Una delle protagoniste di questo strano libro di Brodskij, Fondamenta degli incurabili, edito da Adelphi, è la luce invernale di Venezia, “città dell’occhio”.
Qui si tratta del rapporto fra questo grande poeta esule russo e la città lagunare, acquatico regno di specchi profondi, di pizzi, di vicoli, esperienza della vista innanzitutto con i suoi palazzi su cui sfavilla questa luce quasi astratta, che vibra nel freddo decembrino come una rivelazione.
Brodskij aveva l’abitudine di soggiornare tutti i mesi di dicembre a Venezia, in vacanza, e aveva scelto proprio questo periodo perché spinto dalla particolare bellezza della città, che l’inverno rendeva ai suoi occhi ulteriormente magica. Come sempre accade con uno scrittore, la sua passione per Venezia è filtrata attraverso referenti letterari e cinematografici, il romanzo di un dimenticato autore francese dell’Ottocento, Il film di Visconti, Morte a Venezia; contatti che nel racconto di Brodskij diventano quasi presagi, come la gondola di rame posseduta dal padre, presagi di quella che negli anni sarebbe diventata una vera e propria ossessione.
La grande madeleine che legò per sempre Brodskij a Venezia è l’odore della alghe sotto zero, che gli ricordava il Baltico.
“Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore delle alghe marine sotto zero. “
Fondamenta degli incurabili è un libro attraversato da una strana forza alchemica, sarà il linguaggio meditato, orfico e onirico, sarà il tema, Venezia città misteriosa per antonomasia, è un libro che elogia la lentezza dell’inverno, dei suoi tramonti.
E’ l’acqua, l’elemento fluido che per Brodskij rispecchia il tempo, l’altra grande protagonista di questo scritto indefinibile. Acqua pericolosa, che rischia di sommergere la città, acqua che però “abbellisce il futuro” e dà alla città l’esatta dimensione della sua “funzione (…) nell’universo”.
La scrittura di Brodskij procede per slittamenti, balzi non lineari, costruendo una storia che è insieme un collage di frammenti, operando così come la memoria e affidandosi al flusso di coscienza.
Nella parte finale Brodskij girovaga come in un sogno per le vie di Venezia, si ferma a un bar, il Florian, e come in una visione gli appare Auden, il poeta, insieme ai suoi amici, che racconta una storia.
Perché questo è un testo in cui molto spesso la fantasia prende il sopravvento mescolando elementi di realtà ad altri di puro sogno. Venezia qui pare il nutrimento di un’immaginazione acquatica che come l’acqua vuole riempire tutti i vuoti, colmarli.
In questo testo assistiamo anche all’incontro di Brodskij con la vedova di Pound, scopriamo la passione dell’artista russo per la poesia di Montale, c’è anche una sorta di (non) storia d’amore con una veneziana e soprattutto vediamo come a Venezia il corpo stesso divenga veicolo dell’occhio, con la retina che fatica a intrappolare lo splendore metafisico della luce.
Tutti questi elementi la luce, l’acqua, la bellezza, il sogno, amplificano la sensazione d’ intimità con qualcosa di misterioso; vista anche attraverso i suoi leoni, le sue statue di chimere e di mostri, Venezia mostra di essere una città magica, e Brodskij replica la sua magia nello stile della sua scrittura, che celebra la nebbia, l’oscurità, l’inverno e la sua luce pallida, con estremo rigore e coerenza.
(dall'amico blogger Ettore Fobo)
- http://ettorefobo.blogspot.com/2012/01/fondamenta-degli-incurabili-iosif.html
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(stralci)
«Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.In più esiste indubbiamente una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo –ossia degli edifici veneziani –e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza”
“Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio”
“L’atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico, per essere precisi; ero entrato in quell’infinito che contemplavo dai gradini della Stazione, e ora avanzavo tra i corpi dei suoi abitanti, passavo davanti al capannello di ciclopi assopiti che ogni tanto, nell’acqua nera che li cingeva, alzavano e poi abbassavano una palpebra”
“Nebbia vuol dire tempo per leggere… In breve, tempo per obliare se stessi, nella scia di una città che ha smesso di farsi vedere. Senza volere, obbedisci alla città, specialmente se anche tu, come lei, non hai compagnia. Non essendo nato in questa città, puoi vantarti almeno di avere in comune con lei l’invisibilità”
“La mattina questa luce si affaccia ai vetri della tua finestra, ti schiude l’occhio come fosse una conchiglia, ti chiama all’aperto e si mette a correre davanti a te strimpellando con i suoi lunghi raggi – come un ragazzino scatenato che batte il bastone contro la cancellata di un giardino o di un parco – su arcate, portici, comignoli di mattoni rossi, santi e leoni”
L’acqua è il luogo dove il tempo fisico e quello metafisico si fondono. L’elemento che rivela la profonda solitudine di ogni essere umano, la sua precarietà,.E se l’acqua è uguale al tempo, Venezia che dall’acqua è toccata, non fa altro che migliorare, abbellire il tempo, restando uguale a se stessa.
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Lo strano titolo del libro deriva da un episodio narrato dall’autore.
Durante uno dei suoi soggiorni veneziani ebbe l’occasione di far visita, insieme a un’amica, all’anziana vedova di Ezra Pound, la quale non fece, durante il loro incontro, che difendere, in blocco e con ampie argomentazioni, l’operato e le idee del marito.
Una volta usciti all’aperto i due ospiti si ritrovarono dopo pochi passi sulla Fondamenta degli Incurabili, un nome che ben si adattava alle caratteristiche della signora, incapace di muovere una critica agli errori antisemiti del consorte
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(by george)
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(by george)



Brodskij per circa una ventina d'anni ha frequentato la mia città d'inverno e spesso per le feste natalizie.Mi vergogno un po'come veneziano,non avevo mai letto questo libretto,lacuna che ho provveduto a colmare dopo aver letto il post del nostro amico.
RispondiEliminaNon l'avevo letto,ma certamente conoscevo il fascino sottile della mia città in questa stagione a cui Brodskij ha mirabilmente dato voce come credo nessun altro.
Ci sono mattine di sole decembrino dove le luce é pura,cristallina e più che dal sole sembra sorgere dalla città stessa,quasi avesse immagazzinato una riserva di grezza e grossolana luce estiva da restituire,filtrata da ogni impurità,in queste incredibili nitide mattinate,dove le pietre dei palazzi illuminano e sono illuminate a loro volta dal saltellante luccichio di piccole e timide onde,in un giocoso e magico ping pong che trasforma Venezia in una città da fiaba.
Poi improvvisamente il gioco s'arresta,le sagome dei palazzi sono ancora nitide,ma il puro biancore della luce vira al grigio perla,la città assume un aspetto severo,temperato da una dolce malinconia che segna anche i volti dei passanti nelle calli,come alla fine di ogni festa.
Ad un certo punto del pomeriggio,quasi a preservare la città dai pericoli della notte,una sottile lanuggine la invade,nascondendola in un morbido scrigno galleggiante.
Ora Venezia é una nave avvolta dalla nebbia che naviga incerta verso il suo futuro.
Oh gente,mi fate venir voglia di leggerlo!
RispondiEliminaIo non son mai stata a Venezia d'inverno,salvo una volta a febbraio per il Carnevale.
Una bolgia indescrivibile,bella maschere,atmosfera...ma poco adatta,credo, a godere della città,in più pioveva.
Ormai a Venezia,ci son solo un paio di mesi all'anno per ammirare la città in santa pace.
RispondiEliminaNovembre e parte di gennaio.Il resto dell'anno é sempre un'invasione turistica.
Solo che in novembre é facile che piova,e Venezia con la pioggia,senza luce e con ombrelli,non é proprio il massimo.
Il Carnevale é ormai diventato un contenitore per qualsiasi cosa estranea alla tradizione.Qualche edizione é stata veramente magnifica e degna di essere vissuta,ma c'è sempre da preoccuparsi per le fantasie "coslatrici" dei vari assessori,che pur di far cassetta fanno intervenire pure gruppi folkloristici messicani(sic!).
Senza le orde di turisti,la città assume quell'aria di calma,d'indolenza,di serenità tutta da gustare passeggiando senza pensieri.
Bel post e anche il commento di George.Tante volte ci son stato,ma ricordo in particolare un mattinodi inizio di primavera in cui credo d'aver vissuto al tavolo di un caffè le sensazioni che descrive George.Lasciar vagar la mente sgombra da ogni pensiero é il mezzo migliore per vedere quel che tante volte ci sfugge.
RispondiEliminaMi é mancata la nebbia.
Mi fa piacere max,spero non ti mancheranno altre occasioni.
RispondiEliminaUna goduria,passeggiare per le varie fondamenta semideserte con a fianco il mare e accompagnati dalle grida degli uccelli...
RispondiEliminapaola
ho letto questo libro che consiglio a tutti,é una Venezia insolita,fuori dagli stereotipi usuali,un libro di grande fascino e poesia.
RispondiEliminaVedo che l'ora dei commenti va per proprio conto...chissà mai in base a quale criterio,pure la grafica dei commenti é cambiata...a chi dobbiamo questa trovata?
RispondiEliminaFONDAMENTA DEGlI IN-CU-LA-BI-LI
RispondiEliminaVenezia non c’è più
glu, glu, glu.
Venezia è andata giù
glu, glu, glu.
Nell’acqua atrofizzata
stanotte è sprofondata.
Ha fatto harakiri
il ponte dei Sospiri
e quello di Rialto
con un sofferto salto
s’è immerso in autoboro*
insieme alla Ca’ d’Oro.
Obeso, spennacchiato
e gastrodisatrato
da pizze e cocacola
il già leone alato
in tuffo a San Marcuola
nell’acqua graveolente
s’è spento lentamente.
Pax tibi. E tutto il resto?
Masegni, case, chiese
un gloglottar funesto
apnea in overdose.
Perché l’insano passo?
Il solito sconquasso:
ancora un maremoto
di progettoni a vuoto.
Con luna alle sizigie
tante notizie bigie,
con luna in quadrature
solo brutte figure.
Regina decaduta
e sempre più svenduta,
signora degradata
sedotta e abbandonata
da impegni velleitari
di loschi mercenari
sospetti di tangenti;
politici sfuggenti.
Patrona suo malgrado
di scempio, di degrado,
di inetti, di lenoni,
di furbi, di beoni.
Di sporco di cristiani,
colombi, gatti, cani.
Di ambulanti immobili
e radar sindacabili.
Di certi ristoranti
dai conti un po’ salati
che purgano i clienti
con pesci un po’ gelati
dei mari della Cina
contrabbandati ai merli
per roba genuina.
Venezia ha detto basta
d’esser ceduta all’asta
da troppi provinciali
esperti in carnasciali,
beffardi imbonitori
di gonzi ascoltatori.
Venezia ha detto no
a questo casinò
e scritto “Tante scuse”
a quelli delle chiuse**
e ripetuto basta
e ribadito no
ha chiuso gli occhi stanchi
e ha raggiunto i gò.***
Venezia non c’è più.
Glu.
_____
*immersione spontanea
**il Mose che non vedrà mai la luce
***ghiozzi, genere di pesci dei Teleostei
Tommaso4ever
Ti ga anca rason,Tomas poeta....magagne,magagne... glu glu glu...ma...Venessia resta sempre a galla in mi corazon...che vuo' fa?... ogni scarrafone è bell' a mamm' soja....hasta luego!
RispondiEliminaE anche nel mio cuore, naturalmente!
EliminaT4e