"Guardavo dalla stanza il muro della terrazza di fronte a me, su cui si arrampicava ancora timida una vite americana, intrecciandosi col fasto effimero delle campanule,destinate a spegnersi nel rogo del sole di mezzogiorno. Intorno alberi e spazio, fantasmi di frescura e di quiete in quest’angolo ancora possibile della città che si squagliava nel caldo d’agosto, col silenzio innaturale della strada dove non passava che qualche rara automobile, come in un film degli anni 50.
Una sbarra nera orizzontale attraversava il mio campo visivo…una botta, un trauma.Sarebbe passato.
E ad un tratto un’angoscia senza fine invase la stanza, colò lungo i muri, venne in pozze a raccogliersi ai miei piedi, ondeggiando in spire sempre più strette, e da spirale si fece dardo fino a trafiggermi il cuore come uno spillone fa con la farfalla.
Lancinante angoscia che ti succhia come un frutto di mare in una bocca avida e ti annienta. Prigioniera della casa vuota del palazzo vuoto della strada vuota della città vuota e dell’infinito vuoto che solo una voce attraverso il telefono tentava di colmare, ed io mentivo “Bene, sì...bene”, ed ora il vuoto mi portava via.
E improvvisamente io vidi sul muro della terrazza le rovine di Palazzo donn’Anna, il mare meraviglioso, Capri davanti a me, come io e voi potremmo vederlo sullo schermo di un cinema.
Due figure mi apparvero, dapprima incerte e poi più nitide.
"Vieni, mi dicevano, scappa, dopotutto ci vedi, puoi scrivere. Fa’ conto che la sbarra nera sia il ferro d’una ringhiera."
“Non vi conosco…”
Ridevano, abbracciati, una bambina e un ragazzzo.
“Davvero non ci riconosci? Pensaci…”
“Ma come è possibile?”
“ Il mondo fuori non può raggiungerti, hai bisogno di tranquillità...e il mondo dentro trabocca”
Cari fantasmi, così belli, così amati, come ho fatto a dimenticarvi? Cosa volete da me?
“Vivere, Federica, vivere…Ti ricordi come amavi questo nome? Il tuo nome segreto…”
Nella stanza non c’era più il vuoto. Erano entrati, vivi, veri, di carne e sangue e respiro, spettinati, sudati perfino, vicini, e dettavano, discutevano, ridevamo insieme, qualche volta piangevamo, anche.
La città fuori si scioglieva come un gelato, e noi tre ce ne stavamo insieme, felici…
"Per sempre?”
“No, non per sempre.Finché non torni a vivere.Il tempo di scrivere un libro.”
(da Fammi Ridere)
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Federica è una bambina vivace e molto acuta.
A Napoli, negli anni ’50, la sua infanzia in una famiglia benestante sembra dorata.
Il mondo che la circonda è fatto di adulti e lei, dotata di una intelligenza precoce e di una curiosità che le fa osservare e recepire tutto quello che la circonda – anche ciò che i grandi vorrebbero tenerle nascosto – cresce in fretta.
I genitori sono poco presenti, tenuti lontani dalla città dagli impegni di lavoro del padre ingegnere. Così Federica cresce con le educatrici, la servitù di casa e più di tutti il cugino Pietro, un giovanotto di undici anni più grande di lei, adorato da tutti per la sua irresistibile bellezza e il suo equilibrio. Il legame tra loro è fraterno, ma qualcosa cambia quando Federica compie dodici anni e il suo corpo, esile e ancora infantile, racchiude d’un tratto il cuore di una ragazza, forse innamorata del bel giovane, ormai uomo, col quale è cresciuta.
Pietro vorrebbe negare, prima di tutto a se stesso, quello che anche lui sente e desidera, ma non gli è possibile a lungo. Abbandonandosi a quel sentimento, i due ragazzi diventano custodi di un segreto che non può essere rivelato, pena uno scandalo che sconvolgerebbe le loro famiglie e la loro vita.
“Fammi ridere” racconta con delicatezza ma senza filtri, come non ve ne sono per i bambini, i misteri dell’infanzia e dell’amore negati da un mondo di regole troppo adulte che contraddicono la sconvolgente ingovernabilità della passione
“Fammi ridere” racconta con delicatezza ma senza filtri, come non ve ne sono per i bambini, i misteri dell’infanzia e dell’amore negati da un mondo di regole troppo adulte che contraddicono la sconvolgente ingovernabilità della passione
(da Robin edizioni)
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Costretta a casa nella desolazione di agosto, sola, in condizioni fisiche particolari, mi sono messa a scrivere. Avevo trovato un mio diario di bambina, che mi aveva turbata. Alla mia infanzia non avevo pensato più, cancellata, più o meno. Avevo la vaga sensazione di essere stata privilegiata, viziata, e poco felice.
Scoprivo con gli occhi di un’adulta qualcuno che non immaginavo d’essere stata, ed ero sorpresa. Così mi sono messa a scrivere. In verità è stato un fiume in piena, è come se avessi scritto sotto dettatura. Negli ultimi tempi ero infelice, spaventata. Una cometa di Halley stava disegnando una rotta infausta nel mio cielo, ma come fai a dire seriamente a qualcuno queste cose? Naturalmente avevo ragione, ma questa è un’altra storia. Comunque, scrissi e scrissi. Ho già detto da qualche parte che chi ama Blade Runner ricorderà la bellissima replicante cui il creatore aveva innestato frammenti della memoria della nipote.
E’ quello che ho fatto con Federica. Primo, le ho dato casa mia, i miei genitori e qualcos’altro di me, poi il qualcos’altro era troppo, e ho pensato di prendere le distanze, raccontando una storia che comincia negli anni del dopoguerra. Pensavo che collocare in anni così lontani la storia ne togliesse il sospetto d’una autobiografia, operazione non riuscita peraltro.
Il romanzo parla d’amore, e della solitudine dell’infanzia. L’argomento è un po’ difficile: parla dell’amore tra un adulto, per quanto giovane, e di una bambina.
Il libro, che non ha avuto nessun genere di pubblicità, è arrivato ad una seconda edizione. Diciamo che parla con leggerezza di cose che non sono leggere.
Inoltre richiede curiosità e pazienza, almeno nella prima parte..
Quelli a cui è piaciuto mi hanno commossa per quello che mi hanno detto e scritto. Credo che sia un libro dignitoso e sincero. Io l’ho amato molto, è tutto quel che so sull’amore, e ho provato a raccontarlo.
Siamo lontanissimi dalla Maupin, eppure un comune denominatore c’è…Mad, Federica e Leila sono, tutto sommato, sorelle…
(by leila)

