E' una raccolta poetica di Tommaso Landolfi,Vallecchi 1972,e ora ristampata da Adelphi
(Risvolto copertina)
La prosa di Landolfi, tra le più musicali della letteratura italiana, lascia intravedere in filigrana un’ambizione poetica dirompente ma al tempo stesso messa a tacere, forse per l’oscuro timore – evocato in un racconto del 1937, «Night must fall» – che a lasciarsi andare «ne sarebbe venuto fuori qualcosa di troppo bello ... e allora tutto sarebbe finito e riprecipitato in una voragine senza fondo».
Ancorché non esercitata, tuttavia, quella «divina facoltà» non poteva che riaffiorare: non a caso, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, mentre si accentua il suo sdegnoso isolamento.
Landolfi abbandona ogni progetto di romanzo per dedicarsi a una scrittura diaristica, e dunque innocente, che prepara il ritorno alla poesia.
«Non trovo conforto / Se non nelle distorte / Battute / D’una musica perduta. / La prosa m’opprime: / Non la parola che dirime, / Mi giova, / Ma l’avventurosa prova / Del verso gettato al vento» leggiamo in Viola di morte, diario in versi apparso nel 1972, dove Landolfi ci mostra quel volto che sempre aveva velato «in modo quasi ossessivo, come se fosse dominato da un puro istinto di sopravvivenza che lo costringa a ripetere continuamente il suo nome» (Citati).
Ed è il volto sublimemente lunare e tenebroso, talora deformato dal rancore, di chi, murato in «queste aride sedi / Di terrore e d'angoscia», non conosce che la «Soverchiante fatica / Della vita vissuta», il dileguarsi dell'amore e il dilagare della morte – castigo terribile di un Dio livido e iniquo.
Ma il sogno che «il nulla avvolga nelle sue pieghe dissimulate, fruscianti e trionfali ogni cosa e ogni persona» cela il bruciante desiderio di cogliere «tutto ciò che sta “più in là”, e di cui non vedremo mai traccia», e persino rabbie e furie non sono che «sempre rinnovate dichiarazioni d'amore all'infinito» – talché, e sono ancora parole di Citati, il senso ultimo di Viola di morte è quello di «un’attesa senza nome, di una nostalgia continuamente delusa, di una speranza che osa appena intravedere un vago fantasma lungo i nuvolosi e fuggevoli confini del cielo».
Collisione, quella tra un mondo atrocemente rimpianto e la sua perentoria negazione – e dunque tra canto e istanza ragionante –, che trova in questi versi una mirabile espressione:
Credevo allora d'essere in esilio/E che un prossimo giorno /Avrei potuto far ritorno /Al mio reame sconfinato, e tutto /Che qui m'era rapito /O rimaneva inascoltato – Soavità, bellezza, /Amore, gioia, tenerezza, /Gloria, potenza – mi sarebbe reso./Oggi ben so che questo, /Questo e non altro è il sordo regno mio
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Com'è sempre suggestivo e piacevole leggere questo Mister Illeggibile,come qualcuno l'ha chiamato,lontano da ogni fritto e rifritto minimalismo!
Già l'aveva capito Calvino (Le più belle pagine) nel 1982 e financo Battiato che nel 1989 cantava:
Mi piacciono le scelte radicali
la morte consapevole che si autoimpose Socrate
e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana
la vita cinica ed interessante di Landolfi
opposto ma vicino a un monaco birmano
e speriamo ora anche Adelphi,in modo che venga ripubblicata l'Opera Omnia (Rizzoli 1975).
Certo,a me pare che Landolfi poeta sia meno incisivo del narratore, (un discutibile gusto per la rima , a tratti un lessico demodé,arcaismi..), ma è indiscutibile la forza lirica di alcuni passaggi, che rendono mirabilmente la dimensione del dissidio interiore dell’autore: “scheletro d’un cuore” ,livido nel suo contrasto col mondo e con Dio, attraverso il quale esprime la propria stessa renitenza alla vita, considerata gran vanto.
La sua poesia mostra anche una certa consonanza con altri irregolari del Novecento letterario, come l’italoargentino Wilcock (di cui fu grande amico),come Antonio Delfini e Flaiano
Ma la sua poesia credo sia interessante per comprendere la poetica generale di Landolfi.
Spirito libero e aristocratico,"ultimo forse rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale", come lui stesso si definì in La bière du pecheur,Landolfi non fu mai legato ad alcuna ideologia e rappresentava quindi soltanto se stesso.Fuori dagli schemi.
Già nella Firenze degli anni Trenta che lo vide emergere, adoperava un linguaggio elaborato, simbolico e raffinato, quando intorno a lui si parlava di avanguardia e di nuovo realismo.Si vedano le traduzioni di Leskov,Il viaggiatore incantato, e i Racconti di San Pietroburgo di Gogol, mirabilmente rese con il suo italiano "fatato".
Trascorse lunghi periodi a San Remo o a Venezia, le «città del gioco», attirato dalla sua grande passione, parallela o sovrapponibile a quella per la scrittura. Sul gioco d’azzardo, sul significato universale di cui egli lo investe, scrive pagine intense, facendone il centro di una speculazione assai più ampia e che occupa grande parte nella sua poetica.
Una triade - gioco,letteratura,vita - attorno a cui ruota quasi tutta l'opera landolfiana.
Gratuità e futilità dell'esistenza,come il gioco,a cui si mescola pure l'insensatezza della scrittura (come già in Bière du pecheur) che cerca un ordine,un fondamento della realtà che non trova e che forse non esiste nemmeno ,finendo quindi per assomigliare all'insensata e grottesca maschera del gioco,al.succedersi fortuito di circostanze casuali,fuori dal controllo della razionalità,come lo stesso Calvino rilevò in L'esattezza e il caso.
Alla fine,il gioco diventa la metafora più appropriata per rappresentare letteratura e vita,sebbene Landolfi cerchi quasi ossessivamente di conciliare la letteratura con il mondo, la vita con la scrittura,e sia stato anche consapevole di quanto fosse disperata questa impresa.
La critica ha affermato che il percorso artistico di Landolfi si divide in due fasi: quella giovanile del dissacratore positivo, e quella del nichilista,man mano che gli anni passano,.e dove indaga sul significato della morte, si chiede in maniera dolente se la morte sia davvero la fine.
Alcuni ravvisano invece in questi interrogativi un non nichilismo.Vero è che il nostro amava molto la vita in tutte le sue forme ed espressioni,ma non saprei dare una risposta sul suo vero o presunto nichilismo.
Un gran pessimista lo era di certo,ma come spesso accade,proprio questo pessimismo ,scevro da ogni sovrastruttura,può diventare il miglior viatico per apprezzar in modo più completo la vita,pur con un atteggiamento annoiato,un po' flaneur.
Negli Stati Uniti,dove ha avuto a suo tempo un grande successo,fu acclamato dalla critica e definito "philosophical writer",tanto per sottolinearne lo spessore di pensiero.
Anche in questi versi (fin dal titolo) è presente la riflessione sul senso della morte.e sulla difficoltà di vivere senza fondamenti..Versi che al tempo "infastidirono" vari poeti del clan,come Bellezza che definì il tema della sua poesia "scontato in partenza,tono basso e imparaticcio" (poveretto!) e come Sanguineti che gli affibbiò "letteratura come morte".
Montale dichiarò. "uno scrittore tutto di testa,d'immaginazione,non di fantasia,un bel tenebroso,stilista di gusto antiquario,quasi mai in presa diretta con la vita".
Ci dispiace ragioniere Eugenio,poeta laureato,questa volta ha toppato,il nostro non sarà certo un gran poeta,ma avesse avuto lei la presa sulla vita vera che ha avuto il nostro!
Come sempre,sono altri i meno strabici,tipo Manganelli che ,(tra un libro poetico e l'altro del nostro),lo definì "scrittore notturno,bizzarro abitatore degli anfratti della retorica,scrittore da grotte,favolatore di astri,di cunicoli,zoologo di animali mostruosi e cosmici,botanico di veleni rari e nobili" .
La più bella definizione mai data di Landolfi.
Che ci insegna tra l'altro Landolfi,anche in questo libro? (speriamo nel prossimo "Tradimenti",a mio avviso la sua miglior performance come poeta).
Una grande attenzione alla lingua e al ritmo della parola,in questo tempo di dispersione,spesso di sciatteria e banalità linguistica.
Vedi anche - http://ortioricellari.blogspot.com/search/label/landolfi
(stralci)
Forse,ancora di ciò perso il ricordo,
è per libera scelta che viviamo?
Dio! dove finirebbe allora
l'accusa in cui ci rifugiamo?
Chi soffrirebbe tanto grave soma:
l'aver voluto nascere e morire?
Credo che non il cuore ma la penna
moderi i nostri sconforti,
dovunque la penna arriva
si ritira il suicidio
Così dicesi il cane
guarisce ogni sua piaga
se soltanto l'arriva con la lingua.
Civetta,non puoi tu guardarmi in viso?
non mai potremo gemere e piangere
insieme e rompere in riso
notturno dacchè tanto mi travaglia
la nostra e la tua stirpe
traverso questa immensa infida sirte?
(roy)


Non conosco Landolfi come poeta,ma ben vengano tutte le riedizioni delle sue opere.Credo che sia stato sottovalutato ai suoi tempi,forse pechè era un solitario,incurante dei vari circoli letterari.
RispondiEliminaSe i temi che affronta sono scontati,come afferma Bellezza,uno che ha costruito la sua effimera fama con le appartenenze alla combriccola in voga,è tutto dire.
d'altronde Landolfi è sempre più letto,chi si ricorda di Bellezza?
Roy oggi siamo telepatici.
RispondiEliminaBisogna tenersi stretti Landolfi. Sulla sua illeggibilità, credo sia solo un mito duro da sfatare. Ci sono autori molto meno digeribili. Quello di Landolfi è un pacchetto di sottigliezze, qui sta la sua difficoltà. Non si possono sentire quei critici che lo bollano illeggibile solo perché bisogna ogni tanto squadernare il vocabolario...
Landolfi deride sé stesso, il lettore, la letteratura e la vita. Lo fa in maniera magistrale, di controlancio. Questo non è facile, in lui.
Penso che Landolfi dovesse piacere proprio tanto a Carmelo Bene, ma proprio tantassai.
ciao
Nonostante il risvolto di copertina,credo anch'io che come poeta fosse inferiore al narratore,ma come dice Roy è semz'altro utile per meglio comprenderne il pensiero.
RispondiEliminaCredo che Tradimenti vinse il Premio Viareggio,ma pare introvabile.
@daniz
RispondiEliminaInfatti,penso che al tempo sia stata sottovalutata la sua indubbia ironia,basta legere certi scritti diaristici.
Sai ieri ho comprato questo libro e m'è parso giusto dedicargli un post,non lo avevo letto finora.
Tradimenti è migliore a mio avviso,ma il Landolfi che amiamo è il sofisticato narratore.
@daniz
RispondiEliminaNon vorrei ricordar male,ma non c'è dubbio,se Cb fa suo un detto di Landolfi: “Non si può fare cinema col cinema, poesia con la poesia […] Bisogna sempre fare altro”.
E qui pare che Landolfi sia addirittura un gemello di CB.
Inoltre durante le pause della programmazione del Caligola,a Roma,dice un giovane CB:
"non frequentavo ancora i letterati,ma mi piaceva ascoltar le loro conversazioni nei caffè di via Veneto...Mi deliziava sentir Landolfi che sfotteva Montale..."
Direi che gli piaceva,eccome!
Tanto per far sapere di più gli amici lettori,vi meyyo questa lista di Landolfi:
RispondiEliminaOpere
Dialogo dei massimi sistemi, 1937
La pietra lunare, 1939
Il Mar delle Blatte e altre storie, 1939
La spada, 1942
Il principe infelice, 1943
Le due zittelle, 1946
Racconto d’autunno, 1947
Cancroregina, 1950
LA BIERE DU PECHEUR, 1953
Ombre, 1954
La raganella d’oro, 1954
Ottavio di Saint-Vincent, 1958
Mezzacoda, 1958
Landolfo VI di Benevento, 1959
Se non la realtà, 1960
Racconti, 1961
In società, 1962
Rien va, 1963
Scene dalla vita di Cagliostro, 1963
Tre racconti, 1964
Un amore del nostro tempo, 1965
Racconti impossibili, 1966
Des mois, 1967
Colloqui, 1967
Un paniere di chiocciole, 1968
Filastrocche, 1968
Faust ‘67, 1969
Breve canzoniere, 1971
Gogol a Roma, 1971
Viola di morte, 1972
Le labrene, 1974
A caso, 1975
Il tradimento, 1977
Del meno, 1978.
io ho letto i Dialoghi,Gogol a Roma e lo stupendo Racconto d'autunno.
Una volta,divertissements a parte,i nostriscrittori si occupavano di certi temi capitali,ora sempre più spesso di cose che non sfuggono fuori da una effimera moda o di minime banalità.
Ragazzi, Landolfi ha avuto alle spalle uno sgobbo di scrittore di 40 anni... con titoli tutti degni d'essere letti e goduti nella massima attenzione possibile. Tutti i libri di sopra citati ne fanno testimonio.
RispondiEliminaPenso anche io che fosse meglio come narratore, funambolico, fatato, beccamorto e trafugatore di sé stesso. Landolfi è stato un trafugatore proprio, oltre a un cinico dissipatore di bluff. Delle volte proprio nun c'ha vogglia... e lascia tutto a metà, e lo fa finire, come una pallottola che si sgonfia appena scita dalla canna.
Su CB, non c'era dubbio che i due si trovassero. Mi sembra di aver letto che Carmelo sentisse sempre più dura la tirannia delle plebi dopo la morte di Pasolini Flaiano Moravia Landolfi...
Tra l'altro Landolfi, seppur nobile, stava male in bolletta, per via della pessima gestione del contante che buttava dalla finestra e delle pesanti perdite al gioco. Ciononostante, non si corciò mai a lavorare per conto di altri che non fosse la penna.
Un grande genio
@daniz
RispondiEliminaQuesta gente dobbiamo frequentare,i solitari,gli ospiti inquietanti,seducenti e pericolosi,amanti degli stravolgimenti,incuranti di mode e tendenze,sempre sull'orlo di un precipizio in cui non cadono mai.Il precipizio del banale.
Ho letto recentemente Rien va,strepitoso!
RispondiEliminaMi chiedo veramente (avendo letto molto altro di lui)come è possibile che nella grande libreria dove l'ho ordinato,non avevano nessun libro di Landolfi (tolto il libro di queste poesie appena pubblicato,tre copie) in scaffale,sebbene molti siano disponibili, mentre c'era una pila del libro ortofrutticolo della Dandini.
poi fanno dei Saloni del libro!
Mister blog,idem è successo a me,ho dovuto ordinare appunto Rien,il mar delle blatte e Gogol a Roma,ma perchè non ne tengono un paio di copie almeno?
RispondiEliminaFuori catalogo è La bière du pecheur,che però ho letto da johnny.
Che vo fa!
ho avuto un grande privilegio nella mia vita, quello di conoscere molto giovane e per caso e diventare amica intima di Idolina Landolfi,la grande figlia e vera erede mentale di Tommaso, morta anche lei 3 anni fa: ho vissuto con Landolfi in casa per anni, ho tutti i suoi libri - regalati da lei via via che Adelphi li ri-pubblicava - ma vi confesso che di questi adoro Rien va - il suo diario scritto alla nascita di idolina, per me il più grande! - e prprio questo Viola di Morte, preso adesso a volo, e tanto atteso.
RispondiEliminaE chi li ritrova più uomini e menti csì?
ma l' avete vista su youtube l' intervista "impossibile" di Landolfi che parla del "signor Bisognino, che fa fuggir la vecchia"? Se Idolina ne è stata innamorata tutta la vita, lo credo bene: e dove li ritrovi uomini ( e scrittori ) così? basta leggerlo...ma era la sua vita il suo capolavoro.
Se carmelo lo amava?
Altro mio immenso amore e Maestro,anche lui incontrato dal vivo e poi tramite i suoi splendidi libri e film e una delle donne che più amò in vita,la sua prima moglie: se Carmelo amò landolfi? gli dedicò la prima del suo splendido Manfred a Firenze perchè era appena morto: lo ADORAVA.
E chi li ritrova più, uomini come quelli?
Daniela,ci fa piacere che sempre più persone apprezzino questo autore,non dico dimenticato,ma oggi certo nemmeno molto presente.
RispondiEliminaDici bene ,dove vai a trovare uomini così oggi!
Un nostro collaboratore,johnny,ha avuto la fortuna di conversare con Carmelo in una memorabile notte,così la ricorda lui.Non poteva non amare uno come Landolfi!Uno vero e non taroccato come tanti odierni parvenu che scrivono un romanzetto e già si atteggiano a geni.
Ti dirò che anche per me Rien é il preferito insieme a Bière....ma c'è tanto altro..
grazie della tua testimonianza.Ciao