Un funambolo e un eclettico della parola,scrittore e critico letterario del Mondo di Pannunzio,mestiere che esercitava appasionatamente e polemicamente ( "l'ebrezza aristocratica del dispiacere"), anticipando gran parte dei temi del nostro presente letterario.Non esitava a gratificare certi scrittori di facile (e forse anche immeritato) successo, come "scimpanzè che pare siano sempre sul punto di dir qualcosa".
(Il reato di scrivere).
Chissà che direbbe oggi,dove i critici non fan altro che scambiarsi melensi pasticcini sui loro autorini!
Ebrezzza anche dello scrivere con ironia fino alla demenzialità,talmente spinta da divenire tragica.(I due allegri indiani).Gioca con l'taliano,con invenzioni linguistiche lontane da ogni noioso sperimentalismo.
Si rivoge ai lettori del futuro,che forse è arrivato,grazie anche all'Adelphi che sta ripubblicando molti suoi scritti,così che scopriamo Wilcock come uno dei nostri più validi scrittori.
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J. Rodolfo Wilcock, La Sinagoga degli iconoclasti
Nella "Sinagoga degli iconoclasti", Wilcock ha raccolto con grazia magistrale i profili di trentasei esseri che, poggiando sulle solide basi della scienza o comunque di una qualche disciplina che si presenta rigorosa, o almeno su una qualche indubitabile intuizione, ne hanno tratto tutte le conseguenze e si sono mossi tranquillamente - e si direbbe talvolta con argomenti convincenti - verso la demenza (la quale, come fin troppo ci viene ricordato tuttora, può essere la vicina del genio). Queste vite mostruose che la storia tenta invano, per pudore, di dimenticare vengono qui riscattate da un enciclopedista che registra inesorabilmente, Plutarco dell'incongruo, ogni particolare memorabile.
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A commento di questo libro e del suo autore,niente di meglio di una pagina che scrisse Pasolini nel 1974.
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Ebbene, questi due modi di mettersi in rapporto con l’inferno per non soffrirne, non prevedono il caso di Wilcock. Egli non appartiene certo alla maggioranza per così dire silenziosa (in realtà essa parla il linguaggio dei motori, delle radioline e delle televisioni), che accetta l’inferno, ne fa parte e non lo riconosce più; ma non appartiene però neanche all’élite fortunata che cerca nell’inferno qualcosa che non è inferno.
Anzi, Wilcock sa, prima di ogni altra cosa, sa da sempre sa per sempre, che non c’è altro che l’inferno. Non si propone neanche nel modo più vago e generico (come Calvino) l’ipotesi che ci sia qualcosa al di fuori di esso. Non si sogna neanche lontanamente che ci possa essere un modo, anche illusorio, di non soffrirne o almeno di ignorarlo. E cos’è che distingue allora Wilcock dalla maggioranza silenziosa?
È chiaro, benché terribile: egli accetta l’inferno, come la maggioranza silenziosa, ma al contrario della maggioranza silenziosa non ne fa parte, e perciò lo riconosce. Ecco delineata una condizione di «estraneamento». L’accettare un fatto per pura e semplice obiettività, e il non farne parte pur riconoscendolo, costringe Wilcock ad avere con questo fatto un rapporto tragico di estraneità: a cui non è consentita alcuna soluzione, nemmeno provvisoria o irrisoria.
Quando la tragicità è ridotta ad essere così completamente priva di illusioni, non può che trasformarsi in comicità.
Visitatore-dannato dell’inferno, Wilcock, bruciando nel fuoco o dibattendosi nella pece bollente, osserva gli altri dannati: ma pur soffrendo – com’è naturale – in modo selvaggio, in questo suo osservarli li trova ridicoli.
Il suo ridente sguardo cadaverico si posa soprattutto sui dannati in qualche modo simili a lui, appartenenti alla sua cerchia, alla sua specializzazione. La loro irresistibile comicità di dannati non spinge però Wilcock né a deriderli troppo né ad averne qualche pietà. Descrivendoli, egli concretizza semplicemente la propria condizione di «estraneità»: la concretizza in una forma di distacco linguistico che è infatti quasi filologico: e decisamente filologico lo è nella sua veste di «finzione» narrativa.
Ma è ora di spiegare in più povere parole di che si tratta. Wilcock ha finto di essere un enciclopedista, armato di una erudizione spaventevole, capace di tutto, e, nel tempo stesso, capace di semplificare tutto. Ecco, per dir meglio, Wilcock ha finto di essere un enciclopedista incaricato da un editore di scrivere un certo numero di «voci» per una enciclopedia divulgativa. Queste voci riguardano scienziati, inventori, utopisti, saggisti, filosofi. E Wilcock compila queste sue «voci» con tanto scrupolo, diligenza, abito professionale che, dico la verità, ad apertura di libro, ho creduto che si trattasse di nomi veri, di fatti realmente accaduti. La pagina dove si era posato il mio occhio, era la seguente:
«Secondo Charles Carroll di Saint Louis, autore de Il negro è una bestia (The Negro a Beast, 1900) e Chi tentò Eva? (The Tempter of Eve, 1902), il negro fu creato da Dio insieme agli animali al solo scopo che Adamo e i suoi discendenti non mancassero di camerieri, lavapiatti, lustrascarpe, addetti alle latrine e fornitori di servizi simili nel Giardino dell’Eden. Come gli altri mammiferi, il negro manifesta una specie di mente, qualcosa tra il cane e la scimmia, ma è completamente privo di anima. Il serpente che tentò Eva era in realtà la cameriera africana della prima coppia umana. Caino, costretto dal padre e dalle circostanze a sposare sua sorella, rifuggì dall’incesto e preferì sposare una di queste scimmie o serve di pelle scura. Da questo ibrido matrimonio sono scaturite le varie razze della terra…»
Non è forse attendibile come teoria razzista del primo Novecento? Wilcock descrive poi teorici e utopisti ancora più spaventosi, forniti di nomi mitteleuropei, anglosassoni, latino-americani, assolutamente assurdi, quasi da avanspettacolo, e inventori di congegni, macchinari, sistemi filosofici ancora più assurdi: eppure nessuna di quelle figure e nessuna di quelle invenzioni è più ridicola e stronza di come sarebbe stata se fosse stata reale. A libro chiuso, abbiamo letto una vera antologia di biografie di uomini di pensiero.
Cos’è che dà a questo libro un così forte sentimento di realtà? È, soprattutto, il surrealismo: è infatti sul surrealismo che Wilcock investe la vena comica con cui rende accettabile la patetica malvagità che gli fa identificare tutto il mondo con l’inferno.
Egli approfitta insomma delle teorie dei suoi eroi per farne dei pezzi di magistrale letteratura onirica: cosicché tali teorie non sono più delle cose semplicemente pazzesche, da genialoidi destinati al manicomio, ma, diventando «visioni», attraverso lo stile del loro descrittore, recuperano una realtà poetica che si proietta su loro, restituendole all’universalità che avevano perduto nella miseria della pazzia.
Diventano – se vogliamo – delle metafore perfette di analoghe scoperte, invenzioni, ideologie reali. Naturalmente – come un quadro surrealista è dipinto con la pennellatina pre-impressionistica, che, con cura accademica, ambisce alla fedele riproduzione del modello – così anche la scrittura di Wilcock è una scrittura perfettamente normale, piana, convincente. E non solo per scherzo (ché in tal caso non ci occuperemmo del libro), ma con il rigore di una scelta stilistica intrasgredibile. «… uno stile piano e impersonale è concesso a pochi, e non certo a uno scrittore di successo», scrive Wilcock nell’unica riflessione diretta sul proprio scrivere nella Sinagoga.
Su questo piano di riflessione metalinguistica, ciò che colpisce di più il lettore leggendo il libro di Wilcock, fatto tutto di una serie ci brevi pezzi, intitolati ognuno (come appunto in un’enciclopedia) col nome proprio del pensatore, è la curiosità con cui lo si divora, quasi si trattasse di un libro giallo.
La «suspense» che mantiene così morbosamente attenti, è appunto di genere metalinguistico, e consiste nella domanda: «Che cosa inventerà nella prossima “voce” l’autore?» E l’autore, nel nostro caso non tradisce mai, neanche nelle attese più ingenue (ognuna di queste sue biografie potrebbe essere un magnifico film comico).
Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni
(articoli scritti per il settimanale Tempo,dal 1972 al 1975)
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Caro Pier Paolo,a noi questi "visitatori infernali",senza tante illusioni e che vedono impietosamente solo il ridicolo del tragico in tutto quel convulso agitarsi dell'umanità verso improbabili traguardi di paradiso,piacciono molto."
Beckett ne è stata la più sublime espressione.
(by george)




Ho letto quel libricino Il reato di scrivere,dove sbertuccia la società letteraria del suo tempo,ed in particolare il premio Strega (già allora...).
RispondiEliminaE,essendomi piaciuto,mi riprometto di leggere anche altri suoi lavori.
Mi piace questa vostra galleria di scrittori dimenticari o quasi,serve a rendersi conto di quanto la letteratura attuale abbia in genere regredito.
Anch'io ho letto questo divertente libretto,dove W.usa l'espressione "racket dei premi letterari" e "gli italiani (scrittori)finiranno solo per paragonarsi a se stessi!.
RispondiEliminaC'è addirittura un capitolo intitolato "La corruzione dei premi"
Uno scritto esilarante.
Un altro di cui non ho letto nulla,manco sapevo che esistesse,mai sentito nulla su di lui,è mia ignoranza o scarsa informazione che circola?
RispondiEliminaComunque ora lo so,e grazie per questo post.
Amici,questo mirabile libercolo è la prima cosa che ho letto di lui e non andava certo per il sottile.Arriva a dire che l'unico che non sa nulla del mondo reale forse è lo scrittore.
RispondiEliminaMa questo scritto contiene contiene giudizi talmente tranchants da confermarlo come uno straordinario polemista,e in tempi non certo facili per chi cantava fuori dal coro.
La pagina di Pasolini è miarabile per obiettività e onestà,la sua diversa concezione e visione del mondo,non gli ha impedito di riconoscere i meriti letterari di Wilcock.
Per chi fosse interessato,questo è l'elenco degli articoli scritti da Pasolini contenuti in questo suo libro.Devo dire che questo e quello delle Lettere Luterane (più che degli Scritti Corsari) è il Pasolini che preferisco.
RispondiElimina------------------------------
- Edward Morgan Forster, Maurice (26 novembre 1972)
- Osip Mandeil'stam] (3 dicembre 1972)
- Leo Pestelli, Perdicca (10 dicembre 1972)
- Alberto Arbasino, Il principe costante;
Goffredo Parise, Sillabario n. 1 (17 dicembre 1972
e 14 gennaio 1973)
- Witold Gombrowicz, Diario 1957-1961 (24 dicembre 1972)
- J. Rodolfo Wilcock, La Sinagoga degli iconoclasti;
Storia Augusta; Marcel Schwob, Vite immaginarie
(14 gennaio 1973)
- Italo Calvino, Le città invisibili (28 gennaio 1973)
- Anonimo russo, La via di un pellegrino;
Lazarillo de Tormes (11 febbraio 1973)
- Andrej Platonov, Il villaggio della nuova vita
(25 febbraio 1973)
- Joris-Karl Huysmans, Controcorrente (11 marzo 1973)
- Mary McCarthy, Uccelli d'America (25 marzo 1973)
- Enzo Siciliano, Rosa (pazza e disperata) (1° aprile 1973)
- Gaetano Carlo Chelli, L'eredità Ferramonti (8 aprile 1973)
- Gottfried Benn, Poesie statiche (15 aprile 1973)
- Alcuni poeti] (22 aprile 1973)
- Carlo Cassola, Monte Mario (29 aprile 1973)
- Anna Banti, La camicia bruciata (6 maggio 1973)
- Giacomo Debenedetti, Niccolò Tommaseo (13 maggio 1973)
- Almanacco dello Specchio n. 2»; Marianne Moore, Il
basilisco piumato (20 maggio 1973)
- August Strindberg, Inferno (27 maggio 1973)
- Palladio, La Storia Lausiaca; Pietro Citati, Alessandro
(15 novembre 1974)
- Mario Soldati, Lo smeraldo (29 novembre 1974)
- Alfredo Todisco, Breviario di ecologia (6 dicembre 1974)
- Luciano, I dialoghi; Tito Balestra, Quiproquo
(13 dicembre 1974)
- Osvaldo Licini, Errante, erotico, eretico; Alberto Savinio,
Hermaphrodito; Gian Paolo Caprettini, San Francesco,
il lupo, i segni (20 dicembre 1974)
- Abelardo, Storia delle mie disgrazie. Lettere d'amore di
Abelardo e Eloisa (27 dicembre 1974)
- Gianfranco Contini, La letteratura italiana, tomo IV:
Otto-Novecento; Alberto Arbasino, Specchio delle mie
brame (3 gennaio 1975)
- Stanislao Nievo, Il prato in fondo al mare
(10 gennaio 1975)
- Roberto Denti, Incendio a Cervara (17 gennaio 1975)
- Leonardo Sciascia, Todo modo (24 gennaio 1975)
Ho letto solo I due allegri Indiani,non è di facile lettura,ma è veramente demenziale,nel senso buono del termine,pieno di ironia che come da voi accennato,spesso diventa amarezza tragica.
RispondiEliminaMi incuriosisce però questo libro,questa serie strampalata di "mostri" alla Bouvard et Pécuchet,ma certo più grotteschi e tragici,da quanto leggo.
Leggo con interesse,ma non avendo mai letto nulla di lui,non saprei che dire,se non incominciare a leggerlo.
RispondiEliminaRagazzi,di questi nostri scrittori di valore e semisconosciuti alla gran parte dei lettori,ce ne sono diversi,apparsi come meteore luminose per poi finire nel dimenticatoio.Forse erano tempi sbagliati.
RispondiEliminaNon saranno geni,ma certamente pochi degli attuali possono reggere il confronto.
Vedo che l'Adelphi sta facendo molto in questi anni per riproporli,magari costassero un po' meno...,ma comunque è opera meritevole.
Ben vengano quindi altri posts del genere.
Wilcock l'ho "scoperto" tempo fa come magnifico poeta, una voce notevolissima con un gusto per la parola splendido, mentre mi manca ancora il prosatore che dovrò leggere senza dubbio. Condivido l'interesse per le Lettere Luterane, mentre sinceramente ho sempre trovato tutti i lavori "impegnati" sulla lingua, la scrittura etc... piuttosto pesanti e fuori fuoco, mi incuriosisce questa raccolta di descrizioni, nella speranza che abbiano un po' del fascino dei textos cautivos di Borges (a proposito di Premio Strega, la sua sferzata contro il premio Nobel all'interno della recensione dell'opera di Eugene G. O'Neill è consigliabilissima, eravamo ancora nel 1936 e già si era capito l'andazzo).
RispondiEliminaAntonio,beh Borges è altra cosa,ma il nostro a mio parere merita comunque.E pensare che han deto certi premi Nobel a dei carneadi,e non a Borges,tanto per stare in tema.
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