lunedì 20 dicembre 2010

A DOPO


Saluti e auguri ai nostri amici lettori e bloggers,ci rivediamo il 7 gennaio. Passate giorni sereni.


leila,johnny doe,lady yoko,roy,lady ono,george,corrado

CARMELO BENE-GIORGIO MANGANELLI










Da "Le interviste impossibili", trasmissione Radio Rai 1973-1975. Giorgio Manganelli incontra Tutankhamon (Carmelo Bene). Regia di Sandro Sequi. Intervista trasmessa il 30 luglio 1974

giovedì 16 dicembre 2010

SUTTREE


CORMAC MCCARTHY
SUTTREE



Il capolavoro di Cormac McCarthy, un romanzo spesso paragonato a quelli di Joyce, Steinbeck e Faulkner.
Un’odissea della precarietà e della miseria, la discesa agli inferi, e la «rinascita», di un alcolizzato solitario che vive sulle rive del Tennessee negli anni '50.
Pubblicato, dopo vent’anni di lavoro, nel 1979, è il libro piú commovente di Cormac.

Cornelius «Buddy» Suttree è un uomo sulla trentina. Vive in una decrepita casa galleggiante sul Tennessee ancorata nei dintorni di Knoxville, ogni tanto pesca qualcosa per guadagnare giusto il necessario a sopravvivere. La sua unica ambizione sembra essere quella di bere, tanto da essere fermato spesso per ubriachezza molesta. Eppure non è sempre stato cosí: Suttree viene da un passato di privilegi fino a quando non ha ripudiato la famiglia benestante, gli agi in cui è cresciuto, una moglie e un figlio.
Il romanzo prende le mosse dall’uscita di prigione di Suttree (è stato un anno dentro per un furto in una farmacia) e racconta della sua vita accanto ai balordi e agli esclusi del Sud degli Stati Uniti: «ladri, derelitti, puttane, bari, ubriaconi, truffatori, accattoni, assassini, pervertiti e tutta un’infinita varietà di debosciati».
Tra questi spicca Gene Harrogate che Suttree ha incontrato in prigione, un vagabondo «che non ha mai fatto una doccia in tutta la sua vita», un personaggio indimenticabile, ingenuo e amorale allo stesso tempo, deciso a «conquistare» Knoxville o morire provandoci.
Cosí, la storia di Suttree – che ha i tratti caratteristici di molti eroi di McCarthy: un solitario impenitente, vittima di un isolamento per molti versi incomprensibile – si converte nel ritratto di una vita anonima, senza compromessi, che gode dell’esistenza nelle sue forme piú dure, dove momenti di puro lirismo si alternano a una riflessione sull’identità e l’esistenza.
Grazie a una struttura narrativa semplice, costruita con episodi che lasciano un’impronta indelebile nella memoria, questo romanzo – che è stato paragonato all’Ulisse di Joyce per la densità della sua prosa e alle Avventure di Huckleberry Finn per l’onnipresenza del fiume – è la conferma di quanto Cormac McCarthy sia a pieno titolo un classico della narrativa contemporanea.


(Traduzione di Maurizia Balmelli)
-------------------------------------------
Dialoghi fitti e scarni, percorsi da un sarcasmo corrosivo, si alternano a lunghi momenti descrittivo-riflessivi ,che scorrono lenti e tracimanti, ricolmi di verità struggenti e incredibili come le acque del fiume sul quale abita e sopravvive Suttree.
La narrazione è spesso intricata come la vegetazione che infesta le rive del fiume. Il fraseggio è greve e intriso di spossatezza. Ciò che affiora in tali intervalli narrativi,crudi ma al contempo paradossalmente sublimi, è la realtà quotidiana, la sinfonia dei suoi ricordi rimossi, le sue turpi tracce e i suoi tormentosi lamenti. Suttree, pescatore di relitti umani e di scorie della civiltà post industriale, è soggetto metaforico, alter ego fittizio dello stesso McCarthy: entrambe si ritagliano uno spazio angusto e poco confortevole lontano dalle tragedie proprie e altrui, per poter continuare a godere dello spettacolo pur miserabile del mondo; entrambi fanno emergere, con la calma dolente di chi ha compreso la vita, brandelli amorfi e rigonfi di storie ingloriose dalle “acque” infide dell’esistenza.
Non è un libro per tutti, McCarty in due righe arriva al cuore ma bisogna sedersi e ascoltare con calma perchè già le meravigliose pagine introduttive ti fanno capire che non sarà un libro comune.
Pochi autori hanno la capacità di rendere così bene le descrizioni dei luoghi , è una scrittura molto evocativa, piena di similitudini azzeccatissime e metafore che sfiorano la poesia, ma ad un ritmo lento, come lo scorrere del fiume Tennessee.
McCarty racconta la vita di una desolata piccola cittadina americana , triste, sporca, dimessa, sembra un orifizio del mondo, attraversato da un fiume malsano su cui protagonista fa il pescatore .
I personaggi che abitano questa cittadina sono degni di tanta pochezza, uomini macilenti e disillusi, ubriaconi, violenti, folli, che si trascinano da un posto all'altro ognuno con il proprio fardello di disillusioni e rabbia, come se vivere fosse una condanna da scontare senza possibilità di scampo. Il fiume Tennessee è il simbolo della vita che scorre e va avanti,lentamente,tra gli avanzi del mondo, che ti nutre ma reclama il suo tributo di sangue,il tutto a dispetto delle singole vite dei personaggi per i quali sembra che niente cambi mai.
Lo stesso protagonista è un uomo che ha scelto di esiliarsi in questo luogo e vive alla giornata, partecipe delle piccole grandi tragedie che lo circondano ma in modo disincantato quasi avesse la consapevolezza di non avere le carte per cambiare il corso della "partita".
L'unico personaggio che pare avere iniziativa e volersi scrollare di dosso tutta quell'apatia è un giovane pazzo, come se solo la follia potesse dare la speranza e soprattutto la gioia di vivere e farci credere che non siamo marionette ma il burattinaio della nostra esistenza.
Questo romanzo di McCarty è l'antitesi di tanti libri che leggiamo sul grande sogno americano dove tutto è possibile , dove anche il più piccolo può diventare il più grande, Suttree e i suoi "amici" non ci credono più

domenica 12 dicembre 2010

UNA NOTTE,D'AUTUNNO

Ancora è come il pulsare di una lontanissima stella, eppure questa luce nascosta nell’oscurità del mio ventre illumina lo sguardo e il sorriso riflessi nello specchio. E’ una ragazza quella che vedo specchiarsi, il corpo che nulla ancora rivela ha il tratto svelto e flessuoso della giovinezza, nella stanza in penombra potrei avere vent’anni.
Ti aspetto, come sempre, e mi vedrai questa luce negli occhi , vi leggerai un segreto che aspetta solo di svelarsi nel riso, mentre mi scompigli i capelli e mi rovesci sul letto, con l’impeto giocoso che io sola conosco. M’incalzerai di domande, ridendo anche tu e immobilizzandomi per disperdermi i capelli. “Fa’ piano”, dirò, “fa’ piano...”
Ti fermerai, perplesso, con una luce di preoccupazione negli occhi: “Ma stai bene?” mi chiederai, ora serio, ed io ti rassicurerò...
Ma non conosco il viale autunnale che percorriamo a passo svelto, un viale che attraversa la campagna, forse una strada provinciale fiancheggiata da platani dove i nostri passi affondano in un tappeto di foglie rossicce, e io fatico a starti dietro.
La luce è bassa, radente, siamo nell’attimo in cui in un istante cala la sera, il rosso del cielo trascolora nel violetto, la strada è silenziosa e deserta e tu, immerso nei tuoi pensieri, mi precedi veloce senza far caso alle mie parole.
Non è questo momento di parlarti del mio segreto, non ora che tu sei distante come la prima stella che brilla nel cielo violaceo, adesso taccio e non senti le parole che la mia voce non dice, ma che il cuore ti grida. Altre cose ti chiamano altrove, e il mio frammento di luce mi sembra un pezzo di vetro. Non è questo il momento. Non adesso, non ora.
Forse ti ho perduto in questa zona della città che non conosco. Forse, potrebbe essere la vecchia piazza di Les Halles, o San Lorenzo. E’ sera, una folla festosa passeggia per strada, ci sono luci e una specie di mercato, misero quanto colorato, con una giostrina malinconica, e anche la folla adesso sembra vestita di stracci, di ritorno da qualche festa di Carnevale, o d’ultimo dell’anno, e c’è qualcosa di patetico in quel residuo d’allegria, per terra cocci e giornali che il vento solleva. Una grande chiesa, ora sconsacrata, si affaccia sulla piazza, ed è quella la mia meta.
E’ la casa dei miei. Oltre l’interno della chiesa, che è buio ma irradiato da centinaia di candele, c’è un giardino coperto, illuminato a giorno. Una splendida tavola è imbandita.
Mi sorprende il viola cupo della tovaglia damascata, e avvicinandomi mi accorgo che gli iris e le viole sono appassiti nei bei vasi, così come i piatti d’argento sono anneriti e tutto mi comunica un senso di disfacimento e di morte. Perfino i dolci coloratissimi rivelano tracce di muffa o sembrano vicini a decomporsi, sicché esco di corsa, a mani vuote, pensando che avrei voluto allestire una cena bellissima per il mio annuncio, portando le cose più belle da casa mia, e non avevo potuto prendere nulla.
Le strade, uscendo, sembravano confondersi ed io mi sentivo smarrita.
Non ricordavo il numero di telefono di casa, e neppure quello del tuo cellulare. I telefoni stessi erano fuori uso, le luci cominciavano a spegnersi e non incontravo più nessuno in quella che era ormai una corsa affannosa per ritrovare la strada della nostra casa.
Eccomi ancora nella nostra camera da letto, non una delle stanze che abbiamo avuto davvero, una che non esisteva che nel sogno, e lì, penosamente, cercavo di scriverti una lettera.
Sì, penosamente, perché non c’erano penne, e quella che avevo non scriveva, le parole poi scivolavano sulla carta, mentre era terribilmente importante che io ti dicessi prima che tu partissi quale meravigliosa cosa ci era accaduta, e se non ci fossi riuscita ti avrei dato da leggere la mia lettera, e tu ne avresti riso, come facevi davvero: “Caro Enrico”, mi dicevi leggendo, e sapevo che mi prendevi in giro affettuosamente citandomi De Amicis.
Poi lo sguardo mi cadeva su un biglietto che non avevo visto prima.
Poche righe: “Parto, ho un appuntamento che non posso rimandare...”Non ti dirò il mio segreto, e non rideremo insieme. Non mi scompiglierai i capelli e non faremo l’amore. Non festeggeremo la bella notizia, e del resto in verità non c’è niente da festeggiare.
Di questo triste sogno non resta che lo smarrimento di quelle immagini così vere di un luogo dove io torno a vagare ogni notte, e il tuo appuntamento, che davvero non potevi rimandare.


(by leila)

giovedì 9 dicembre 2010

THE ROAD


C’è stato un tempo non lontano, in cui i romanzi di Cormac McCarthy narravano di cowboy moderni, o meglio di personaggi che portavano in corpo i resti di un’epoca valorosa ma che però si trovavano a vagare in un mondo proiettato altrove, sperduto, tra un confine irriconoscibile e un’identità prevaricata dalla violenza.Piegando in questo modo il mito americano con la sua forza narrativa, McCarthy proponeva una metafora cruda, spietata, della società attuale e per questo ha goduto della considerazione di una critica che lo ha assunto giustamente ad uno dei massimi autori dei nostri tempi.
In questi casi generalmente per uno scrittore diventa difficile progredire, continuare a far camminare in avanti la propria opera. È facile che spesso si ripeta, come se avesse esaurito il filone da lui scoperto e ancora si ostinasse a percorrerlo. Sono in pochi, pochissimi, quelli che riescono a far crescere ancora la propria scrittura.
Cormac McCarthy ci è riuscito con “La strada” che avanza di un gradino rispetto ai precedenti, compreso l’ultimo splendido “Non è un paese per vecchi”.
------------------------------
LA STRADA
L'umanità è rimasta decimata e ridotta ad uno stato di vita primitiva, totalmente priva di qualsiasi risorsa energetica e tecnologica.Un uomo e un bambino,un padre e un figlio, viaggiano tra le rovine dirigendosi a Sud ,verso il mare, fuggendo dalla morte, dal buio, dalla fame,dal freddo e dalla violenza dei propri simili.
In questa desolazione,rimane solo il rapporto tra padre e figlio, ridotto ai minimi termini .
In un ambiente dove l'uomo è ritornato alla condizione di homo hominis lupus, lo stile scarno di McCarthy si fa ancora più essenziale, intriso di un’epica che soffoca qualunque retorica da fine del mondo e lascia emergere solo quelli che sono i bisogni più profondi dell’essere umano.
L'uomo ridotto ai bisogni primordiali,il cibo,la difesa,la protenzione del gruppo,in questo caso il figlio bambino.Come le madri animali che devono allevare i cuccioli finchè non ce la faranno da soli,il padre non può sottrarsi a questo dovere.
Un compito istintivo e ineludibile della natura che,insieme all'innocenza del bambino e alle sue domande esistenziali,lo salvano dal precipitare anch'esso nella barbarie.
Non ci sono sovrastrutture,spazio e tempo diventano concetti vaghi,esiste solo un presente minaccioso e uno spazio indefinito senza più alcun riferimento.
Ogni differenza culturale è stata distrutta,anzi non esiste più nessuna cultura.
Una pura riduzione alla natura,ai bisogni primari.
Ogni pagina suscita in noi sgomento,un senso di una inarrestabile deriva,di barbarie umana,della riduzione a bestia dell'umanita,pericolo sempre presente in certe condizioni.
Barbarie riscattata dal fatto che l’uomo e il bambino portano dentro di sè “il fuoco” e il ricordo di una donna, quasi a dire che in ultimo a mantenerci in vita è solo ciò che abbiamo impresso nel cuore. Tutto il resto è cenere.
L’uomo si è distinto dagli animali quando ha scoperto il fuoco.
Novelli prometei:
"ce la caveremo,vero papà?sì,ce la caveremo e non succederà niente di male.Esatto.Perchè noi portiamo il fuoco.Sì,perchè noi portiamo il fuoco."
Nonostante paura,morte e depressione che il racconto suscita,c'è ancora una luce: l'umanità del bambino innocente e la speranza insita in ogni viaggio,di trovare un approdo sicuro,solo che qui non si tratta di gusto dell'avventura, ma di vita o di morte.
Anzi l'approdo,per ironìa, è proprio l'oceano...al sud,lontano dalle bande di cannibali e dal gelo incombente e per trovar altri come loro.
Una straziante odissea della disperazione.
Ma anche il mare li delude,è la stessa cosa di tutto il resto,grigio,morto,freddo.
Al termine, il padre si spegne tra le braccia del figlio,e di fronte al ragazzo sembra aprirsi un futuro di esile speranza, dal momento che egli si aggrega a nuove comunità di sopravvissuti, nelle quali un rinnovato senso di civiltà e di convivenza pacifica sembra farsi debolmente strada.
La qualità della scrittura, è splendida,e nei dialoghi essenziali tra padre e figlio sembra a volte di risentire il suono dell'assurdo di Beckett,dove gesti e dialoghi si riducono ad un'unica parodia rassicurante,una specie di rito propiziatorio per allontanare le tenebre.
Qui sì che si può parlare di epica,ma non certo in certe sue parodie nostrane.
Un capolavoro,parola non spesa invano,e vincitore del Pulitzer.


(lady yoko)

mercoledì 8 dicembre 2010

TRA CIELO E TERRA



Londra elisabettiana (tra 1560 e 1600),Atene (v sec. A.C.) : la poesia sale sul palcoscenico e parla al mondo.
Due volte nella storia dell'occidente si verifica un fenomeno straordinario e per certi versi paradossale:il teatro,la forma primaria di spettacolo,è scritto da poeti che parlano in versi e affidano agli attori la loro poesia,mentre nello stesso tempo i teatri son frequentati da tutti i ceti,analfabeti compresi.
Oserei dire una popolarità della poesia paragonabile a quella degli stadi calcistici.
Il teatro è stato popolare (e democratico) quando è stato altissimamente poetico,quando ha parlato dell'ineludbile,dell'essenziale.A riprova che "l'alta poesia" è comprensibile a tutti.
A Londra,prima si recitava nelle taverne,nelle case nobiliari...,quando nascono i versi di Marlowe e Shakespeare,nascono i teatri stabili,nasce il pubblico vero.
La poesia genera fondamenta.
Allo stesso modo,ogni polis greca aveva il suo teatro stabile,mondi in cui si elaboravano le fondamenta della nostra civiltà.
Eschilo,Sofocle,Euripide mettevano in scena il senso stesso della vita dei cittadini,i miti di fondazione del mondo,la tragedia del sangue,della lussuria,del tradimento e del dolore dei poveri mortali.Temi che affascinavano tutti.
Eschilo,nei Persiani,ha messo in scena i versi della guerra vista dalla parte degli sconfitti,una specie di moderna Iwo Jima eastwoodiana.
Gli attori indossavano maschere,si elevavano sui coturni inducendo la sensazione che a recitare non fosse un uomo,ma un essere senza volto,di grande statura,a contatto col cielo e tramite tra l'umanità del mondo ed il regno degli dei celesti.
E questo era il ruolo del poeta: scriveva in versi le cose che stanno tra terra e cielo,come diceva Shakespeare,molto più numerose e fondamentali per l'uomo, più importanti di quelle scritte nei libri dei filosofi.
E' possibile recuperare questa poesia?
Tanta letteratura nel corso dei secoli ha ripreso i temi essenziali dell'uomo,ma ora pare che poco interessino a poeti e scrittori,e che il senso e gli interrogativi fondamentali dell'essere siano stati rimossi a favore di piccole storie minimaliste,di esasperanti e noiose vicende localistiche,di ridicole saghe orrifiche,di comici erotismi e ripetitive indagini del poliziotto di turno.
Tutte storie fini a se stesse,quasi sempre inutili anche se divertenti,ma che nessuno ricorderà dopo aver chiuso il libro.E spesso raccontate con una scrittura elementare.
Tutto questo ha pieno diritto di cittadinanza,ma la strada maestra della letteratura non può essere questa,anche se gli dei se ne sono andati e non recitano più a teatro.
Ma oggi come non mai questi interrogativi sono ancora presenti e come non mai gravano sulla nostra precaria esistenza in un mondo sempre più sbandato,confuso e precario esso stesso e alla ricerca di nuove fondamenta a cui aggrapparsi e su cui erigere una nuova civiltà.
Potrà ancora la poesia contribuire a questo?
(george)

sabato 4 dicembre 2010

LE AVVENTURE DI MADEMOISELLE - IL RESPONSO


69 - (Responso fatale!)
Qualche mese prima sulla famigerata nave dalle vele nere regnava un clima di terrore. Già avere a che fare con la Cercueil non era affare da poco, ma con la Cercueil idrofoba la faccenda era davvero difficile. Sembrava che l’avvento dell’Esorcista avesse rimesso la bussola della dama al bello, ma ora si era tornati ai tempi bui: punizioni e fustigazioni non si contavano, e l’equipaggio era al limite dell’ammutinamento. Certo, quando una donna ha la luna sono dolori, figuriamoci quella specie di molosso scatenato della Cercueil, che però non aveva la luna, anzi non aveva più lune affatto.
Ah, fatale, fatale giorno, paventato e temuto da ogni donna, e ancor più da quelle che della loro bellezza e attrattiva hanno fatto il fulcro della propria vita! La feroce signora in verità bellissima lo era stata, ma se ognuno a cinquant’anni ha la faccia che si merita, anche se il destino non aveva infierito sulla dama in questione, costei aveva la stessa dolcezza d’una tenutaria d’un bordello parecchio malfamato del porto, che insieme alla crudeltà felina dello sguardo ne facevano una donna attraente quanto un colpo di remo sui denti, senza contare che col tempo la sua figura si era alquanto modellata su una maestosità matronale. Tuttavia la Cercueil si considerava d’imperiosa bellezza ,né aveva,se non in scarse occasioni, trovato chi avesse la tempra di resistere ai suoi appetiti, quelli sì rimasti prodigiosamente giovanili.
Ora dopo settimane passate a struggersi per il mancato funzionamento del suo orologio biologico, era sprofondata in una cupa malinconia. Le si splancavano davanti le porte dell’orribile vecchiaia! Le sarebbero cresciuti i baffi? Le sarebbe spuntata la barba? Le sarebbero crollati i seni come misere bisacce vuote, per non parlare del resto?
Di umore infernale tutto il giorno, di notte, nel segreto della sua cabina, la Cercueil PIANGEVA! Ma presto il disastro si rivelò di proporzioni anche maggiori, perché il ventre gonfio e duro faceva temere qualcuno di quegli acciacchi donneschi di cui la nostra protagonista si era sempre reputata immune. Mandò dunque a prelevare da Saracin e Malné, praticamente la versione noir di Pepé e Patibulaire, un tal Doc Bigottin, un omarino tremante che di professione era pediatra; ma toccava accontentarsi, era l’unico medico dell’isola e du reste la Cercueil si sentiva poco più d’una bambina.
Non fu facile convincere il Doc a seguirli a bordo, ma salvo il fatto che si divincolava, per fortuna pesava pochissimo, e fu un gioco da ragazzi metterlo sulla scialuppa: quanto al divincolarsi, bastò mostrargli un pugno come un prosciutto di Malné che quello cadde svenuto.
A malapena ripresosi, una volta nella cabina vis à vis con la procellosa signora, con un gemito la vide scalciare via delle culotte dimensione mongolfiera e sdraiarsi in posa acconcia con le gonnelle tirate su fino al mento. Il povero dottore scoppiò in lacrime: le sue convinzioni religiose gli proibivano di copulare ( così si espresse il poveretto ) senza contare che tra l’età e acciacchi vari, anche volendo non avrebbe potuto...
La Cercueil balzò a sedere, lo prese per il collo strapazzandolo, gli dette del "prodigioso imbecille", e dopo avergli detto che piuttosto che con lui avrebbe “copulato “ con Gaston ( che uditi gli urli provenienti dalla cabina fuggì nelle profondità marine al sentire una simile sconcia minaccia ) gli intimò di visitarla.
La visione live delle grazie della Cercueil finì per sconvolgere del tutto il medico, aduso tutt’al più alle tonsillucce d’infanti, e la Cercueil stessa dovette guidarne l’esitantissima mano, che prima gli strofinò accuratamente con del rhum.
Ottima idea, perché Doc si attaccò alla bottiglia, e con l’aiuto di qualche buon sorso fu pronto. Antiche nozioni apprese nella notte dei tempi lo soccorsero, e Doc finì mesto la visita scuotendo il capo. La Cercueil si sentì morire. Eroicamente, disse:
- E’...quel che penso?
- Sì, disse il Doc funebre. Mi duole per voi.
- Cosa potete fare per me?
Il Doc la guardò con uno sguardo fiero:Nulla!
- Mi lasciate morire, dunque!
- Signora, io non sono un macellaio. Rivolgetevi ad altri!
Si noti che il povero Doc sapeva che stava immolandosi, ma pur pavido e tremebondo, era un uomo di principi.
- Ma non ci siete che voi!
- Allora tenetevi l’infante!
La Cercueil lo fissò con due occhi tondi come due uova al tegamino, spalancò la bocca, annaspò, strabuzzò gli occhi, ne mostrò il bianco e cadde di schianto sul pavimento.
Per fortuna il Doc non aveva fatto fuori tutto il rhum, e con quel che ne restava fece rinvenire la paziente. Costei si tirò su a fatica, pallida come una morta, e con un filo di irriconoscibile voce fece entrare i due giannizzeri che erano rimasti fuori dalla porta, e che lo schianto aveva messo in allarme. Indicò un sacchetto sul tavolo pieno di monete d’oro, e con un gesto lo fece consegnare allo sbalordito dottore. Poi si adagiò sul letto, congedando tutti.
Cosa pensò la Cercueil nelle ore che seguirono non ci è dato saperlo.
Dopo una vita di ribalderie e sciaguraggini, invece di porgerle il conto, il destino le offriva una seconda possibilità, proprio quando i giochi erano chiusi, ormai.
Ricordiamo che l’unico amore vero, peraltro poco ricambiato, di questa donna crudele era stata sua madre, creatura da lei idolatrata. Ora la sacra investitura passava a lei, il cui ventre fioriva dopo anni di sterilità, quando per molte donne si conclude la possibilità di generare.
La Cercueil era una donna intelligente, molto intelligente. Non si sarebbe fatta sfuggire un’occasione simile.
Quando finalmente si alzò lo specchio le rimandò una strana immagine, una smorfia innaturale della bocca: sì, era proprio un sorriso, il primo della sua vita adulta che non fosse di sarcasmo o di scherno.
Pensò all’Esorcista, alle sue spalle magre, al suo desiderio d’essere umiliato, e capì che la strada era lunga, lunghissima. Sua figlia avrebbe avuto un padre, ma innanzitutto lei avrebbe avuto un figlio, proprio nella persona di quella spece d’adolescente mal cresciuto che l’aveva messa incinta: e ancora a monte, avrebbe dovuto incominciare da se stessa.
Cosa disse la Cercueil all’Esorcista in quella fine di luglio non lo sapremo mai, certo è che pochi giorni dopo li si vide insieme di buonissimo umore a far spese di nastri e sciocchezze ai mercatini dell’isola. L’umore dell’equipaggio migliorò parecchio, e da tutti fu considerato di buon auspicio che s’issassero finalmente delle vele candide.
Fu così, con le vele nuove gonfie di vento, che qualche tempo dopo la famigerata nave della Cercueil prese il largo.
Dalla nave di Uncino non potevano crederlo, e tutti si precipitarono in vedetta.
Anche il Capitano, va da sé, insieme al Secondo. Non poteva credere ai suoi occhi: la Cercueil era al timone, abbracciata all’Esorcista.
Sembrava ingrassata, ma stranamente bella. Forse perché rideva, agitando in segno di saluto un gran cappello, come sarebbe piaciuto a Dudulle: con una gran piuma rosa.
(by leila)

giovedì 2 dicembre 2010

CHE ORA E'? LA STESSA DI SEMPRE



Racconti e prose brevi - Samuel Beckett



Un unico volume in cui racchiudere, per la prima volta in Italia, tutta la produzione letteraria breve di una delle personalità artistiche più influenti del XX secolo, Samuel Beckett.

Questa è l’idea della casa editrice Einaudi che, nel testo “Racconti e prose brevi” ha raccolto una trentina di scritti dello scrittore, drammaturgo e poeta irlandese, già pubblicati, singolarmente, in passato dallo stesso editore e presto scomparsi dal mercato.

Il libro ingloba al suo interno le forme brevi o brevissime della narrazione tanto amate da Beckett, a partire da Assunzione, il primo racconto del 1929, fino a Fremiti fermi del 1988.



«Brusquement, non, à force, à force». Così inizia il primo dei tredici Testi per nulla di Samuel Beckett. E non ho potuto fare a meno di collegare quest’incipit con la modalità con cui Einaudi sta finalmente riportando in libreria il prezioso catalogo beckettiano dopo averlo detenuto in ostaggio, modalità davvero tutt’altro che subitanea, anzi faticosa, da apparire quasi forzata.
Ad esempio ancora manca all’appello un’edizione tascabile e di facile reperibilità di quel monumento del romanzo novecentesco che è la Trilogia costituita da Molloy, Malone muore e L’Innominabile (erano partiti bene nel 2005 con la riedizione nella bella traduzione di Tagliaferri del primo titolo. Poi si sono fermati. Noi siamo qui che aspettiamo. Del resto, che beckettiani saremmo se non sapessimo aspettare?
Ma niente recriminazioni oggi: c’è solo da essere felici per questa nuova edizione completa e ben curata dei racconti e delle prose brevi di Samuel Beckett che riporta in vita testi – alcuni dei quali davvero fondamentali – sostanzialmente introvabili da almeno vent’anni
Paolo Bertinetti firma un’introduzione di grande precisione tecnica che si chiude con un giudizio emotivo che vale la pena riportare:
L’opera di Beckett resterà come uno dei massimi esempi di comunicazione dell’esperienza nell’epoca della distruzione dell’esperienza, insieme a quella di Kafka e di Joyce. A noi, che di quella stessa epoca ancora facciamo parte, i testi beckettiani parlano con un linguaggio che non possiamo non riconoscere come nostro. Anche se forse alle generazioni future appariranno come facenti parte di una letteratura talmente ripiegata sulla forma (sulle possibilità e sui modi possibili dell’espressione letteraria) da essere considerata come una letteratura soffertamente barocca.

---------------------------------
L'uomo moderno schiacciato dalle cose
Beckett ha precipitato"la metafisica nella fisica",come la scienza,la biologia...,mostrandoci una verità che poco ci piace,il nostro lungo on the road dall'unicellulare al primo vagito di pensiero e la velleitaria illusione di essere dei privilegiati,diversi da tutti gli altri esseri e con un fulgido destino,i figli prediletti di Qualcuno.
Un'unione indissolubile tra quel che si chiama mente e materia universale,quella che ci disgregherà e ci annienterà nell'indifferenza generale del teatro in cui ci muoviamo.
Il suo è un punto di non ritorno ed è inutile che tanti infiocchettatori tentino di avvolgerlo con nastrini da confezione regalo.Non c'è speranza.
Le sue storie sono negazioni di storie,il problema che si pone è che significhi raccontare,l'io pensante parla solo per dire l'impossibilità di narrare,aggredito com'è dalle cose,l'oggetto che cancella il soggetto.
Lui può raccontare solo la fine,il non pensiero,il camminare senza pensare,come il respirare."Quando camminavo e cominciavo a controllarmi...poi cadevo"
Le cadute di Molloy,di Malone,il disfacimento dell'Innominabile,di Winnie dei Giorni Felici,l'imbalsamazine gelida del pensiero in un implacabile nulla,la sua inutilità:"bisogna continuare,non posso continuare e io continuo".
Non c'è speranza,non c'è un altro giorno, nessun via col vento.
Tutto è pesante,incomprensibile,assurdo,ogni gesto è ripetizione e tragedia (i tics,l'ossessivo contare le cose...).
Anche nel riposo,nel sonno la materia ottusa non dà tregua,ti senti un oggetto inanimato."..sentivo la sua vita di legno invadermi fino a diventar io stesso un vecchio pezzo di legno".
Il corpo,siamo sempre alla sua mercè "bisogna muoversi,ci vuole un corpo".
Una lunga agonìa della coscienza che ci avvolge nelle sue spire come un boa e che finirà per stritolarci."Dovrei disinteressarmi del corpo,della testa,lasciare che si arrangino....non posso.."
E ancora ,si vive "in un sacco di membra,organi....di che resistere,un attimo lo chiamerò vivere,dirò che sono io,..non penserò più..troppo occupato a tenermi in piedi,a tener duro,ad arrivare a domani"
Cosa resterà? Parole deliranti (Non io),corpi inscatolati come sardine in barattolo,unico a sopravvivere alla fine (Lo Spopolatore).
La vita non ha alcun senso,fuori dalla rappresentazione,fuori dall'io,solo uno spettacolo della tragedia di esserci,continuare ad esserci,finchè ci siamo.
Ma questa farsa,cosa ancor più tragica,non può interrompersi,siamo sempre pulci pensanti in grado di accoppiarci e sfornar sempre nuovi attori.
Clov: "Tu credi nella vita futura?"
Hamm: "La mia lo è sempre stata".