È stato a Médan, un giorno d'estate. Si chiedeva all'autore di Viaggio al termine della notte di rendere omaggio a Zola.
L. F. Celine, nel definire l'opera dello scrittore naturalista, descriveva l'epoca nella quale era stata scritta, e quello lo ha portato a parlare della condizione dello scrittore del dopoguerra.
Queste pagine, in qualche modo commento anticipato di Morte a Credito, furono pubblicate nel 1936 da Robert Denoël nel suo libretto "Apologia di Morte a credito."

Gli uomini sono dei mistici della morte dei quali non ci si deve fidare.
Pensando a Zola noi rimaniamo un po' imbarazzati di fronte alla sua opera, è ancora troppo vicina a noi perché la si giudichi bene, voglio dire, nelle sue intenzioni. Ci parla di cose che ci sono familiari... Ci farebbe molto piacere che quelle fossero un po' cambiate.
Permetteteci un breve ricordo personale. All'Esposizione del 1900, eravamo ancora molto giovani, ma abbiamo conservato il ricordo ugualmente vivido, che è stata un'enorme brutalità.
Piedi soprattutto, piedi dappertutto e polvere in nubi così fitte che si potevano toccare. Sfilate interminabili di gente, scalpicciante, schiacciante l'Esposizione, e poi questa scala mobile che cigolava fino alla galleria delle macchine, piena, per la prima volta di metalli a forma di tortura, di colossali minacce, di catastrofi in sospeso. La vita moderna cominciava.
Da allora non è stato fatto niente di meglio. Dopo l'Assommoir, neppure, non è stato fatto niente di meglio. Le cose sono rimaste com'erano con qualche variazione.
Aveva, Zola, lavorato troppo bene per i suoi successori? O i nuovi arrivati avevano avuto paura del naturalismo? Forse ...
Oggigiorno, il naturalismo di Zola, con i mezzi che abbiamo per informarci, diventa quasi impossibile.
Non si uscirebbe di galera se si raccontasse la vita come la si conosce, a cominciare dalla propria.
Voglio dire così come la si comprende da una ventina d'anni. Serviva già a Zola un certo eroismo per mostrare ai contemporanei alcune gioiose immagini della realtà. La realtà di oggi non sarebbe consentita a nessuno.
A noi, dunque, i simboli e i sogni! Tutti i trasferimenti che la legge non raggiunge, non raggiunge ancora!
Perché è nei simboli e nei sogni che spendiamo i nove decimi della nostra vita, dal momento che i nove decimi dell'esistenza, cioè, del piacere di vivere, ci sono sconosciuti o proibiti.
Saranno braccati anche i sogni, un giorno o l'altro. È una dittatura che ci è dovuta.
La posizione dell'uomo nel suo coacervo di leggi, costumi, desideri, istinti intrecciati, repressi, è diventata così pericolosa, così artificiale, così arbitraria, così tragica e così grottesca allo stesso tempo, che mai letteratura è stata così facile da immaginare che nel presente, ma anche più difficile da sopportare.
Siamo circondati da interi paesi di idioti anafilattici, il minimo colpo ci precipita in preda a convulsioni mortali senza fine.
Eccoci giunti alla fine di venti secoli di alta civiltà, eppure nessun regime resisterebbe a due mesi di verità.
Voglio dire la società marxista così come le nostre società borghesi e fasciste.
L'uomo non può in effetti persistere in una di queste forme sociali, interamente brutali, tutte masochiste, senza la violenza d'una menzogna continua e sempre più massiccia, ripetizione frenetica, "totalitaria", come la si proclama.
Private di questo vincolo, crollerebbero nella peggiore anarchia, le nostre società. Hitler non è l'ultima parola, [ne] vedremo [uno] più epilettico ancora, qui forse. Il Naturalismo, in queste condizioni, che gli piaccia o no, diventa politico. Lo si abbatte. Beati quelli che governarono il cavallo di Caligola.
Le urla dei dittatori vanno ovunque ora, all'incontro degli innumerevoli ossessionati dal cibo, dalla monotonia dei compiti quotidiani, dall'alcool, delle miriadi di repressi, tutto questo ingessa, in un immenso narcisismo sado-masochista, ogni esito di ricerche, di esperienze e di sincerità sociale. Mi si parla molto di giovani, il problema è più grave che la gioventù!
Io in realtà, dei giovani, non vedo che una mobilitazione di fervori per aperitivi, sport, automobili, spettacoli, ma nulla di nuovo. I giovani, per le idee almeno, restano per lo più dietro alle R.A.T. [La sigla RAT potrebbe riferirsi al modello di automobile Ford RAT], loquaci, miniere d'oro, omicidi.
A questo proposito, per restare equi, si noti che la gioventù, nel senso romantico che a quella parola attribuiamo, non esiste più. Fin dall'età di dieci anni, il destino dell'uomo mi sembra pressoché fissato, nelle sue forze emotive almeno, dopo questo tempo noi non esistono più che come insipide ripetizioni, sempre meno sinceri, sempre più teatrali.
Forse, dopo tutto, le "civiltà" subiscono la stessa sorte? La nostra sembra ben bloccata in una incurabile psicosi di guerra. Non viviamo più che per questo tipo di distruttive ripetizioni.
Quando osserviamo di quali irranciditi pregiudizi, di quali sciocchezze può cibarsi il fanatismo assoluto di milioni di individui sedicenti evoluti, educati nelle migliori scuole d'Europa, siamo autorizzati, certo, a chiederci se l'istinto di morte nell'Uomo, in queste società, non domini già definitivamente l'istinto di vita. Tedeschi, Francesi, Cinesi, Valacchi...Dittature o no!
Nient'altro che pretesti per giocare alla morte.
D'accordo che si può spiegare tutto con le maligne reazioni di difesa del capitalismo o con l'estrema miseria.
Ma le cose non sono così semplici né così ponderabili. Né la profonda miseria, né l'oppressione poliziesca giustificano queste corse in massa verso i nazionalismi estremi, aggressivi, estatici, di interi paesi.
Si possono certamente spiegare così le cose ai fedeli, tutti convinti in anticipo, gli stessi ai quali si annunciava fino a un anno fa l'arrivo imminente, infallibile, del comunismo in Germania.
Ma il gusto della guerra e dei massacri non può avere come origine essenziale l'appetito di conquista, di potere e dei profitti delle classi dominanti.
Tutto s'è detto, esposto, in questo scritto, senza disgustare persona. L'unanime attuale sadismo deriva principalmente da un desiderio di nulla profondamente radicato nell'Uomo e, soprattutto, nella Massa, una sorta di impazienza amorosa, quasi irresistibile, unanime, per la morte. Con civetteria, naturalmente, mille smentite, ma il tropismo è là, e tanto più potente da essere totalmente segreto e silenzioso.
Ora, i governi hanno preso la lunga abitudine dei loro popoli sciagurati, si sono ben adattati a loro. Essi temono, nella loro psicologia, ogni cambiamento. Non vogliono conoscere altro che la marionetta, l'assassino a comando, la vittima su misura.
Liberali, marxisti, fascisti non sono d'accordo che su un solo punto: i soldati!... Niente di più e niente di meno.
In verità, non saprebbero cosa fare di popoli assolutamente pacifici. Se i nostri insegnanti sono giunti a questo tacito intento pratico, è forse che, dopo tutto, l'anima dell'Uomo s'è definitivamente cristallizzata dietro questa forma suicida. Si può ottenere tutto da un animale con la dolcezza e la ragione, mentre i grandi entusiasmi delle masse, le durature frenesie delle folle, sono quasi sempre stimolati, provocati, alimentati dalla stupidità e dalla brutalità.
Zola non doveva prendere in considerazione gli stessi problemi sociali nella sua opera, in particolare presentati sotto questa forma dispotica. La fiducia nella scienza, allora molto recente, fece pensare agli scrittori del suo tempo a una certa fede sociale, a una ragion d'essere "ottimista".
Zola credeva alla virtù, pensava a fare orrore al colpevole ma non a disperarlo. Oggi sappiamo che la vittima richiede sempre del martirio ed anzi di più.
Abbiamo ancora senza stupidità il diritto di far figurare nei nostri scritti una qualche provvidenza?
Necessiterebbe una fede robusta. Tutto diventa più tragico e più irrimediabile a mano a mano che si penetra più lontano nel Destino dell'Uomo, che si cessa d'immaginarlo per viverlo come realmente è...
Lo si scopre. Non si vuole ancora confessarlo. Se la nostra musica volge al tragico, avrà le sue ragioni.
Le parole di oggi, come la nostra musica, vanno più lontano che ai tempi di Zola. Ora lavoriamo con la sensibilità e non più con l'analisi, insomma "dall'interno". Le nostre parole vanno fino agli istinti e li toccano talvolta, ma allo stesso tempo, abbiamo imparato che là si fermava, e per sempre, il nostro potere.
Il nostro Coupeau non beve più così tanto quanto ha fatto il primo. Ha ricevuto istruzione...
Lui delira ben di più.
Il suo delirio è un centralino telefonico con tredici telefoni.
Dà i suoi ordini al mondo. Non ama le signore. È pure coraggioso. Riceve onorificenze a tutto spiano. Nel gioco dell'Uomo, l'Istinto di morte, l'Istinto silenzioso è decisamente ai primi posti, forse a fianco all'egoismo. Occupa il posto dello zero nella roulette. Il Casinò vince sempre. La morte anche. La legge dei grandi numeri lavora per lei. È una legge senza difetto. Tutto ciò che intraprendiamo, in un modo o nell'altro, molto presto, viene a inciampare in lei e si trasforma in odio, in funesto, in ridicolo. Si dovrebbero avere doti ben strane per parlare di altro che della morte in tempi in cui, sulla terra, sulle acque, nell'aria, nel presente, nel futuro, non si parla che di lei. So che si può ancora andare a danzare balli popolari al cimitero e parlare d'amore nei mattatoi, l'autore comico mantiene le sue possibilità, ma è un ripiego.
Quando saremo diventati assolutamente morali, nel senso che le nostre civiltà lo intendono e lo desiderano e presto l'esigeranno, credo che finiremo per esplodere assolutamente anche in cattiveria. Non ci lasceranno, per distrarci, che l'istinto di distruzione. È ciò che si insegna nelle scuole e che si mantiene per tutta la durata di ciò che ancora si chiama: la vita. Nove righe di crimini, una di noia.
Moriremo tutti in coro, con piacere insomma, in un mondo che avremo messo cinquanta secoli a reticolare con obblighi e ansie.
Non può essere insomma che tempo di rendere un supremo omaggio a Emile Zola, alla vigilia di una immensa sconfitta, una in più. Non si tratta più dell'imitare o del seguire. Ovviamente non abbiamo né il dono, né la forza, né la fede che creano i grandi movimenti dell'anima. Avrebbe, a sua volta, la forza di giudicarci? Abbiamo imparato sulle anime, da quando è partito, delle strane cose.
La strada degli Uomini è a senso unico, la morte tiene tutti i caffè, è la belote [Gioco di carte] "al sangue" che ci attira e ci mantiene.
L'opera di Zola somiglia, per noi, per certi versi, al lavoro di Pasteur, così solido, così vivo ancora, in due o tre punti essenziali. Per questi due uomini, trasposte ritroviamo la stessa meticolosa tecnica della creazione, la stessa preoccupazione di probità sperimentale e soprattutto la stessa formidabile potenza di dimostrazione che in Zola divenne epica. Sarebbe troppo per la nostra epoca.
Ne occorreva molto di liberalismo per sopportare il caso Dreyfus. Noi siamo lontani da quei tempi, malgrado tutto, accademici.
Secondo alcune tradizioni, forse dovrei terminare il mio piccolo lavoro su un tono di buona volontà, d'ottimismo, malgrado tutto...
Eppure cosa dobbiamo aspettarci dal naturalismo nelle condizioni in cui ci troviamo?
Tutto e niente. Soprattutto niente, perché i conflitti spirituali infastidiscono troppo da vicino gran parte dei nostri giorni per essere tollerati a lungo.
Il dubbio sta scomparendo da questo mondo. Lo si uccide assieme agli uomini che dubitano. È più sicuro.
"Quando sento solo pronunciare intorno a me, la parola Spirito, io sputo!", ci avvertiva un recente dittatore e per questo anche adulato. Ci si chiede quello che può fare questo sotto-gorilla quando parla di naturalismo?
Dopo Zola, l'incubo che circondava l'uomo non solo è diventato più preciso, ma è divenuto ufficiale.
Man mano che i nostri "Dei" diventano sempre più potenti, diventano anche più feroci, più gelosi e più stupidi...
Si organizzano. Che dirgli? Non ci capiamo più...
La Scuola naturalista avrà fatto tutto il suo dovere, credo, quando la si proibirà in tutti i paesi del mondo.
Era il suo destino.
Testo francese tratto da: Cahiers de l'Herne, 1963, 1965, réédition 1972, p. 22-24.
(Traduzione di Stefano Fiorucci e Jeannine Renaux )
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Il destino della letteratura venuta dopo il Naturalismo nell’epoca del totalitarismo incombente.
Mezzo secolo è passato dalle teorizzazioni zolaiane a quegli anni Trenta dove «il dubbio sta scomparendo da questo mondo», nei quali la modernità dell’acciaio ha celebrato se stessa e si appresta a raccogliere altre sfide rovinose. Non c’è più spazio per ottimismi da belle époque, tutto è diventato più potente e pericoloso, perfino le divinità scrive Céline; e non c’è modo per pensare in positivo perché si maledice con la parola quel che invece si accoglie nei fatti. Il nulla imperversa e con esso uno strano istinto di morte.
Saranno profezie su profezie: meno di dieci anni dopo sarà ancora quest’ultima (la morte) ad avere la meglio sulla grande parentesi storica europea che aveva posto sugli altari i presupposti materiali del mondo moderno. Come nella seconda metà degli anni Dieci, all’inizio degli anni Quaranta la realtà della vita sarà annientata dalla più atroce realtà della morte.
Colpisce la totale mancanza d fiducia sui giovani,forse nemmen tanto lontani da quelli di oggi, nonostante la captatio benevolentiae di cui son fatti oggetto dai soliti intempestivi leccazampisti ad ogni stormir di fronde,salvo poi rinnegare allegramente i loro facili entusiasmi.Ma si sa,così va il mondo.
Nota
Coupeau,un operaio, è un personaggio del romanzo di Zola,’Assommoir.Un grande affresco sociale in cui Zola mette in evidenza lo stato di degradazione dei “miseri” e le cause di questa miseria. La caduta di Gervaise (la moglie) e di Copeau serve per spiegare i costumi del popolo, i suoi vizi, la sporcizia morale e fisica attraverso l’ambiente e la condizione in cui era posto l’operaio nella società dell’epoca.La celebre Nanà del romanzo era figlia di questa coppia.


Altro che profezie! Qyui si sta compiutamente avverando quanto già LFC aveva in parte sotto gli occhi 80 anni fa.
RispondiEliminaNessuna fiducia nell'uomo e di tutti i suoi sistemi e neppure nei giovani,così tanto oggi invocati.
Certo che di simili discorsi ufficiali oggi se ne sentono di meno,è tutto un salmodiare di virtù anche per gente che meriterebbe solo l'oblio.
Al di là dei sistemi,l'uomo resta sempre quella bestia che è e che nessuno potrà mai trasformare,basta dargli l'occasione di dimostrarlo.
RispondiEliminacon tanti ani di anticipo,al di là di dittatori e democrazie,al di là della politica,al di là di tutte le mistificazioni,ancora una volta ci vien detta la vera natura essenziale dell'uomo,oggi come non mai evidente.
Quel che appunto impressiona è che tutto questo vien detto in una occasione ufficiale,anche qui LFC non fa sconti a nessuno,neppure a Zola.
Ben tornati ragazzi!
a céline non piaceva molto zola, e anche quel discorso lo fece col fiato pesante, non gli andavano giù né i modi né le cose che si sarebbero aspettati i lettori di zola. questi ultimi, difatti, rimasero delusi del sermone che non capirono e che comunque non elogiava zola, né se ne occupava granché. E' invece un piccolo gioiello di intelligenza céliniana, c'è finanche troppo per un discorso da platea, abituati come siamo ad ascoltare il nulla.
RispondiElimina'Eccoci giunti alla fine di venti secoli di alta civiltà, eppure nessun regime resisterebbe a due mesi di verità'
bastava quasi che dicesse quella frase e poi andarsene... era sufficiente, ricordo che l'uditorio era composto di esseri umani...
bentornati ragazzi
Ben tornati e complimenti per l'aggiornamento del blog.
RispondiEliminaQuesto discorso sembra scritto ieri,tanto mi sembra attuale.
Quel che mi fa arrabbiare è che si tenta sempre di incasellar quest'uomo da qualche parte,mentre lui non stava con nessuna,come spesso capita agli individui libertari e di spirito anarchico.Si nasce così e forse si diventa anche peggio,non sopportando più alcuna retorica e moralismo da parte di nessuno,men che meno di chi non ha nessun titolo per atteggiarsi a maestro di vita.
L'uomo che sente coi nervi e col sangue è sempre alle prese con le sue contraddizioni,come potrebbe non averne!
Le vive sulla sua pelle e nessuna filosofia,nessun sistema politico sociale potrà mai eliminarle.
L'illusione di una falsa dialettica di ricomporle!
LFC,come d'altronde Nietzsche,ne è stato l'esempio vivente più eclatante,ma niente affatto diverso da ognuno di noi,almeno se non si porta il nostro spirito in discarica presso qualche sedicente filosofo di sistemi.
Un saluto a tutti,anche se siamo un po' in anticipo.
RispondiEliminaCome han detto laura e daniz,Ferdinand non fa sconti a nessuno,nemmeno a Zola,e ciò che è ironicamente bello è che lo faccia in un discorso ufficiale in suo onore.Immaginate un po' che succederebbe oggi!
Peraltro già Flaubert,un'altro che nutriva scarsa fiducia sull'"universale" uomo,aveva preconizzato questo triste destino.
"..Oggigiorno, il naturalismo di Zola, con i mezzi che abbiamo per informarci, diventa quasi impossibile",
"Saranno braccati anche i sogni, un giorno o l'altro.."
"Quando saremo diventati assolutamente morali, nel senso che le nostre civiltà lo intendono e lo desiderano e presto l'esigeranno, credo che finiremo per esplodere assolutamente anche in cattiveria"
Ma questo,in che anno sta parlando...?
Le riflessioni ermeneutiche (non quelle sulla società) di Céline non erano poi nemmeno così originali, se pensiamo che Joyce, Svevo, Proust, Pirandello avevano già inteso il dislivello epocale, e avevano deciso di rifugiarsi nell'introspezione, rigettando il principio realista.
RispondiEliminaCiò che secondo me fa di céline céline è l'aver inventato una reazione diversa a zola e alla sua lezione. diversa da Joyce e da Proust, eppure imparentata alla matrice che li aveva ispirati tutti.
Viaggio e Morte a credito ancora hanno l'impianto del romanzo realista, chi però può dire siano romanzi realisti? è già l'emozione, attraverso il linguaggio e il sogno e la crudissima verità, a prendere posto di dominio, nella baraonda. ed è anche per questo, per una ricerca del primordiale, che céline è il modernista più antimoderno del novecento; per céline parla il sangue, cioè la lira, la poesia, al di là delle nuove tecniche, delle nuove politiche, delle nuove scienze... ma questo sangue parla da sangue moderno che altrimenti non potrebbe scorrere, ghiaccerebbe, seccherebbe fritto al sole con tutte le sue disgrazie...
Quanto mai moderno..
RispondiEliminaInfatti,dalle parole dello stesso celine qui pronunciate,si intende benissimo la differenza con zola.Io direi un impianto naturalista che diventa antinaturalismo,un modernismo che diventa antimodernismo.Sembra un paradosso,ma a me pare sia così.
RispondiEliminaDa quanto ho letto di zola,a me sembra che manchi la rabbia e la sofferenza di cèline per una società in disfacimento,zola è come un cronista,un osservatore quasi imparziale di quanto sta vedendo.Secondo anche la poetica di un certo naturalismo.Ma potrei pure sbagliarmi,non avendo letto a sufficenza la sua opera.E' una sensazione.
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