardare l’immensa distesa del mare scintillante nelle prime luci del mattino, mi piace la tiepida brezza che increspa la superficie dell’acqua, mi scompiglia le penne e fa battere le vele con un suono leggero che mi riempie il cuore di allegria. Per tutti qui sono Pato de Borracho, nome che mi sta benissimo, salvo che per Uncino.
Per lui, povera creatura, sono Pappo di Alessandria, che come tutti certamente sanno è un matematico vissuto nel terzo secolo. Il fatto è che Uncino, ignorante e frettoloso, possiede un’enciclopedia.

Come questo sia possibile non è un mistero; girano su piccole barche velocissime certi giovinastri che ti fanno mettere una croce o una firmetta per qualsiasi buon motivo, e così Uncino si trovò possessore dei 64 volumi dello Zedler, detto anche Universal-Lexicon, al posto delle 64 casse di Zeller, una pregiata marca di birra.
Credo che l’affaire-Cercueil sia stato accettato proprio per pagare le rate dei costosissimi volumi. Però Uncy, a parte le malinconie, è fondamentalmente un ottimista: tutto “torna buono”, decurta la paga di tutti con la tassa sulla cultura ( che poi misteriosamente è un suo grande pallino ) e fondamentalmente usa l’enciclopia come zavorra, anche se non perde occasione per consultarla.
Quando arrivai a bordo, si precipitò a cercare la voce ‘pappagalli’, ma si limitò a “guardare le figure”, e lesse per errore la voce successiva sottostante, Pappo d’Alessandria, al solo scopo di dire che ne possiede uno. Certo che quando si fa un bel panino gli lampeggia sulla testa un buon boccale di Zeller, e sospira. Comunque con l’aiuto dei dotti volumi spera di passare finalmente l’esame di corzaro, anche se mi lancia tutto quello che è a portata di mano quando gli strillo alle spalle: “Corsaro con la esse, caprone! “
Ma poi medita, riflette, fa tesoro di tutto, e la sera stessa lo sentite esclamare: «Casso, si è fatto tardi!»
Ma bello è bello, e farà strada nella vita, ci scommetto le penne che finirà gentiluomo di corte!
La Milady, spero, sarà per me l’approdo definitivo dopo una vita d’avventure. Mi è sempre piaciuto il mare, e leggere soprattutto.
I ragazzi sono illetterati, tutti più o meno anime semplici, ma di buon cuore. L’arrivo dell’Universal- Lexicon ha cambiato la mia vita, mi sprofondo nei prediletti studi e sparisco per ore. Mi son dato il compito d’essere un po’ la voce della ciurma, che mi adora perché “parlo sporco”. Inoltre, fatto importante, sono stato il pappagallo d’un cuoco di corte, un’anima semplice anche quella , che si voleva suicidare perché Monsieur non trovava nella sua crema il gusto squisito di quella che gli aveva fatto gustare il cuoco d’un suo caro amico, che non aveva voluto rivelare il segreto, giurando, l’infame, che trattavasi solo di uova, latte, zucchero e un pizzico di farina. Tralasciò, delittuosamente , di menzionare la cannella, qui faisait la différence!
Fu un’idea mia proporre la preziosa aggiunta, e centrai in pieno.
Il cuoco, riabilitato, mi ammise ai segreti della cucina, sicché col mio arrivo a bordo dopo anni di pesce alla griglia sono comparsi timballi e squisitezze varie. Molti di loro assaporando quelle meraviglie hanno pianto.
Patibulaire mi conserva i migliori bocconi, che divido con Camille, di cui sono diventato amico, ma non con Gustave. Quest’ultimo infatti era caduto in depressione ( ma depresso lo era già ) e ne attribuivo con dispiacere la causa al non gradimento dei miei manicaretti.
Invece sembra che la sua topidudine gl’imponesse di appropriarsi furtivamente del cibo,
salvo che in rare occasioni ufficiali ( una cenetta con gli amici, per esempio ), perché il trovarlo coperto da un piattino e pronto per lui in un angolo appartato della cucina gliene toglieva tutto il piacere.
Glielo lasciamo quindi in posti moderatamente accessibili ( Gus non è giovanissimo ) e ho pregato Patibulaire di tuonare spesso contro il dannato topastro, ladro di bontà varie, che andrebbe impiccato all’albero maestro! In particolare prepariamo il venerdì per Gustave il Boccone del Capitano, uno sformatino d’uovo e formaggio di cui lo sappiamo ghiottissimo, e Patibulare appena Gustave se ne appropria, si precipita in cucina brandendo il coltellaccio e urlando:
«Ah, lurida bestiaccia! Me l’hai fatta ancora! Povero Capitano, ora mangerà solo una minestrina!»
Si sente provenire da qualche parte la risatella compiaciuta di Gustave, cui è tornato l’appetito. Io suggerivo di aggiungere qualche parolaccia, ma Patibulaire mi disse che non aveva proprio intenzione di far piangere il suo angioletto “parlando sporco”. Incuriosito, gli chiesi se avesse mai visto codesta celeste creatura, ed egli mi disse di no, ma di avere la certezza della sua esistenza per il fatto che l’angelo, quando era bambino, gli metteva una monetina in un buchetto nel muro, al posto del dente di latte che lui ci aveva messo in precedenza.
La visione di Patibulaire bambino, attualmente alto due metri, butterato, calvo e con sorriso da squalo, mi spinse a chiedergli come fosse stato da infante , ed egli rispose: «Uguale.»
Obiettai che magari aveva i capelli, ma lui rispose che le suore Baffone glieli tagliavano a zero. Era identico, ribadì, poi aggiunse pensoso: «Magari un po’ più piccolo.»
Stavo per spiegargli che i dentini li prende il topo, mica l’angelo, ma mi frenai, nel timore di incrinare la sua fede commovente nell’angelo custode. Feci bene, perché lui, mostrandomi il dentino di latte di Pepé che portava al collo, mi disse: «Sai che vuol dire questo? Che sono il suo angelo…» e qui, ripensando al calcio che la Cercueil aveva inflitto al suo amato, si rabbuiò dicendo che era stato un peccato non averle tirato il collo.

Dalla Cercueil ci aspettavamo rappresaglie, invece tutto tace. L’odiosa nave nera è sempre là, sul filo dell’orizzonte, come un corvo in agguato.
Gaston Breil,il coccodrillo, sperando nel pessimo carattere della strega, presidia le acque intorno all’odiato vascello, ma pare che abbia solo rischiato di ricevere un baule in testa. Conteneva il bottino di monete di cioccolata da cui Camille e Gus per onestà, gli stupidi, avevano sottratto solo una manciata di falsi dobloni a prova dell’inganno.
Comunque, nel fondo del mare, dove si è rifugiato, Gaston ha fatto la sua scorpacciata.
La corrente ha portato fino a noi le cartine rotonde d’oro e d’argento, gli scarti del bottino.
Brillavano nel sole, e i ragazzi si sono affacciati dal parapetto battendo le mani per la contentezza di quell’insolito spettacolo.
Così si è affacciato anche il Capitano: «Casso», ha detto,«non mi fate studiare! E tu, Pappo, invece di perdere tempo, vieni giù a dare un’occhiata alla contabilità.»
Ah, dimenticavo: mi tocca anche d’aver a che fare con numeri e conti: ma del resto è giusto, non sono forse Pappo d’Alessandria?


(by leila)
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Note
- La nave della Cercueil è sempre ferma sulla linea dell'orizzonte, e la sua ombra minacciosa mi raggiunge spesso. Ma la vita, ecco, mi tira per il braccio, ... E' solo un pappagallo, non giovane e non bello, ma cerca di farmi ridere, e di farmi soprattutto perdonare le lune della duchessa (o di Madeleine?)dai miei lettori.
- Pappo di Alessandria fu uno dei più importanti matematici del periodo tardo ellenistico. Vissuto in un periodo di decadenza degli studi geometrici, è stato sicuramente il maggior cultore della geometria dei suoi tempi.
Della sua vita si conosce ben poco e anche le date della sua nascita e della sua morte sono assai incerte. Sembra accertata solo la data del 320, anno intorno al quale egli ha scritto un commento all'Almagesto di Claudio Tolomeo. Si ritiene inoltre che fosse un insegnante. Inoltre le sue opere sono in gran parte andate perdute; l'unica pervenutaci è quella intitolata Synagoge, nota anche come Collectiones mathematicae.
In geometria si incontrano vari teoremi attribuiti a Pappo di Alessandria e che spesso sono noti con il nome generico di teorema di Pappo. Dai commentatori e dagli storici successivi si hanno indicazioni che Pappo sia stato autore di commentari degli Elementi di Euclide, di opere di geografia che si collegavano all'Almagesto di Claudio Tolomeo, di scritti di musica e di idrostatica. Inoltre gli viene attribuito uno strumento per misurare i liquidi.

OTTOBRE

Squilli paonazzi
cariche d'autunno
tombe sfarzose
e morti singolari
sul castagno arreso
al sacco impietoso
del male che ritorna
in trono sulle nebbie


(corrado prestianni)
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Odio l'autunno e ottobre in particolare,vedo solo il farsi avanti della morte,l'odore acre del disfacimento,la carneficina del bosco,non m'ingannano le fiammeggianti distese.

domenica 30 maggio 2010

LE AVVENTURE DI MADEMOISELLE - IL CASTELLO DEL RIMPIANTO


39 - (Madeleine e il castello del rimpianto)


L’estate all’improvviso era esplosa, e me la sentivo addosso nel cielo smaltato d’azzurro, nel trionfo di colori nei campi, nel velo leggero di sudore che m’incollava la camicia sul dorso, tanto che più d’una volta cedetti al richiamo delle acque impetuose d’un ruscello per rinfrescarmi.
Sdraiata nei pressi delle rovine abbandonate d’una chiesetta di campagna, me ne stavo ad occhi chiusi sotto l’ombra d’un fico selvatico, cullata dal ronzio delle api e dal frinire delle prime cicale d’una pineta poco lontana. Mi accade di rado d’abbandonarmi così alla consapevolezza d’esistere, sostituendo al brusio incessante dei miei pensieri il ronzare d’un moscone nella pigra calura di un pomeriggio d’estate. Avevo perfino visto una serpe guizzare negli anfratti d’un muro semidiroccato davanti a me, senza trovare la voglia e la forza d’alzarmi, come avrebbe fatto un tempo Madamigella nel suo giardino, non senza qualche strillo a metà giocoso e a metà terrorizzato. Avrebbe fatto eco a quelle grida lo stridio dei rondoni che nidificavano a pochi passi, appena sotto il tetto della grande casa di campagna dei Maupin, una costruzione a metà tra una rocca e una masseria, che tanto avevo amato.
Mi trovavo quindi in questa felice sonnolenza quando sentii un rumore di zoccoli: qualcuno si avvicinava a cavallo.
Mi alzai di scatto per raggiungere Abaste che pascolava tranquillamente in un prato alle spalle della chiesetta semidiroccata, e tenendolo saldamente per le briglie ne sbirciai attraverso una finestra bassa l’interno, dove presumibilmente era diretto il misterioso cavaliere, e da dove l’avrei visto comunque arrivare, visto che parte della facciata esterna era crollata, come del resto era caduta in parte la copertura.
Egli entrò, fermandosi un attimo controsole, a metà navata. Mi avvidi con stupore che si trattava d’una donna. Non era troppo vicina, ma mi parve giovane e molto bella.
I suoi lunghi capelli biondo rossi s’incendiavano nel sole, e con mia sorpresa procedette rapida verso il punto dove arrivando avevo visto un affresco sbiadito su un muro, alla mia sinistra, mentre lei mi stava di fronte, molto più vicina a me adesso, che mi trovavo in posizione retrocessa, seminascosta da una colonna.
Il dipinto sul muro rappresentava il Cristo con un agnello tra le braccia, e a lui si rivolse la giovane, quasi gridando:
- Cosa vuoi da me? Che cosa? Perché sono rimasta qui? A che scopo? Eppure ti ho sempre amato…E ora? Mi dicono i tuoi preti che se mi tolgo la vita sarò perduta per l’eternità, e non lo rivedrò mai più…
Cadde bocconi sull’impiantito, dove non rimaneva che qualche frammento del pavimento originale, e proruppe in un pianto di gola, aspro e ribelle, tempestando il suolo di colpi ritmici, dati coi pugni chiusi. Poi si alzò di colpo, e mentre si produceva in una riottosa genuflessione, i suoi occhi incontrarono i miei.
Sorpresa, paura, rabbia, ribellione passarono in rapida successione sul suo bel viso, mentre mormorava: - Voi…voi…
Feci rapidamente il giro della chiesa per andarle incontro, e lei era lì, immobile, ancora impietrita, e tuttavia fece un piccolo gesto come di difesa, mettendo il braccio a sbarrarle il viso, la mano capovolta che nascondeva la bocca, e mi avvidi che era scorticata, come l’altra che pendeva lungo il fianco, mentre mormorava:
- Come avete potuto…nascondervi, spiarmi…
Le spiegai che non ne avevo avuto l’intenzione, che mi ero fermato per riposarmi ( tirai fuori la solita storia dello studente ) e il pianto proveniente dalla chiesa che credevo deserta mi aveva fatto accorrere…
Mi guardò a lungo, attraverso il velo delle lacrime, e poi sussurrò:
- Sì, vi credo. Perdonate…perdonatemi voi.
Con mio grande sgomento, si afflosciò come un burattino, e feci appena in tempo a sostenerla, riuscendo a malapena ad attutire la caduta. Il punto è che non ero un giovane cavaliere, ma una donna anch’io, non molto più alta della sconosciuta che mi era svenuta tra le braccia. Mi inginocchiai accanto a lei, confortandola anche se non poteva sentirmi, scostandole i capelli dalla fronte sudata, non osando allontanarmi per prendere la fiaschetta d’acqua assicurata alla sella di Abaste; ma già la giovane riapriva gli occhi, e da come riprese conoscenza, dalla fatica e dall’orrore con cui riemerse dal nulla, capii che la sofferenza che riflettevano quelle due pozze d’infelicità era sconfinata.
Mi offrii di accompagnarla, e lei si lasciò docilmente guidare. La presi in sella tenendola davanti a me, appoggiata al mio petto, e intanto tenevo per le redini l’altro cavallo, che per fortuna era una bestia intelligente e mansueta, e si lasciò condurre senza problemi.
Dietro le poche indicazioni della mia compagna arrivammo a un castello poco lontano, che una collina mi aveva nascosto, e servi solleciti accorsero in aiuto della loro signora. Ella, una volta in piedi, mi sussurrò di non andare via, ma di accettare la sua ospitalità. Rimasi, un po’ per la stanchezza e il desiderio di dormire sotto un tetto, ma molto più per sapere come stesse la mia ospite e quale fosse la causa di tanta disperazione.
La stanza che mi fu assegnata era luminosa, piacevole. C’era ai piedi del letto un quadro d’una Madonna adolescente, che mostrava un rametto di corallo a un Bambino ridente, ed era commovente la soffusa tenerezza della sua espressione. Sul comodino una piccola Bibbia, e un rosario. Un inginocchiatoio, insieme a un cassettone, una scrivania e un letto costituivano tutto il mobilio della sobria stanza, che poi seppi essere quella ultimamente spesso occupata dalla castellana. C’era un comodino accanto al letto, e non senza stupore mi avvidi che il cassetto custodiva un cilicio di ruvida corda fitto di nodi, alcuni più scuri, laddove erano penetrati nella carne.
Rividi la mia ospite a cena, anziché nel cupo salone sottostante, in una piccola torre cui si accedeva per una scala a chiocciola, un ambiente che di giorno doveva godere di molta luce, dove certo la giovane castellana ricamava o passava comunque parte del suo tempo.
Sulle pareti erano dipinte colonne aeree, avvolte da tralci di vite, che svettavano sullo sfondo d’un cielo azzurro uguale a quello che certo s’ammirava dalle ampie finestre nelle giornate serene.Vi era allestita una piccola tavola imbandita di cibi gustosi e leggeri: dell’arrosto freddo, svariate qualità di formaggi, varie insalate. Non mancavano piccoli dolci di mandorle, e un vino dolce da dessert, che ben seguiva il vino rosato novello piacevolmente fresco che avrebbe accompagnato, insieme al pane croccante, quei semplici cibi.
- Vedete bene che ho fatto preparare cose che non renderanno necessario il viaivai dei servi, spero che non me ne vorrete, disse la giovane duchessa Marie de La Forêt Morne.
Era straordinariamente bella nel suo abito di seta verde che ne metteva in risalto la carnagione di porcellana e l’oro fiammeggiante dei capelli. Sperai con imbarazzo che tanta munificenza non fosse idealmente destinata per me. Sembrava essersi ripresa, e dopo uno o due bicchieri di vino un lieve colore rosa le ravvivava le guance. Mi rallegrai per il suo aspetto, e lei mi disse serena, scegliendo con cura cosa mettere nel piatto da quello che le porgevo:
-Eppure, sapete, credo che morirò.
La tranquilla sicurezza, la mancanza di pathos con cui lo disse mi colpirono, e la buttai sullo scherzoso:
- La vera notizia, signora, sarebbe stata il contrario di quest’affermazione: «Sapete, credo che non morirò.» Perché prima o poi la destinazione è quella…
I suoi occhi, di un bel colore d’ambra, mi fissarono seri:
- Io credo, disse, che mi capiterà qualcosa tra breve: un incidente, una malattia, qualcosa che bruscamente o lentamente mi ucciderà. La mia volontà di vivere è scemata, e dunque una via si è aperta alla morte. Dovrei sbarrarla, distruggendo i ricordi, ricominciando daccapo, cancellando la mia disperazione. Ma neppure questo coraggio mi è stato dato, anzi, non mi sono rimasti che delusione e sgomento.
- Apritemi dunque il vostro cuore, le dissi. Troverete un amico in me.
Sottolineai con forza la parola amico.
- Vedete, mi disse, io amavo mio marito. Egli era per me il più caro degli uomini, e l’unico motivo della mia vita. Me l’aveva chiesto lui del resto, sottraendomi alla vita di corte, alle amicizie, alla mia famiglia stessa. Voleva che fossi la sua isola incontaminata.
Mi aveva chiesto di fargli il dono totale di me.
Rimasi non poco sorpreso a queste parole ( tendo a parlare di me al maschile in veste di Théodore ) e lei se ne avvide.
- Vi stupite, vero? Eppure io, che sempre avevo tenuto alla mia pur scarsa libertà di fanciulla, non esitai un sol momento. E del resto, avevo desiderato tutta la vita di appartenere a qualcuno. Bruciavo di una tale mistica fiamma che un tempo mi ero chiesta nel silenzio della mia stanza se non fosse a Dio che volevo appartenere. Ah, Théodore, voi non potete comprendere! Io fui sua dal primo istante, e non v’era libertà possibile che fra le sue braccia. Gli riconoscevo ogni libertà, e lo guardavo come la Madonna bambina guarda il suo figlioletto nella vostra stanza.
-E lui vi ha abbandonata? le chiesi.
Lei tacque dolorosamente. Poi alzò uno sguardo dolcissimo su di me.
- Era così bello e perfetto che non poteva rimanere a lungo su questa terra, mi disse.
Ma io sono rimasta, purtroppo, svuotata di tutto, fuorché d’un dolore immenso. Il vuoto della sua presenza dilaga ovunque, dentro di me, e toglie luce e calore ad ogni cosa. Ve l’ho detto, sento che morirò.
- Ma voi non dovete vivere con questa ossessione. Dovete dimenticare, riprendere i fili della vostra vita…provai a dirle.
- Ah, mi capite allora! Perché nessuno sembra comprendere che altro non vorrei che cancellare di lui anche il ricordo…troppo lo amavo per tollerare la sua assenza, replicò.
Ahimé, quest’amore come un seno gonfio di latte mi duole, ma non so a chi darlo, e quello ch’era linfa vitale diventa un veleno che m’uccide.
Osservavo il suo bel viso immobile, dove scendevano lentamente le lacrime, e le presi la mano.
- Non lasciatemi sola stanotte, disse sottovoce. Sono in fondo a un pozzo, grido e nessuno mi vede, né mi sente, né viene a cercarmi. Fa freddo, e il buio mi fa paura.
- Sorridete, ora, o questi dolci squisiti prenderanno anch’essi un gusto amaro, le dissi con tenerezza. Mi conoscete appena.
- Voi ed io sappiamo che per conoscersi basta un attimo, oppure non basta l’eternità.
Poi di colpo mi parve allegra come un uccelletto, e scherzosa.
La conversazione riprese brio e tono, fin quando giunse l’ora di ritirarci, poiché la pendola batteva la mezzanotte. L’accompagnai sulla soglia della sua stanza, ed ella m’implorò:
- Entrate.
Mi trasse bruscamente dentro la stanza.
- Voglio solo dormire, disse. Restatemi accanto.
Per la mano mi condusse verso il letto. Vestita, si stese e mi pregò di fare lo stesso.
- Nessuno mi tocca, mi confidò. Io non voglio che il calore di un abbraccio. Nient’altro.
La presi fra le braccia. Piangeva. Allora la cullai, con tenerezza infinita.
Povera sorellina mia…fui tentata di rivelarmi a lei, poi pensai che l’avrebbe troppo umiliata sapere d’essersi offerta ad una donna. Le baciavo i capelli, come se fosse una bambina, e a poco a poco si placò.
- Non voglio soffrire più, disse.
- Dovete, risposi. E’ un passaggio obbligato. E’ questo il vostro cilicio, non ne servono altri di corda. Non mi userete come uno di quei nodi che vi fanno sanguinare. Vi pentireste d’esservi data ad uno sconosciuto, vi odiereste ancora di più, e Dio lo sa che non ne avete bisogno.
- Lasciate dire a me quel che mi giova o no, rispose.
- Lasciatemi agire come un gentiluomo. Non voglio trar profitto dal vostro dolore. Voi credete in Dio. Rassegnatevi alla sua volontà.
- Dio è crudele, mi disse.
- La vita è crudele. La morte è crudele. Questa è la vostra vita. Non vi resta che percorrerla, non avete scelta. Alla fine, è la vita ad avere la meglio, credetemi.
- Morirò, disse..
- E’ possibile. Ma è certo che avverrà se continuate a pensarlo. Non dovete scontare il peccato d’essere viva. In un certo senso siete morta già con lui. Quella che voi eravate per lui, con lui, non c’è più. Ora c’è un’altra voi stessa.
- La vita è orribile. Vorrei finirla qui, sussurrò.
- Guardate, dissi, indicando la finestra il cielo stellato. Migliaia di mondi, migliaia di possibilità. Ma il nulla non ha confini, è così immenso che ognuno di quei mondi è un miracolo. E tanti vorrebbero restare, ma il male li minaccia, nel corpo e nell’anima. Rimanete, anche per loro. Dimostrate che qualcuno può salvarsi. Anche per lui, che vedrebbe le conseguenze del suo pretendere il dono totale, un corpo rigido su questo letto o in fondo a un burrone. E poi, se credete in un’altra vita, dovete pensare che uccidendovi non lo rivedrete mai più.
- Ditemi che mi amate, mi chiese con una piccola voce.
Glielo dissi. Poco dopo scivolò nel sonno, ed io fuori dalla sua stanza.
Era vero, in un modo diverso da come avrebbe voluto lei, ma l’avrei portata nel cuore.
Buona fortuna, sorellina, pensai risalendo a cavallo, mentre il cielo si tingeva di perla e di rosa.
(by leila)
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Nota
- Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura. Questa è la selva "smorta" in cui si trova la castellana.
- L'uso di raffigurare Bambini con croci e rametti di corallo è frequente nella pittura siciliana,e agli Uffizi c'è una Madonna del Lorenzetti, in un trittico coi santi Nicola e Procolo, dove il Bambino che ha in braccio porta appunto al collo un rametto di corallo.
Già nell’Antica Roma aveva assunto proprietà curative e apotropaiche.
Era infatti consuetudine far indossare ai neonati dei pendenti formati da rametti di Corallo e somministrare come medicinale la polvere da essi ricavata per la prevenzione e la cura delle crisi epilettiche, degli incubi e dei dolori della dentizione.
Il significato del Corallo come amuleto specifico dell’infanzia venne conservato anche durante il Medioevo e il Rinascimento.
Lo troviamo perfino indossato dal Bambino Gesù in quadri di devozione privata, probabilmente legati alla nascita di un bimbo, come potrebbe essere stata la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca

sabato 29 maggio 2010

LA SCHIAVA



E' la settima notte, mio signore, che un servo mi conduce nelle tue stanze.

Tu mi aspetti, nudo, a letto. Il tuo corpo è armonioso e bello, bellissimo è il tuo volto, tale da ammaliare il serraglio che con scandalo di tutti tieni qui a Palermo, celebre come il tuo giardino orientale pieno di animali esotici, che la sera si gonfia di barriti, di stridori, di ululati, di urla così che quasi si teme possa prendere il volo, ma si dice che tanto rumore serva a confondere altre grida, e barriti, e stridori, e urla che dalle tue stanze provengono.Ammaliate, vinte, soggiogate, variamente violate le tue donne ti venerano, o signore, e più d'una da te troppo a lungo trascurata fu trovata al mattino galleggiare tra le ninfee.
E del resto non sei tu la Turris Eburnea, il Dardo di fuoco, l'Ariete invincibile ai cui colpi nessuna resiste?Eppure, signore, anche stasera la tua palma è piegata dal vento e i tuoi occhi sono pozze di cupa disperazione. Anche stasera arpeggerò il tuo corpo così bianco con dita delicate, e suonerò il tuo flauto, se lo desideri, e come una chiocciola lascerò una scia lucente sulle strade infinite del tuo piacere. Sarò grotte e giardini, e morbide colline, e stretti passaggi che conducono al nulla dell'oblio. Sarò la passione, la lussuria, il piacere. Io, dono meraviglioso del sultano Ismail.
- La sua vendetta perfetta, hai detto.
Non so, non capisco. Anche questa notte il tuo corpo non mi segue, cavalco le tue fantasie tra le mie ginocchia ma di colpo tu mi disarcioni.

- I tuoi occhi sono beffardi, mi hai detto.
-Chiudili.
-Tu, hai aggiunto, ridi di me.
- Signore, io non rido di nulla perché non sento nulla.

Dieci anni rinchiusa in un harem servono a forgiarti l'anima più del ferro rovente.
Non si sopravvive altrimenti. Io sono una schiava sessuale..
Servo per dare il piacere, ma il ferro del chirurgo mi ha privato della facoltà di provarlo.
La mia mente è allenata ad isolarsi dal dolore, se tu fossi tra quelli che amano procurarne.
Forse mi sfuggirebbe un breve sospiro. A meno che tu non mi volessi terrorizzata, supplice, dimenarmi sconvolta o chissà che altro.
Sono un'ottima attrice. E del resto il piacere del mio signore giustifica il mio esistere, mi salva dal nulla dove vivo, che sono. Non temere, perché se pure il mio corpo è di marmo, proprio perché non sento posso simulare a meraviglia eccitazione, delirio, estasi. Mi vuoi timida? Sarò verginale. Mi vuoi sfrenata? Sarò una furia insaziabile.
Comanda.
Tu mi guardi sgomento, signore, e il tuo dardo non s'incendia. Lo crederebbe lo stuolo esultante delle trafitte?
Tentiamo con dei giochi, delle posizioni. Si potrebbe provare l' Acrobata snodata, La Delizia con fichi in giulebbe, sempre che l'assorbire zucchero non ti nuoccia, l'Amazzone capovolta. O il Risveglio del naufrago, non so...
Non soffrirai la solitudine? Potremmo organizzare giochi di gruppo, tre, sette, dieci, cento. No? Niente di tutto questo? Cos'è questo chiamarmi Elena, una tua fantasia? Racconta... Certo, sarò Elena, l'insipida quattordicenne che prendesti in moglie. Ridevi della sua goffaggine, non era esperta, dici, nei giochi d'amore? Ti piacque farla assistere alle tue prodezze con le altre e lei tentò di uccidersi?Vedi a che deplorevoli cose conduce l'emotività...
La rispedisti a Gerusalemme, ma la nave naufragò e lei fu fatta prigioniera dai pirati turcheschi...
Davvero le somiglio? Mio signore, tu mi vuoi lusingare. Questo baciarmi le mani e i piedi è certo un nuovo gioco, e un tuo capriccio chiedermi perdono.
Signore, è tardi, il mio cuore chissà dov'è e la tua fantasia, nonostante la mia freddezza, mi rattrista profondamente. Ascoltami, riproviamo con la Doppia Giravolta, il Flauto animato, la Scala d'oro? Oppure la Monaca bendata, la Girandola di tramontana, o il Girarrosto del cuoco. Ismail, il tuo nemico che mi possedeva e mi ha donata a te, ne andava pazzo. Vedi come sono perfetta? Mi puoi prendere, voltare, girare, e in piedi, in ginocchio, di fianco, sulla pancia o sulla schiena sarò sempre ai tuoi ordini, al tuo piacere, come vuoi tu. Non sai quante cose conosco: la Farfalla punita, l'Arciere del re, l'Arco che non si spezza, il Ponte delle delizie...

- Mio signore non piangere, le lacrime guastano il piacere.



(satiro e ninfa,ara Grimani)

La ninfa pur nella morbidezza del corpo giovanissimo conserva il fascino androgino dell'adolescenza. E' di spalle rispetto a chi guarda e ha i capelli annodati sulla nuca in una coda bassa, come la nostra Maupin, mentre il satiro che l'abbraccia è in posizione frontale rispetto a noi, di tre quarti. E' un uomo robusto, un po' tozzo, e bacia sulla bocca la franciulla, che vediamo di profilo. Il braccio sinistro di lui è sollevato col gomito verso l'alto, e lo vediamo muscoloso e forte, mentre dell'altro braccio non vediamo che la mano, piuttosto piccola e anch'essa robusta come il suo proprietario, che tiene la ninfa per l'ascella. Sembra che egli voglia godere di quel contatto, quasi ad accertarsi d'averla davvero fra le braccia, e il satiro, si badi, è assolutamente impetuoso, ma non violento, tanto che si potrebbe ipotizzare che della ninfa sia innamorato. L'abbraccio di lei è certamente consenziente, poichè con la mano sinistra gli regge la testa, e non mi chieda perché ma la mano è affettuosa e timida,e tuttavia tutto il corpo è "volenteroso", ma non abbandonato, ed esprime un pudore verginale, come se non conoscesse l'amore fisico, cosa probabile.
Così era la schiava all'inizio del percorso,

(venere allo specchio,velasquez)


Ma tra le braccia di Federico,molti anni dopo,sarà una bellezza che difende il suo segreto,che è l'indipendenza della mente e l'assoluta freddezza del cuore.Forse rassomiglierebbe alla Venere allo specchio di Velasquez, alla National Gallery di Londra, che è l'evoluzione del corpo della ninfa. E' un corpo che pensa, un sorriso enigmatico,io trovo quella Venere straordinaria e moderna.Il senso di indeterminatezza, la sospesa atmosfera psicologica, un'indefinibile eppure avvertibile malinconia conferiscono all'immagine uno strano e conturbante fascino

Nella Spagna barocca lo specchio è molto più spesso utilizzato come mezzo per "guardarsi dentro", vedere la vera immagine della propria anima e del destino che ci attende, superando le illusioni dell'esteriorità e della mera, fuggevole apparenza

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NOTA

Credo che sia una delle poche cose assolutamente crudeli che sono uscite dalla mia penna, diciamo the dark side of the moon. Però questa crudeltà non la vede nessuno, o quasi.
Il protagonista è, virtualmente, Federico II e una giovanissima "sposa", in realtà una di quelle concubine di cui amava circondarsi.

Qando arriva da Gerusalemme ha quattordici anni, è spaventata e schiva, finisce per esasperare Federico, che era abituato e per posizione e per fascino personale ( e pare, negli anni giovanili, anche per prestanza fisica ) a ben altri entusiasmi, e non a lacrime e ritrosie. Con un pizzico di crudeltà la ragazzina è costretta ad assistere a qualche incontro amoroso del sovrano, e sconvolta e umiliata commette un atto si insubordinazione gravissimo: tenta di uccidersi. Federico la rispedisce a casa, in un accesso d'ira ( si pensi a quel che ha combinato all'infelice suo logoteta, Pier Delle Vigne ) ma la nave viene attaccata "dai pirati turcheschi" e la ragazzina rapita.Il rimorso si fa strada nel cuore di Federico, che nel tempo finisce per pensare sempre più spesso alla giovane concubina, che diventa per lui quasi il simbolo dell'innocenza e di una grande occasione perdutaAnni dopo ,la riconosce nella schiava che gli viene donata dal Sultano, ma è tardi. La trasformazione è compiuta, e la ragazzina di un tempo è l'oggetto sessuale che egli si era auspicato un giorno di avere..

E' interessante vedere che Madeleine fa un percorso diverso, che è speculare a questo

(all by leila).

UN TRITTICO

(giardino delle delizie)



Il Trittico del giardino delle Delizie- Hieronymus Bosch (1480-90, composto da tre tavole, Museo del Prado)

La tavola a sinistra rappresenta il paradiso terrestre con la creazione di Eva, la centrale è dedicata al tema della lussuria, su quella di destra è dipinto il cosiddetto Inferno musicale.
L’immaginario dell’artista appare molto fervido, e nella ricchissima rappresentazione il bene e il male convivono.
Nelle tavole di Bosch si affollano strane figure fantasiose, rettili antropomorfi, insetti, mostri talvolta osceni, visioni allucinanti di un sogno pieno di incubi. Mentre gli altri pittori cercano di dipingere gli uomini così come appaiono di fuori, egli ha il coraggio di dipingerli quali sono dentro, nel loro animo. Per questo suo voler sondare l'animo umano con metodo psicanalitico e senza l'uso della ragione, ma lasciandosi trasportare semplicemente dall'inconscio, per estrapolarne le paure e le inquietudini e mostrarle sottoforma di diaboliche creature, si è spesso visto in Bosch, un precursore del surrealismo.
Per capire il pittore bisogna invece studiarlo nel suo ambiente e nel suo momento storico. Innanzitutto, contrariamente alla concezione rinascimentale italiana, l'arte fiamminga ha sempre espresso un'inquietudine di fondo e un medievalismo gotico, legati alla cultura nordica piuttosto che alla chiara visione di origine classica. Bisogna poi aggiungere la crisi dei valori che, nella seconda metà del XV secolo, è avvertibile in tutta l'Europa. E' la grande crisi che, di lì a pochi anni, darà luogo alla riforma luterana. Tutto questo era fortemente sentito nel paese natale del pittore.il messaggio delle opere di Bosch: mostrare visivamente che la corruzione interiore riduce l'uomo a bestia (vedi ad esempio nel Trittico delle Delizie la scrofa con il vestito di suora che abbraccia un uomo).



L PARADISO TERRESTRE
Faccia interna dello scompartimento laterale a sinistra, raffigurante la creazione di Eva. Il solito dispositivo (creazione, peccato originale, cacciata) è qui ridotto all'evento essenziale da cui trae origine il peccato carnale. I caratteri somatici di Adamo, Eva e Dio testimoniano un riavvicinamento al realismo da parte di Bosch. L'immagine del Creatore raffigurato come Cristo si collega alla tradizione antica, dimenticata dai quattrocentisti, ma ripresa da Bosch, secondo il quale Dio creò il mondo tramite il suo verbo. Nel Paradiso Terrestre, costruito dal basso verso l'alto mediante dei piani circolari sono inserite piante ed animali di specie rara, che cominciano a divorarsi a vicenda e, sullo sfondo, quattro rupi fantastiche con forme geometriche astratte. La palma con il serpente attorcigliato è l'albero della conoscenza del bene e del male, cioè dei frutti tentatori che la donna (i sensi) offre all'uomo (la ragione).



IL GIARDINO DELLE DELIZIE

Scomparto centrale del complesso, raffigurante donne e uomini, fra i quali anche fanciulle e giovani neri, uniti in coppia o in gruppi racchiusi da strani separès vegetali o minerali, che si abbandonano alle dolcezze carnali secondo o contro natura.
Evidentissima in questo quadro è la particolare visione spaziale di Bosch: le figure sono scaglionate in bande orizzontali (con punti di fuga diversi e che hanno continuità solo di accostamento), o leggermente oblique, dall'alto verso il basso del dipinto, e la profondità è solo accennata. Le figure si muovono e sono immerse in uno spazio vago ed impalpabile, una sorta di spazio onirico, mediante il quale Bosch riesce a rappresentare l'atmosfera e lo stato proprio del sogno, e quindi privato della tridimensionalità.
Al centro della composizione è la cavalcata della libidine attorno alla fonte della giovinezza entro cui si bagnano le donne, che hanno sul capo corvi (simbolo di incredulità), pavoni (vanità), ibis divoratori di pesci morti (le gioie passate).
Gli animali della cavalcata - leopardi, orsi, leoni, grifoni, liocorni - tratti direttamente dai bestiari medievali, sarebbero simboli di lussuria e di altri peccati. L'intera rappresentazione contiene numerosi simboli alchemici: a partire dai pettirossi, simbolo di lascivia, le farfalle di incostanza, la civetta di eresia, l'upupa che si nutre di rifiuti dell'anima compiaciuta delle false dottrine, il martin pescatore dell'ipocrisia. Alchemici sono anche alcuni colori (rosso = processo creativo, azzurro = frode e malvagità) ed il senso di trasmutazione continua della materia, indicato dal lussureggiare delle vegetazioni e dalla trasformazioni di parti umane e rocciose in strane forme vegetali.
E' evidente che Il Giardino delle Delizie intende descrivere in particolare il peccato di lussuria, peccato raffigurato chiaramente in alcune scene, ad esempio nella coppia che giace nella conchiglia o nella coppia inserita nella sfera in basso a sinistra.
Altre scene poi raffigurano giochi erotici più perversi.
Soprattutto vi è tutta una serie di simboli che alludono alla lussuria e la rendono presente nel quadro.
Le fragole, onnipresenti, simboleggiano probabilmente la caducità dei piaceri della carne, inoltre opportuni studi hanno dimostrato che molti elementi - frutti, animali, strutture minerali esotiche - sono simboli erotici, influenzati da canti, proverbi e modi di dire dell'epoca.
Ad esempio molti dei frutti gustati dagli amanti sono metafore di organi sessuali e i pesci che compaiono due volte in primo piano indicavano in antichi proverbi olandesi l'organo sessuale maschile.
Il coglier frutti, come fanno i giovani a destra, faceva riferimento all'atto sessuale.
Il particolare più interessante sono i grandi frutti cavi e gli involucri nei quali si infilano alcune figure: un critico ha qui individuato il gioco di parole formato con il termine "schel" o "schil", che significava sia buccia di un frutto che discordia. Quindi chi sedeva in uno "schel" era in discordia con qualcun altro, e con ciò si poteva intendere anche la piacevole lotta amorosa. La scorza vuota in sé significava la mancanza di valore: un simbolo adattissimo per il peccato, visto che proprio un frutto era stato la causa della caduta di Adamo.
Lo scenario del giardino è poi molto interessante. Per secoli il giardino con animali, frutti, fiori e fonti d'acqua limpida, è stato ritenuto l'ambiente ideale per gli amanti e l'amore, anche Bosch sembra riprodurre qui proprio uno di quei giardini ideali.
Bisogna però osservare che, nell'iconografia tradizionale, gli amanti sono molto più discreti, quelli di Bosch sono spudorati. Comunque l'acqua e l'amore erano in ogni caso associati.
Si nota inoltre un altro elemento importante: nel lago posteriore uomini e donne fanno il bagno insieme, invece in quello centrale essi sono separati.
Nello stagno rotondo vi sono solo donne, mentre gli uomini, a cavallo di vari animali, girano intorno.
I giochi acrobatici di alcuni di loro fanno pensare a uno stato di eccitazione, una delle donne sta già uscendo dall'acqua.
Bosch qui vuole raffigurare l'attrazione sessuale tra uomini e donne, infatti questa scena occupa proprio il centro della tavola e si nota subito per il senso di movimento che la pervade. L'attrazione sessuale è la fonte dei giochi amorosi che si svolgono tutt'attorno.
Gli animali simbolizzano i bassi istinti e le brame bestiali, inoltre il cavalcare era una nota metafora dell'atto sessuale.
Bosch riunisce qui i più diversi temi erotici del Medioevo e vuole mostrare una panoramica della follia umana, in particolare quella legata alla lussuria
Il Giardino delle Delizie è in realtà un falso paradiso, la cui vana bellezza conduce l'umanità alla rovina e alla dannazione.

L'INFERNO MUSICALE

Il centro della composizione è formato dalla fontana della vita, la cui struttura rammenta vagamente una sorta di monumento gotico, caratterizzato in alto dalla mezza luna, simbolo del diavolo, ed in basso al centro del disco di base un occhio con una civetta appollaiata. Il disco, l'occhio e la civetta formerebbero uno dei cosiddetti "punti di concentrazione" usati dai mistici per porsi in stato di ascesi.
(inferno ) (paradiso)




Faccia interna dello scomparto laterale a destra, con la punizione dei peccati realizzata secondo la legge del contrappasso. L'opera si articola, come nel Giardino, in piani sovrapposti dal basso verso l'alto, che qui hanno un lieve movimento zigzagato. I toni a differenza delle altre parti sono molto più cupi e tenebrosi, ottenuti da un sottile gioco di chiaroscuri tra le figure chiare ed il fondo nero.
Anche qui i simboli alchemici sono numerosi e sparsi un pò ovunque, ad iniziare dal mostro centrale, che costituisce il momento figurativo culminante e che rappresenta l'uomo alchemico.
I colori che lo contraddistinguono (dal basso verso l'alto, nero, bianco e rosso) riflettono gli stadi di cottura del mercurio, le gambe poggiano entro i due vascelli dell'Arte e della Natura che portano alla Grande Opera. Nel cavo dell'uomo è una bettola, in cui demoni e streghe gozzovigliano (critica ai costumi della società), sulla testa, che probabilmnte è un autoritratto, intorno ad una corna musa rosa, simbolo sessuale, danzano diavoli e peccatori. L'arpa, il liutoe l'organo, divenuti strumenti di supplizio e circondati da dannati che cantano sullo spartito sono, per alcuni, simboli sessuali della punizione del peccato carnale, mentre per altri, secondo l'interpretazione adamitica, sono ricordi dell'armonia del Paradiso.
Il mostro in trono, con testa di uccello e i piedi nelle brocche è Satana: egli inghiotte i dannati e li passa sottoforma escrementi in una bolla trasparente, contrappasso delle bolle voluttuose del Giardino, su cui i lussuriosi si esibiscono in danze lascive. In basso a sinistra, è il supplizio dell'iracondo trafitto, con allusione ad una lite fra giocatori di dadi, che sono dietro di lui, la mano benedicente trafitta dal coltello è la carità del Salvatore, annientata dai peccatori, l'uomo sbranato dai cani simboleggia l'invidia. L'orecchia gigantesca trapassata dalla freccia è ritenuta l'emblema dell'infelicità. La chiave penzolante dal bastone del monaco è interpretata come simbolo del desiderio coniugale proibito al clero. Nello sfondo è la visione dell'inferno di fuoco, in cui sono contenute le simbologie dei quattro elementi alchemici: il villaggio è la terra, il fiume infernale è l'acqua, il mulino a vento è l'aria, il vulcano è il fuoco.Sullo sfondo le costruzioni in fiamme esplodono e i loro riflessi trasformano in sangue le acque che scorrono alla loro base. In primo piano un coniglio porta su un'asta una vittima sanguinante, un motivo ricorrente in Bosch. Il cacciatore come preda è una tipica immagine dell'Inferno, dove i rapporti sono rovesciati. Ciò si vede bene da alcuni oggetti usuali (arpa, liuto, coltello) che sono diventati enormi e servono come strumenti di tortura.
I tormenti sono i più vari: gli avventurieri finiscono nell'acqua gelida, altre vittime vengono infilate in una lanterna accesa dove esse vengono divorate da insetti; un'anima invece pende da una chiave.
Un paio d'orecchie enormi avanzano come carri armati, portando un coltello che taglia tutto quello che trova.
Una vera galleria degli orrori.
Mostri vari regnano nel quadro, i vari tipi di peccati vengono tutti castigati con supplizi spaventosi .
Il cavaliere braccato dai cani è probabilmente un iracondo, forse anche sacrilego, perchè tiene in mano un calice da messa.
Una scrofa in amore cerca di far sottoscrivere al suo innamorato un documento, gli strumenti musicali si riferiscono a questo peccato. Potrebbero essere anche riferimenti contro i suonatori ambulanti delle osterie che istigavano alla lussuria con canzoni volgari.
La cornamusa era una simbolo degli organi maschili.
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A lungo mi son soffermato a rimirare questo trittico,che ha un potere enorme di attrazione,alquanto vanificato da pur ottime riproduzioni.
Come si vede i significati simbolici,esoterici,allegorici,religiosi... si intersecano e si sovrappongono in un inestricabile groviglio e vari dotti si son esercitati in dettagliate analisi.
Quello che invece mi ha affascinato è l'estrema fantasia visionaria che qust'uomo ancora medioevale,surrealista ante litteram, ha messo in campo nelle sue opere e specialmente in questa.Merita un posto d'onore in questo blog fatto di sogni,di fantasie,di isole che non ci sono,di sottili nuvole di parole e di immagini d'altri mondi.


(by george)

(Nota- click to enlarge all the photos)

giovedì 27 maggio 2010

MERAVIGLIOSE NOZZE

(click to enlarge)


Paolo Veronese

Le nozze di Cana 1562-1564
Dipinto, Olio su tela
Misure: 660 x 990 cm
Nelle collezioni dal 1798
Locazione: Louvre


La sfavillante ed enorme tela , destinata al refettorio del convento benedettino di San Giorgio Maggiore a Venezia, è il frutto dell'immaginazione scenografica di Paolo Veronese, creatore di una moderna pittura decorativa per una committenza quasi esclusivamente veneziana. Per restituirle tutto il suo rutilante splendore coloristico, l'opera è stata recentemente restaurata senza rimuoverla dalla sala in cui è esposta, a causa dell'enormità delle dimensioni. Come nelle altre composizioni dedicate al tema della cena, Veronese ha trasformato la scena religiosa in un evento mondano, in una cerimonia fastosa alla quale interviene non solo la folla cosmopolita e variopinta della Venezia cinquecentesca, ma un campionario di servi, buffoni, animali, vaasellami pregiati, tovaglie ricamate e damascate, il tutto collocato in articolazioni architettoniche solari e aperte, sullo sfondo di edifici veneziani, soprattutto quelli classicizzanti di Andrea Palladio.
Senza discriminare tra vero e fantastico, Veronese dispiega la sua visione di una realtà parallela a quella conosciuta, ma più fastosa e coinvolgente, che emana un'armonia profonda, la stessa che sembra scaturire dalle note del quartetto in primo piano, composto, secondo la tradizione, da Tiziano, che suona il violone, Tintoretto il violino, Bassano il cornetto e lo stesso Paolo la viola da gamba.


Io vidi questa tela nella sala della Gioconda leonardesca ,presso cui si accalcavano folle di turisti fotografari,mentre quasi nessuno si fermava ad ammirare questa meraviglia che occupava un'intera parete.La profondità di questo quadro è miracolosa,tanto che ti pare d'aver di fronte uno spazio aperto,luminoso che nessuna raffigurazione fotografica potrà mai rendere nelle sua effettiva magnificenza e fantasia.Per questo sta qui nel blog.

(by george)

LE AVVENTURE DI MADEMOISELLE - UN DIARIO





38 - (Dal diario segreto di Camille)


Quando scende la sera qualche volta mi piace starmene sulla tolda a fissare il disco rosso del sole. Sembra un'arancia gigantesca sospesa nel vuoto, che poi con un tuffo improvviso si tuffa nel mare violetto e sparisce.
Mi prende allora una specie di malinconia, e penso alla piccola Madeleine che vive le sue avventure col fragile schermo dei panni di Théodore.
Se chiudo gli occhi posso vedere il tracciato che segna il percorso del suo cavallo, attraverso le campagne, le ville e i castelli, una scia luminosa come la coda di una cometa. Penso a tutti quelli che la terranno per un'ora o una notte tra le braccia, una bella creatura di carne e di sangue, non dissimile da una volpe o un uccello, che un colpo di fionda o d'archibugio potrebbe irrigidire nel gelo della morte.
Ma quel che loro sentiranno sarà la sua morbidezza e il suo calore, e il modo che ha di ridere, e il suono di quel riso: non sentiranno la sua solitudine. E' da quel gelo che Madeleine vuole sfuggire, è in altre pupille che vuole specchiarsi, è la certezza d'esistere che cerca.
Pensa, Madeleine, di trovare in Alcibiade la meta di questo lungo percorso.
Lui sarà lusingato, e felice d'averla, e geloso, e l'amerà magari, senza nulla capire di lei, e neppure capirà quello che Madeleine gli chiede. Che cosa?
D'essere finalmente la risposta a tutte le domande che le martellano la mente prima d'abbandonarsi al sonno, o alle braccia di quelli che per una notte le diranno ancora che la vita non è fatta della materia indefinibile dei sogni, e le daranno il calore di una stretta , l'emozione di un corpo che stringe un altro corpo, lo stupore del dono che un'altra identità sconosciuta ti fa abbandonandosi a te.
Può un gatto essere geloso d'una fanciulla, per quanto bellissima e molto speciale?
Non credo, e perciò mi difendo dal sospetto che nutro di essere nel profondo di me stesso geloso di Madeleine. Temo, ecco, temo solo che questa straordinaria farfalla, che non diversamente da Campanellino una polvere magica fa volare, lasci un po' di questo velo scintillante sulle dita di chi l'accarezza per una notte o per un'ora, e all'improvviso non sappia sollevarsi più in volo.
Ma forse il suo segreto è questo: di passare tra tante braccia senza che nulla ne incrini il fascino fanciullesco, la fresca innocenza che niente, appunto, riesce a contaminare.
Se l'amore è volere il bene dell'altro, la consapevolezza che il solo fatto che l'altro esista sia fonte di gioia, posso ben dire di amare Madeleine.
So che il suo animo è davvero nobile, ma qualsiasi cosa potesse fare, mi basterebbe ricordare il suono della falange spezzata per sapere che il mio cuore le appartiene. E' lei che vedo sulla linea dell'orizzonte quando il sole tramonta, sospesa nella luce sanguigna e d'oro, prima che il buio divori ogni cosa. Il mare non è che il cielo capovolto, capace d'inghiottirla, e l'orizzonte la fune dell'equilibrista.
Forse, Mad, è la consapevolezza di quel buio pronto a divorarti che ti fa splendere d'una luce dorata: e ho paura che mentre le palpebre battono, tu scelga proprio quell'istante per svanire nel nulla, e non lasciare di te che un riflesso luminoso nel cuore.
(by leila)

mercoledì 26 maggio 2010

NORMA



Magistrali interpretazioni di questi due miti della lirica.


FRANCO CORELLI e MARIA CALLAS.



Il duetto "In mia man alfin tu sei " è probabilmente la miglior l'interpretazione di sempre,per la perfetta intervocalità e resa dei personaggi. Franco e Maria perfetta coppia di Pollione e Norma.

Bellini - Norma
Maria Callas, Christa Ludwig, Franco Corelli, Zaccaria, Teatro alla Scala, 1960

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CASTA DIVA - Maria Callas - (i commenti sono inutili)

Casta diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.
Tempra tu de' cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.



(by roy)
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(Inseriamo anche un brano di Leila intitolato Casta Diva.)
CASTA DIVA
Eppure, da te non volevo nulla
Fosti tu a sfidarmi, Atteone, portando una fanciulla nel bosco a me sacro e violandone il casto silenzio coi tuoi giochi d'amore.Un raggio di luna vi sorprese e vi rivelò al mio sguardo.
Trattenni con un gesto la muta ansimante dei cani dalle bocche feroci senza suono, come trattenevo il mio cavallo i cui zoccoli non hanno rimbombo. Amo il silenzio, Atteone, il candore della luna e del marmo, tutto quello che nulla contamina. Provo disgusto per il disordine confuso dei corpi: il vostro celebrato amore non è estetico, anzi è spesso francamente ridicolo.
Ancora posso capire fauni e centauri, che il lato bestiale condanna al goffo parossismo degli amplessi....
Ti accanivi su quella fanciulla, di tutto ignaro se non di te, poiché mi parve che lei non fosse che lo strumento che ti riportava ad un colloquio più intimo con te stesso, con le radici del tuo piacere, e mi pareva che una sì brutale prepotenza non potesse essere punita che con la morte.
Poi vidi gli occhi di lei, che mi parvero due pozze d'argento, annegati in un'estasi che mi turbò. Non so se provai pena o rabbia per quello sguardo di bestia mansueta, vinta...Il gesto imperioso scattato per indicarti ai cani deviò su di lei , che da me resa cerva fu sbranata, lacerata, fatta a brandelli dalla muta impazzita. Mi parve di avere castigato anche te, e ti lasciai andare. Non avresti dimenticato facilmente la cerva dagli occhi d'argento.
Né io dimenticai te. Non so quale corruccio segreto mi prese: volevo rivederti. Nel mio animo albergava un cupo scontento. Diventasti la mia preda. Più ti seguivo, meno capivo cosa si agitasse dentro di me. Ti spiavo bagnarti nelle acque notturne della sorgente, e un desiderio inconcepibile di sentire se il tuo corpo avesse la gelida freddezza del mio mi prese. Anelavo al calore. Mi chiedevo come fosse il tocco delle tue mani. Carezzavi il tuo cavallo con gesti lenti e affettuosi. Scoccai un dardo invisibile. Lo uccisi.
Ti vedevo negli alberi, nell'arco dei rami seguivo la curva delle tue braccia, nel vento tiepido sentivo il tuo alito. Soffrivo di un'arsura che solo la tua bocca poteva placare, e m'interrogavo sul mistero del bacio, morso d'un frutto che non sazia e di cui rinnova il desiderio...E poiché tutto sembrava farsi abbraccio e carezza, dormivo sulla nuda terra, attenta che neppure le mie mani diventassero le mani di Atteone. Ma pure la terra sulla quale dormivo mi ricordava la compattezza del tuo corpo.
Le nuvole disegnavano il tuo profilo. Volevo suoni. Restituii la voce ai torrenti e le corde vocali recise dei cani tornarono ad abbaiare, a ringhiare...E i torrenti chiamavano Atteone, Atteone invocava il corno da caccia, Atteone sentivo perfino nel latrato dei cani.
Eppure, da te non volevo nulla.
Avvertivi la mia presenza, mi sfidavi Mi scorgesti osservarti immobile, mentre, come ogni notte, ti bagnavi. Uscisti dall'acqua impudico, vestito solo della perfezione del tuo corpo, e la tua bellezza mi faceva male al cuore. Mi guardasti come si guarda una donna, non una dea.
Ridevi beffardo, sicuro di spegnere i fuochi d'orgoglio che rendevano così terribile il mio sguardo per darmi quegli occhi di bestia mansueta, vinta, che aveva la fanciulla che possedevi nel bosco.
Non sai quanto fosti vicino ad avermi. Ma sono una dea e il mio braccio scattò, indicandoti ai cani, perché mordessero, lacerassero, cancellassero nella tua carne il mio desiderio.
Potessero i cani divorare il mio cuore.
Nel silenzio del bosco dove tutto di nuovo tace, ombra tra ombre cavalco la notte. Rabbrividiscono i pastori e tacciono. Artemide è una dea feroce.
(by leila)

MACKIE MESSER


Die Moritat von Mackie Messer (in italiano "La ballata di Mackie Messer") è il titolo di una canzone con musiche del compositore Kurt Weill su testo di Bertolt Brecht.
Fu scritta nel 1928, quindi venne inserita appositamente nella commedia satirica L'opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper) (che inizialmente non prevedeva l'inclusione del brano), diventandone il pezzo-simbolo.
Nel 1954 il brano venne tradotto in lingua inglese con il titolo Mack the Knife da Marc Blitzstein e portato al successo da cantanti come Louis Armstrong e Bobby Darin, in una particolare cover in chiave swing.
Nel 1960 Ella Fitzgerald, durante un concerto a Berlino, a un certo punto della canzone dimenticò le parole del testo e fu costretta a improvvisare. La performance venne giudicata talmente riuscita da far guadagnare all'artista un Grammy Award.
Il brano di Weill-Brecht è divenuto uno standard jazz/swing fino ad entrare stabilmente nel repertorio di Frank Sinatra, e tanto da essere interpretato da nomi come Milva, The Doors, Tony Bennett, Marianne Faithfull, Sting, Nick Cave, Brian Setzer, Kenny Garrett, Lisa Stansfield, Robbie Williams e Michael Bublé.
Il brano è stato registrato anche dal sassofonista Sonny Rollins nel 1956 nell'LP Saxophone Colossus, col titolo di Moritat.

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Vari interpreti

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Text: Bertolt Brecht

Musik: Kurt Weill

Und der Haifisch, der hat Zähne
Und die trägt er im Gesicht
Und MacHeath, der hat ein Messer
Doch das Messer sieht man nicht
An 'nem schönen blauen Sonntag
Liegt ein toter Mann am Strand
Und ein Mensch geht um die Ecke,
Den man Mackie Messer nennt
Und Schmul Meier bleibt verschwunden
Und so mancher reiche Mann
Und sein Geld hat Mackie Messer
Dem man nichts beweisen kann
Jenny Towler ward gefunden
Mit 'nem Messer in der Brust
Und am Kai geht Mackie Messer,
Der von allem nichts gewußt
Und die minderjährige Witwe
Deren Namen jeder weiß
Wachte auf und war geschändet
Mackie welches war dein Preis?


Refrain


Und die einen sind im Dunkeln
Und die anderen sind im Licht
Doch man sieht nur die im Lichte
Die im Dunklen sieht man nicht
Doch man sieht nur die im Lichte
Die im Dunklen sieht man nicht
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(by George)

lunedì 24 maggio 2010

ERIK SATIE - JE TE VEUX


Erik Satie, (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)



Erik Satie trascorse la sua infanzia tra la Normandia e Parigi. Satie abbracciò la religione cattolica ed entrò nel 1879 in conservatorio, ma i suoi professori lo screditarono presto, rimproverandogli lo scarso talento. Nel 1885 decise quindi di arruolarsi in reggimento di fanteria.
Capì in fretta che l'esercito non faceva per lui, e alcune settimane più tardi si espose volontariamente al freddo, ammalandosi di congestione polmonare e facendosi riformare. Nel 1887 si trasferì a Montmartre: in questo periodo cominciò una lunga amicizia con il poeta romantico Patrice Contamina e fece pubblicare le sue prime composizioni poetiche da suo padre. Nel 1890 traslocò al numero 6 di via Cortot a Montmartre, dove frequentò la clientela artistica del locale Le chat noir e conobbe Debussy. Nel 1891 aderì all'Ordine cabbalistico dei Rosacroce fondato da Joséphin Péladan e Stanislas de Guaita. In qualità di capo di quest'ordine, compose la Sonneries de la Rose+Croix, les fils des étoiles.
Dal 1892 compose le sue prime composizioni musicali e, nel 1893, iniziò una relazione con la pittrice Suzanne Valadon.
Il periodo più fecondo di Satie fu quello modernista, che inizia nel 1905 quando il compositore si trasferisce a Parigi e conosce il poeta Jean Cocteau con cui, insieme a Picasso, comporrà, scriverà e realizzerà il balletto d'ispirazione cubista Parade; Satie e Cocteau diventarono fra gli animatori principali del Gruppo dei Sei. Le composizioni di questo periodo sono definite da Satie stesso «musique de tapisserie» ("musica da tappezzeria") e rappresentano una satira molto forte contro l'accademismo e la musica dotta (si ricorda che Satie era un noto pianista di cabaret) che culmina anche nei balletti, alcuni dei quali ebbero strascichi in tribunale dopo la prima.
La scrittura musicale di Satie era del tutto originale: in Parade, ad esempio, Satie usa suoni molto innovativi come sirene, macchine da scrivere ed altri effetti sonori non tradizionalmente musicali; scrive brani difficilmente inquadrabili nei generi conosciuti come le celebri tre Gymnopédie e sei Gnossienne; sperimenta nuove forme del suono ed inventa di fatto la tecnica del piano preparato inserendo per la prima volta degli oggetti nella cassa armonica dello strumento nell'opera Le Piège de Méduse; compone inoltre anche il brano più lungo della storia, Vexations, composto da trentacinque battute ripetute 840 volte per una durata totale di circa venti ore[1]
Erik Satie morì a 59 anni di cirrosi epatica il 1 luglio del 1925.
La stravaganza di Satie
Satie fu in vita un personaggio dalle pose originali e dai comportamenti bizzarri, spesso sottolineati dai cronisti del tempo. Visse in un appartamento chiamato da lui "l'Armadio", composto da due stanze, di cui solo una utilizzata pienamente, mentre l'altra era chiusa a chiave; il contenuto di questa venne scoperto solo alla morte dell'artista: conteneva una collezione di ombrelli di vari generi a cui lui teneva così tanto che non li usava. Satie era inoltre fissato con l'abbigliamento, in particolar modo per i completi in velluto: ne possedeva tantissimi (tutti uguali).
Una delle numerose idee fisse di Erik Satie era il numero tre, un'ossessione mistica; forse una reliquia del simbolismo trinitario associato all'Ordine cabbalistico dei Rosacroce, del quale Satie aveva fatto parte in gioventù. Molte delle sue composizioni sono raggruppate in cicli di tre, e tra queste le Trois Gymnopédies del 1888.
Jack-in-the-box è un balletto composto nel 1899, quando Satie conduceva una vita bohémienne durante la belle epoque; il soggetto gli venne fornito da un amico che abitava nel quartiere di Montmartre. Il manoscritto, che Satie credette sempre di aver perduto in un autobus, venne ritrovato soltanto dopo la sua morte; Darius Milhaud, uno dei rari amici col quale Satie non litigò mai, riuscì a recuperarlo e più tardi lo orchestrò. La belle excentrique (composizione per orchestra) invece si riferisce alla bella "eccentrica", la ballerina Caryathis, immortalata da uno splendido poster di Léon Bakst.
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"JE TE VEUX"


The song was registered on November 1902, but some argue it had actually been composed in 1897. Satie composed various versions of the Je te veux waltz, this being the piano version.
The melody was performed to the public in 1903 at La Scala. -------------------------------------------------------------------------------------------
Una famosa melodia evocativa da meditazione (solo piano)
(by roy)

LE AVVENTURE DI MADEMOISELLE - GIORNALE DI BORDO



37 - (Giornale di bordo di Mouse Gustave: uno per tutti, tutti per uno.)

Qui a bordo della Milady siamo stati, per così dire, con le vele abbrunate dopo lo smacco della presunta cattura di Monsieur Théodore, che invece era, come ha spiegato Uncino alla sua ciurma di tardoni ( non a caso Tardon è il più brillante, figuratevi il resto ) l’odiosa Cercueil.
Chiariamo subito che questa creatura imperativa non è brutta, e vecchia neppure; sta sospesa in quel momento prodigioso in cui la rosa è al culmine del suo sboccio, prima di cominciare lentamente a perdere il suo splendore.
Nel caso della Cercueil il suo fascino è sinistro, un drago che si trasforma in sirena, ma nelle pupille verdi e inquietanti il rettile lo si vede benissimo, sicché quando è sbarcata in pompa magna sulla Milady per chiarirsi con Uncino ( nei limiti in cui possa chiarirsi un tal oscuro personaggio ) mi ha fatto lo stesso effetto che se avessi assistito all’arrivo a bordo di Gaston Breil in crinoline.
E del resto è parso subito lampante che, proprio come Gaston, Uncy se lo sarebbe pappato su due piedi. Il capitano è piuttosto belloccio, e benché sia abbastanza al disopra dell’età prediletta dalla Cercueil, è chiaro che le va parecchio a genio. Come si è visto questa dama “parla sporco”, come dicono i ragazzi, ed è piuttosto volgaruccia, quindi immagino che si dica in cuor suo che “Uncino l’attizza”, mentre è chiaro che il nostro pirata ha al suo cospetto un invisibile spegnitoio in mano.
La ciurma, gelosa del suo capitano, mal vede le manovre della minacciosa gentildonna, e del resto mal vede le donne, gentili o meno, a bordo, e non solo ( con qualche eccezione ).
Pato de Borracho ha dato voce al pensiero di tutti gracchiando, mentre lei metteva piede a bordo: Benvenuta vecchia baldracca!
La frase era chiarissima, e la Cercueil ha urlato: Lo voglio allo spiedo! specificando che l’avrebbe spiumato di persona, per farsi un ventaglio, prima di rosolarlo da vivo, col ginepro, a fuoco lento. Uncy, rosso per la confusione, ha giurato che la povera bestia avesse gridato: Benvenuta sulla vecchia baracca! ma la cosa è parsa tirata per i capelli.
Il nostro pappagallaccio intanto volava sul castello di prua, invitando la Cercueil ad espletare delle funzioni fisiologiche naturali per quanto di natura privata, “ Ma va’ a c……”, e qui Uncino è rimasto muto, non gli è venuto in mente di dire alla Cercueil che essendo Pato stitico e soffrendo molto della cosa, aveva lanciato alla dama quello che a tutti gli effetti era un augurio, dal suo punto di vista...
I due hanno pranzato in cabina, dopo un giro turistico della Milady tirata a lucido per l’occasione, e la cosa non è piaciuta ai ragazzi, che volevano tenere d’occhio il loro adorato capitano. Temevano per la sua vita, o per la sua integrità.
Per cui il pranzo è stato una specie di commedia, con tutti che entravano e uscivano dalla cabina senza lasciarli un attimo soli, e così rapido era il cambio dei piatti che la strega non ha fatto in tempo a mangiare niente. Non sapeva se essere lusingata o furibonda, ogni secondo arrivava qualcuno con una nuova pietanza, un vino diverso, e chi portava un ventaglio ( ripescato dalle reliquie di Dudulle) giurando che era stato fatto con le penne dell’odioso perrochetto, ( messo in salvo per l’occasione, col becco imbavagliato ) e chi s’informava della temperatura della cabina, alla fine perfino Uncy aveva spalancato due occhi come uova al tegamino in quella sarabanda infernale.
Pat O’ Hara stava alle spalle della dama come l’ombra di Banco pronto a tirarle il collo, ma ufficialmente a prevenire ogni suo desiderio, e i piedoni bernoccoluti di Pepé le Couteau spuntavano da sotto la tenda. Colpiti da un buon pestone di Tardon, si è udito un guaito, attribuito prontamente da Uncy allo scricchiolio del pavimento, ma dopo un po’ sono rispuntati gli allucioni come due lumache la notte di S. Giovanni. A fine pasto, per così dire, il Capitano ha ordinato a tutti di sparire, dovendo discutere con la Cercueil di cose riservate, al che i ragazzi hanno ubbidito di malavoglia.
Nel frattempo Camille ed io ci imbarcavamo per raggiungere di nascosto la nave della Cercueil e frugare nella sua cabina alla ricerca di qualcosa che potesse rassicurarci, in primis l’esistenza reale del baule di dobloni, poiché sapevamo che, da vera filibustiera, Madame aveva tirato dei gran bidoni a tutti.
Per circa un’oretta o forse due non è accaduto nulla, come ci hanno detto poi i ragazzi, ma ad un certo punto si son sentiti degli squittii inorriditi. Ora, avendo io firmato con loro una tregua di tre giorni per fronteggiare il nemico comune, e trovandomi tremante ma risoluto a bordo della scialuppa in missione verso la nave corsara della Cercueil, non risultavano esserci altri topi a bordo.
La ciurma ha fatto irruzione nella cabina come un sol uomo, trovando l’inverecondo spettacolo della Cercueil “orribilmente ignuda, come ha raccontati Pepé, ma con stivali e frustino a portata di mano ( frustino che portava sempre con sé, per punire i suoi uomini, e non solo )”, la quale di spalle faceva dei gran balzi verso il nostro capitano, sull’armadio con le gambe penzoloni, dalle quali mentre lui scalciava, tentava di tirare via le braghe preziosamente ricamate.
Un attimo prima l’avevamo dal corridoio sentita minacciare: Perché non vuoi farti frustare il deretano, brutto imbecille? C’è caso che ti piaccia, e senz’altro piace molto a me…”
Il cuoco, Patibulaire, prontamente accorso con i ragazzi, un omaccione di due metri, si era fermato brandendo un coltellaccio da cucina a due passi da lei, rosso d’indignazione:
- Il capitano non vuole! ha strillato . Se non vuole è violenza!

La Cercueil, invece di mortificarsi, si è avventata col frustino contro di lui, colpendolo forsennatamente: Brutto bestione, vuoi che ti strappi le palle? ( Chiedo scusa, ma la Cercueil “parla sporco” ).
Uncino intanto si era messo in piedi sull’armadio, e si tirava su le braghe tutto scosso, invitando tutti alla calma, s’era trattato d’un malinteso…
- Macché malinteso, ha strillato Pepé,questa vuole.... e qui, poiché le suore Baffone erano severissime, si è guardato bene dal dir cosacce, ma si è prodotto in un gesto eloquente per nulla raffinato e piuttosto illustrativo, che ha fatto incavolare ancor di più la Madama, che gli ha spedito un calcio proprio nei gioielli che voleva strappare a Patibulaire.
Ora si pensi, e dico solo questo, che Patibulaire porta al collo montato in oro un dentino di latte di Pepé e capirete che, se si era fatto staffilare dalla strega senza batter ciglio, a vedere l’adorato piegato a metà piangere per il dolore, non ci ha pensato due volte ad acchiappare di brutto la Cercueil, sedersi e somministrarle una tale sculacciata con le sue manone grandi come le pale d’un mulino a vento, che il pregevole didietro della Cercueil è diventato color cremisi, giustamente, perché pare che quello sia un vezzo d’una specie di scimmie nella stagione degli amori.
Questa urlava cose che i ragazzi si sarebbero vergognati di dire, e certe erano così sofisticate che ci voleva giusto la Cercueil per immaginarsele.
A questo punto si è visto un proiettile scaraventarsi sulla forsennata, e Isadora coprire di morsi e graffi la malcapitata, tirandole i capelli con tutte le sue forze, mentre si sentiva sempre più forte un suono d’acque agitate, ed era lo sbattere ritmico della coda di Gaston Breil che diceva:
- But-ta-te-la di –sot-to!, dove lui aspettava goloso e speranzoso con le fauci spalancate.
Uncino commosso urlava: Maman non sporcarti a toccarla! con grande imbarazzo generale, perché mai prima d’allora aveva chiamato Maman Isadora in pubblico, e la scimmia fermandosi gli ha rivolto uno sguardo così amoroso che il Capitano è sceso a volo ad abbracciarla, e così stretti sono usciti dalla cabina, mentre lei gli sussurrava parole di consolazione.
Frattanto la Cercueil era riuscita a divincolarsi, e minacciava tutti roteando il frustino, pazza di rabbia, senza pensare a coprirsi.
In quel momento Camille ed io, tornati a bordo, abbiamo fatto irruzione sul luogo della tragedia, e a quel punto è stata la Cercueil con grandissimi strilli a chiedere aiuto balzando con insospettate virtù atletiche sull’armadio ( e mostrando a tutti quel che proprio non si dovrebbe, non in pubblico almeno ) mentre puntava balbettando un dito verso di me.
Mi sono guardato inorridito alle spalle, ma non ho visto nulla. Con stupore ho realizzato che per lei il mostro ero io!
Camille le ha imposto di scendere subito, e lei ha risposto che sarebbe scesa con qualcosa che visibilmente non aveva, ma poiché “parlava sporco” abbiamo capito che era un modo per dissentire. Con una pertica le abbiamo porto i vestiti perché si ricoprisse, in particolare le sue parti invereconde provate dalla sculacciata e dalle spine, e nel frattempo l’abbiamo bandita dalla nave.
- “Il vostro capitano vi impiccherà quando scoprirà che con me spariscono i dobloni!”
A quel punto Camille indignato le ha detto d’essere stato con me nella sua cabina, e di aver visto i famosi dobloni scintillare nel buio dal baule.
La scritta Nestlé ci aveva messi in sospetto, non conoscendo paese alcuno con quel nome: ma l’odore squisito aveva spinto me a sfidare il pericolo, scoprendo che i dobloni, pur deliziosi, certo non erano d’oro…
Infatti, ha detto la Cercueil, sardonica, sul contratto “d’oro” non c’era scritto…
Un coro di Buuuuuuuuuuuuu! Vergogna! l’ha fatta tacere.
Abbiamo scoperto così che Madame non solo “parla sporco”, ma “gioca sporco” pure.
L’abbiamo sistemata sommariamente vestita sulla scialuppa su cui era venuta, legata e bestemmiante, e oscillava come certi pupazzi con la parte inferiore rotonda, per via del sedere a mongolfiera ( che non era rientrato nei mutandoni di pizzo, e a cui un po’ d’aria fresca non poteva che far bene ).
Il coccodrillo la seguiva sbattendo il muso per la golosità. Non dubitavamo che sarebbe riuscita a liberarsi e a salvarsi: i vilains si salvano sempre!
Allo scopo di scongiurarne la vendetta, abbiamo giurato di tenere segreti questi accadimenti, che la vedevano imbrogliona e beffata. La Cercueil teme pazzamente il ridicolo!
Alla prima cannonata contro la Milady, l’abbiamo ammonita, sarebbe partito un dispaccio per il Gazzettino dei Sette Mari, un giornaletto di pettegolezzi seguitissimo da noi corsari, che aveva distrutto la carriera e l’onorabilità di più d’uno.
In serata abbiamo organizzato una bella festa, con tutto quello che la Cercueil e il Capitano non avevano spazzolato a pranzo.
Uncino, dapprima timoroso di rappresaglie, è apparso alla fine convinto che s’era agito per il meglio.
A Isadora, “una madre per me, è giusto che lo riconosca finalmente”, il capitano ha offerto i gioielli che la Cercueil in preda a brame amorose s’era tolta, nonché il ventaglio recuperato ch’era stato di Dudulle.
Festeggiato Pato, liberato dal bavaglio, e distribuzione dei dobloni sequestrati.
La festa è stata bellissima, alla fine i ragazzi hanno ballato tra loro e col Capitano, che ci ha cantato molte belle liriche del “ divino Englièses che tanto ci ha celebrati “, come ha detto, “come pirati e come signori”, accompagnato da alcuni dei ragazzi che suonano qualche strumento.
Camille ed io, davanti a un buon bicchiere di porto, ci saremmo rifatti più tardi con le musiche di Cimarosa, suonate da entrambi. Camille se ne imbarazza, ma suona l’oboe divinamente.
Più tardi osservavo la luna tonda brillare nel cielo, e mi chiedevo se le macchie scure non fossero dei miei colleghi all’assalto. L’ho detto a voce alta, e Camille mi ha chiesto perplesso:
- All’assalto della luna?
- Perché no? ho risposto. A me sembra una bella forma di formaggio. A proposito, tirane fuori un pezzo, magari con del lardo, di quello che abbiamo sgraffignato a Patibulaire…
Ero straordinariamente sereno. Più tardi ,dopo la musica, ho pensato che Camille, per la prima volta, mi avrebbe battuto a Peppa sporca.
Bisogna essere generosi quando si è felici.
(by leila)
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Tutta la ciurma,uomini ed animali,in azione in un'avventura a richiesta dei lettori,come seguito della precedente,post "Camille due"

ODILON REDON


Odilon Redon (Bordeaux, 20 aprile 1840 – Parigi, 6 luglio 1916)
Nel 1855 cominciò i suoi studi di disegno, attratto in modo particolare dalle opere di Eugène Delacroix, e nel 1860 cominciò a esporre al Salon des Amis des Arts di Bordeaux.
Nel 1864 si trasferì a Parigi dove entrò in contatto con Gustave Moreau: fu in questo periodo che Redon si avvicinò alle tematiche simboliste, arrivando alla conclusione che la vera dimensione dell'arte è il sogno, che permette all'artista l'esplorazione di un fantastico mondo interiore.
In contrapposizione al contemporaneo impressionismo, Redon rifiutò, nelle sue prime creazioni, l'uso del colore, privilegiando i disegni e le litografie, che espose al Salon dal 1867 al 1889.
I suoi artisti preferiti (Francisco Goya, Edgar Allan Poe, Charles Baudelaire) e le sue amicizie (Paul Gauguin, Stephane Mallarmé, André Gide) collocano Redon nell'ambito di quel simbolismo del quale fu un precursore e uno dei più autentici rappresentanti in campo figurativo.
Nella sua produzione s'intrecciano miti classici e orientali a temi tipici del suo tempo, pieni di ambiguità basata sullo strano, sul bizzarro, sul chimerico e sul grottesco che non mancò di suscitare l'interesse dei surrealisti; ma fu soprattutto l'amicizia col poeta Stephane Mallarmé che permise a Redon di ampliare ed approfondire in chiave decadente i temi dei suoi dipinti.
Il 1º maggio 1880, a 40 anni, sposa Camille Falte, una creola originaria dell'Ile-Bourbon (in seguito sarà ribattezzata isola di Réunion), alla quale fu estremamente legato, e che lo aiuterà curando i rapporti con la stampa ed i mercanti d'arte.
Nel 1886 espose all'ultima mostra degli impressionisti, ormai tale solo di nome.
A partire dal 1889 mise in secondo piano i disegni e le litografie per dedicarsi maggiormente alla pittura, usando gli oli, i pastelli e gli acquerelli, per far scaturire l'irrazionale e il mistero dai più semplici soggetti, spesso da un semplice mazzo di fiori.
Legato a questo tema vi fu la profonda amicizia col botanico Armand Clavaud, che lo indirizzò verso le teorie di Charles Darwin e gli trasmise la passione per i fiori, e col pittore Henri Fantin-Latour; ma mentre l'approccio di quest’ultimo è fondamentalmente realistico, Redon filtra la realtà attraverso la memoria e l'immaginazione, dando alla sua composizione una valenza evocatrice che va al di là dell'aspetto esteriore dei fiori.
Negli anni successivi Redon ritornò regolarmente su questo tema e a partire dal 1900 inserì le nature morte floreali, da sole o sullo sfondo di altri quadri, in tutte le esposizioni a cui prese parte.
Questi dipinti, che testimoniano la sua predilezione per il sogno e la fantasia, furono i primi ad avere una certa popolarità al di fuori degli ambienti delle avanguardie simboliste.
Nel 1889 conobbe il gruppo dei pittori Nabis: dopo la partenza di Paul Gauguin per la Polinesia, i nabis cercarono il loro nuovo maestro in Redon, considerandolo uno dei precursori del simbolismo.
In questi anni partecipò alle mostre del gruppo Les XX a Bruxelles e a numerose esposizioni in Francia e all'estero, tra cui l'importante retrospettiva del 1904 al Salon d'Automne.
Redon morì a Parigi il 6 luglio 1916.
Redon viene citato da Leonardo Sciascia nel romanzo Todo modo.

(ofelia)

(il carro di Apollo)
(vaso turco)

(violette heinmann)

(budda)
(pegaso)


(jeunes filles)

(sita)
(flowers clouds)