CELINE


Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Auguste Destouches (Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1 luglio 1961).


L'infanzia e la giovinezza 

Nasce a Courbevoie, nei sobborghi di Parigi. È figlio di un impiegato di assicurazioni e la madre ha un negozio di porcellane e merletti. Louis-Ferdinand avrà un ricordo negativo dell'infanzia e non perdonerà mai il padre per le numerose percosse subite. La madre era una donna senza carattere che non riusciva a bloccare questi abusi sul figlio. Di questa triste infanzia, le uniche figure positive sono la nonna materna, Céline, da cui l'autore trarrà il suo famoso pseudonimo, e lo zio Eduard sempre gentile e prodigo di consigli verso il futuro scrittore.
Dopo aver frequentato le scuole di base, viene mandato dai genitori a fare l'apprendista nella bottega di un orefice. Dopo alcune esperienze negative nel settore, il padre decide di mandarlo all’estero a studiare le lingue, e seguono due soggiorni di alcuni mesi in Inghilterra e Germania.


Il Passage Choiseul

 
Particolare il luogo dove Céline trascorre l'infanzia, il Passage Choiseul. L'autore nomina spesso questo luogo della giovinezza e più volte lo descrive come luogo angusto, come una sorta di prigione. I passages possono essere tutt'oggi ammirati a Parigi, ma non rappresentano degnamente quello che erano all'epoca di Céline. Alla fine dell'Ottocento ed inizi del Novecento, i passages erano via parigine porticate tra due edifici, strette e poco luminose dove le famiglie vivevano in locali che svolgevano la doppia funzione di negozi/abitazione. Infatti al piano di sotto si svolgeva l’attività commerciale, ed a quello di sopra la normale vita familiare. In quell'epoca erano state montate le prime lampade a gas, che emanavano il loro ben noto odore di combustione, odore che era mischiato nella penombra a quello dell'urina.

 
L'esperienza della prima guerra mondiale


 Nel 1912, appena diciottenne, il giovane Céline si arruola volontario nell’esercito francese dove viene aggregato al "12e régiment de cuirassiers" a Rambouillet (l'episodio è straordinariamente descritto in Casse-Pipe 1949).
Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale, Céline vi prende parte con valore come volontario ed ottiene diversi riconoscimenti. Il 27 ottobre 1914 nel corso di una missione rischiosa (per la quale si era offerto volontario) nel settore di Poelkapelle (Fiandre Occidentali), resta ferito al braccio destro (e non alla testa come vuole la leggenda). Per tale episodio viene decorato con la Croce di guerra con una stella di argento e si guadagna la copertina dell'Illustré National.
Nel 1915, dopo aver a lungo vagato negli ospedali, ottiene il congedo e viene riformato per invalidità al 70%.
Assegnato presso l'ufficio visti del consolato generale francese di Londra, frequenta gli ambienti del music-hall e della prostituzione dove incontra la sua prima moglie (dalla quale si separa dopo pochi mesi).
Sarà proprio questa guerra che apre gli occhi a Céline su quanto sia delicata ed impotente la vita umana. La guerra, oltre a segni fisici, gli lascerà anche segni mentali; soffrirà d'insonnia per il resto della sua vita ed le sue orecchie non si libereranno mai di alcuni fischi. L'angoscia su quello che è l'esistenza non lo lascerà mai più.
Così racconta in una lettera a casa la sua esperienza dei primi combattimenti sul Lys e di Ypres:
 « Da tre giorni i morti sono rimpiazzati continuamente dai vivi al punto che si formano dei monticelli che vengono bruciati e che in certi posti si può attraversare la Mosa a guado sui corpi tedeschi di quelli che cercano di passare. »
 

 L'Africa e gli studi 


Ottenuto il congedo nel 1916 firma un contratto con la Compagnie Francaise Shanga Oubangui per dirigere una piantagione di cacao in Camerun. Dopo nove mesi, spossato dalla malaria, torna in patria e trova impiego presso una piccola rivista di divulgazione scientifica (esperienza descritta in Mort à Crédit). Nel 1918 si iscrive alla facoltà di medicina di Rennes, laureandosi nel 1924. La sua tesi di laurea costituisce un'opera molto importante, in grado di trascendere la freddezza delle argomentazioni mediche per romanzare l'esperienza del medico Semmelweis, colui che introdusse il metodo dell'asepsi nella pratica ospedaliera.

 
Il Dottor Destouches

 
Dal 1924 al 1928 lavora per la Società delle Nazioni che lo invia a Ginevra, Liverpool, poi in Africa, negli Stati Uniti, in Canada e a Cuba. In questi spostamenti è spesso medico di bordo. Durante questi viaggi Céline affina la sua cultura e si rende conto che: "Il viaggio (sia fisico che mentale) è l'unica cosa che conta, tutto il resto è delusione e fatica".
In questo periodo svilupperà la sua convinzione sull'inaridimento dell’uomo moderno. Rientrato in Francia nel 1928, si stabilisce a Montmartre dove svolge la professione di medico dei poveri, quasi gratuitamente. Durante le interminabili notti insonni scriverà Viaggio al termine della notte.

 
Un po' medico ed un po' malato


È proprio da questa sua attività di medico dei poveri, i quali non sono capaci di pagarlo, che Céline si accorge che la stessa povertà è una malattia, tremenda e senza cura. Continuando a visitare senza farsi pagare finirà per ammalarsi egli stesso di quella malattia.
Quella di Céline è una lotta contro un mondo che sogna soltanto il potere ed il progresso. Il mondo che è diventato una malattia cronica. La morte sembra l'unica cosa veramente coerente. La scrittura stessa è un modo di sconfiggere la morte. Morte e ironia sono le uniche cose che fanno intravedere una speranza di guarigione dalla malattia della vita moderna. Ottenibile solo se l'uomo saprà tornare ad essere un individuo ben distinto dal resto del gregge, capace di scappare da quella piattezza e da quel grigiore dove è stato relegato.


 L'antisemitismo


L'antisemitismo di Céline traspare da alcuni suoi scritti ed è esplicitamente illustrato in tre pamphlet sulla questione: Bagatelles pour un massacre (1937), L'École des cadavres (1938) e Les Beaux draps (1941).
Nonostante queste idee, Céline non fu mai organico al regime collaborazionista di Vichy e alla Germania.
Le sue posizioni nichiliste, nelle quali evocava il dissolvimento di vinti e vincitori, avevano un sapore troppo amaro per potere essere gradite ai gerarchi.
Céline non ricavò grandi vantaggi dalle sue opinioni. Nel dopoguerra ebbe a giustificarsi che non era mai stato sul libro paga di giornali o movimenti filo-nazisti (al contrario di altri "collaborazionisti").

Così il Presidente francese Nicolas Sarkozy, di origine ebraiche per ramo materno, ha detto dello scrittore:
 « Non tutti quelli che, come me, leggono Céline sono antisemiti, così come non sempre chi legge Proust è omosessuale. »

È comunque doveroso ricordare come nei primi lavori, specialmente in Mort à crédit, Céline ironizza più volte con l'antisemitismo: ad esempio quando il padre nervoso se la prendeva con tutti, ebrei, massoni, bolscevichi, capitalisti..., viene descritto in maniera grottesca e ridicola.
E il suo primo romanzo, Voyage au bout de la nuit, appena pubblicato fu accusato di essere filocomunista, ma poi pubblicò un  pamphlet di tutt'altro tenore.(Mea culpa). 
E finché i rapporti diplomatici tra Germania e resto dell'Europa non precipitarono, l'antisemitismo era diffusissimo tra tutte le classi sociali di tutte le nazioni europee (l'affare Dreyfus accadde pochi decenni prima, nel 1894, anno di nascita di Céline).
Non a caso i primi pamphlet di Céline a tema patriottico e antisemita ebbero un ottimo successo di pubblico e un discreto riscontro economico, generando aspre polemiche che portarono al ritiro dal commercio delle suddette opere: nel 1939 infatti, Denoel e Céline sono denunciati per diffamazione e condannati.
Le vendite dei libri sono proibite. "Les Beaux Draps" uscirà nel 1941 in tiratura limitata ,tra l'altro  in Bagatelle  e in La scuola dei cadaveri, Céline critica duramente il massone Petain che porterà la Francia alla guerra,
Come moltissimi suoi alter-ego, non ha mai dato troppa importanza alle parole e alle teorie (i grandi ideali sono "i nostri piccoli istinti vestiti di paroloni"), e non si è mai sentito responsabile delle scelte degli altri. Questo però, non sembra nascere da egoismo e disprezzo per gli altri (e la sua vita, soprattutto professionale, lo testimonia), quanto piuttosto dalla profonda consapevolezza della propria impotenza di fronte a processi storici, sociali, culturali, che procederebbero indisturbati a prescindere da ciò che un singolo uomo possa fare per contrastarli o per assecondarli.


L'esilio 

 
Nel 1944, con la liberazione della Francia da parte degli eserciti alleati, Céline attraversa a piedi il territorio francese giungendo fino a Sigmaringen, ove i Tedeschi avevano fatto confluire i membri del governo collaborazionista di Vichy.
Nel 1945 finita la seconda guerra mondiale l'accusa di antisemitismo e collaborazionismo gli valsero l'esilio dalla Francia. Troverà alloggio in Danimarca dove resterà fino al 1951.
Di questo periodo della vita del Dottore sappiamo solo quello che traspare dai tre romanzi che compongono la cosiddetta "Trilogia del Nord" (vale a dire "Da un castello all'altro", "Nord" e "Rigodon"), oltre a quanto si può desumere dalle poche lettere che Céline scriveva agli amici, sotto pseudonimo.
Céline, che in "Rigodon" descrive la Danimarca come l'agognata terra promessa, è costretto a ricredersi sin dai primi giorni: appena arrivato a Copenaghen, aveva telegrafato a Parigi per sapere notizie di sua madre. La risposta di un parente gli annuncia che ella è morta e lui deve considerarsi responsabile di quella morte.
Durante i primi mesi in Danimarca, da marzo a dicembre 1945, Céline e la moglie Lili vissero in clandestinità nell'appartamento di un'amica danese allora assente. Venne comunque notata la loro presenza e il 17 dicembre 1945 i coniugi Destouches vennero arrestati da poliziotti in borghese. Céline, credendo si trattasse di assassini, si diede alla fuga sui tetti, salvo essere catturato e rinchiuso in prigione nel carcere Vestre Faengsel per quattordici mesi. La segregazione in cella, l'obbligo di restar seduto tutto il giorno, lo scorbuto e la pellagra dovuti all'alimentazione insufficiente devastano il fisico dello scrittore, già provato dall'esperienza di Sigmaringen.
Nel febbraio del 1947 Céline ottiene la libertà provvisoria ed è ricoverato al Rigshospitalet di Copenaghen.
Quattro mesi dopo viene liberato e va a vivere con la moglie in una soffitta della Kronprinsessegade.
Il periodo del suo soggiorno danese che va dall'estate del 1948 all'estate del 1950 lo passò A Korsoer, in una capanna sulle rive del Baltico, di proprietà dell'avvocato di Céline. La capanna non ha gas, elettricità, acqua.
Ma quel che più pesa a Céline è la solitudine.
Il 1950, che vede la condanna di Cèline da parte del Tribunale di Parigi e la travagliata operazione di Lili a Copenaghen, segna il momento forse più doloroso del suo esilio danese.
Nel 1951, l'amnistia e la guarigione di Lili porranno fine al periodo più buio di questa esperienza.
Il ritorno in Francia non è tuttavia privo di difficoltà: tutti gli scrittori di sinistra, su tutti Jean-Paul Sartre, chiederanno che sia ignorato e dimenticato da qualsiasi salotto letterario o centro culturale francese.
Sartre in particolare lo additò come l'emblema del collaborazionista nel saggio "Portrait de l'antisémite" .
Nel 1948 Céline replicò a "Tartre" (com'egli definiva Sartre) con l'articolo "A l'agité du bocal"  espressione gergale che significa "Al tizio in stato di confusione mentale".
Del resto l'amnistia del 1951 lo liberava dal pericolo di essere incarcerato, gli permetteva di tornare in Francia, ma lo condannava (per "indegnità nazionale") alla confisca di tutti i beni in suo possesso e di quelli futuri, costringendolo a vivere con i pochi soldi della pensione di ex-combattente.
Céline era spesso trascurato dai libri di testo in tutti i paesi europei, Italia inclusa.
Il suo nuovo editore, Gaston Gallimard, subentrato ad Albert Denoel, che era stato assassinato, riesce tuttavia a sconvolgere le carte, grazie all'abilità di Roger Nimier. Il lancio del nuovo romanzo di Céline, "Da un castello all'altro", nel giugno del 1957, è dato da una serie di scandali, che agitarono sia gli ambienti di destra che quelli di sinistra. Prima una intervista all'Express del 14 giugno realizzata da Madeleine Chapsal, poi un'altra intervista, concessa ad Albert Parinaud e apparsa il 19 giugno, riaprirono un dibattito sullo scrittore francese che si protrasse fino a settembre.

Gli anni di Meudon 


Nel 1951, tornato in Francia dopo gli anni d'esilio in Danimarca, il Dottor Destouches acquistò una casa a Meudon, un piccolo centro urbano a circa 10 km da Parigi. La casa da lui scelta si trovava su una collinetta dalla quale si dominava l’intera capitale. Céline aveva fatto piazzare la sua scrivania proprio davanti ad una finestra dalla quale si dominava il grande centro parigino. Continuò fino alla fine la sua attività di medico, anche se poche erano le persone che accettavano di farsi curare da lui. Da quella casa in dieci anni non uscì più di venti volte.
Oltre alla fedele moglie, unici amici di Céline erano i numerosi animali di cui si era circondato.
Gli anni di Meudon sono gli anni dell'emarginazione sociale e culturale, ma la vena creativa non venne meno pubblicando Féerie pour une autre fois I (1952) e Normance (1954).
Sono poi gli anni della cosiddetta "trilogia tedesca" con D'un château l'autre (1957), Nord (1960) e Rigodon (1961, pubblicato postumo). I suoi libri non si ristampano, e quando iniziano ed essere ristampati non si vendono.
Unica consolazione per Céline è la pubblicazione nella Biblioteca della Pléiade dei suoi primi due romanzi, con la prefazione di Henri Mondor.
Di quando in quando riceve un giornalista con il quale dimostra la nausea per l'ingratitudine dei suoi compatrioti e per lamentarsi dei suoi persecutori che gli hanno causato danni morali ed economici. Pur non avendo subito la condanna capitale come è toccato ad altri celebri uomini di cultura che hanno collaborato con il maresciallo Pétain (come Brasillach) egli soffrì e visse come un condannato.
Si apparta con Lucette nella sua casa zeppa di libri e cianfrusaglie, circondato da cani e gatti e in compagnia del pappagallo Toto spesso ritratto con lui. Si veste come un barbone con un paio di vecchi pantaloni sformati e tenuti su da una corda, maglioni consunti ed infilati l'uno sull’altro, la barba incolta.
Il 29 giugno 1961 comunicò all'editore di aver terminato il romanzo Rigodon.
Il 1º luglio 1961 si spense nell'indifferenza uno dei più grandi scrittori del '900, colui che ha saputo raccogliere nelle sue opere, talvolte precorrendoli, tutti i temi portanti del "secolo della violenza".

 
Cimetière des Longs Réages
 

Céline credette fino alla fine di venire sepolto al Père Lachaise, nella cappella di famiglia. La moglie, ben sapendo che il popolo francese si sarebbe opposto, lo fece invece seppellire nel cimitero di Meudon.
La tomba di Céline è una tomba semplicissima, una pietra sulla quale oltre a nome e date sono incise una croce in alto a sinistra e un veliero a tre alberi al centro. Il veliero rappresenta perfettamente l’amore per il viaggio che nutriva il dottore.
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ROMANZI E PAMPHLETS


Viaggio al termine della notte


Il Voyage è indubbiamente il più famoso romanzo di Céline.
Esso è un affresco della razza umana, sicuramente uno dei romanzi che meglio ha saputo capirla e rappresentarla. Affronta tutti i temi più importanti del XX secolo: la guerra, l’'industrializzazione, la decadenza coloniale, l’impoverimento e l'aridità delle coscienze.
E' uno dei libri più letti e discussi del secolo, in gran parte autobiografico, vede protagonista lo sconsolato e ironico medico Ferdinand Bardamu che viene ferito durante la prima guerra mondiale e in convalescenza a Parigi conosce l'americana Lola. Smobilitato e intenzionato a partire per l'America, si ritrova in Africa.
Da questo momento incorre in una serie di avventure ora tragiche ora buffonesche, che divengono il simbolo di una fustigazione della società moderna con le sue guerre, le sue avventure coloniali, le infinite storture e imposture. Dopo un breve soggiorno in Africa, Bardamu raggiunge fortunosamente l'America e si arruola nel servizio immigrazione. L'America gli riesce insopportabile. Ritrova Lola, si fa prestare subdolamente da lei un'ingente somma di denaro, per poi tornare in Francia. Apre uno studio medico in provincia, dove conoscerà una realtà macabra. Torna a Parigi dove un amico, il saggio Parapine, gli procura un nuovo lavoro….
“Viaggio al termine della notte" rappresentò presto una scossa nel mondo letterario.
 Il testo era stato presentato da Céline al comitato di lettura di Gallimard che lo aveva rifiutato.
Nell'aprile 1932 Céline aveva lasciato il testo, senza nome né indirizzo dal piccolo e giovane editore Denoël, che non s'era la sciata sfuggire l'occasione.
Denoël aveva individuato l'autore servendosi di una etichetta presente casualmente nel pacco di imballaggio (che il mito dice fosse servito alla domestica di Céline per avvolgere le pantofole), e pochi mesi dopo, in tempo per concorrere ai premi letterari, la pubblicazione senza tagli né correzioni di grammatica o di punteggiatura (come avrebbero voluto i tipografi).
In pochi mesi ebbe centinaia di recensioni: un libro-scandalo, tanto più che non gli fu dato (come invece si pensava fino all'ultimo) il premio Goncourt.
Da una parte coloro in cui era più forte il sentimento di liberazione alimentato da una denuncia spietata della realtà, dall'altra quelli che non riuscivano ad accettare il potenziale emotivo scatenato da tanta miseria e disperazione.
Più omogenee le reazioni degli scrittori, più sensibili alla novità célianiana.
Henry Miller allora a Parigi, dirà più tardi che nessun scrittore gli procurò mai un tale shock.

Céline usa la parola come un bisturi, seziona la realtà con un piglio cinico, che è in realtà il grimaldello per scardinare la convinzione ottusa, i rapporti falsi, la vanagloria, i grandi ideali che a suo dire, "i nostri peggiori istinti vestiti di paroloni".
Ma tutto questo non per spregio, anzi, ciò che muove Céline (tanto il medico quanto il letterato) è un disperato amore per la vita, l'angoscia di vederla stuprata dalla modernità, dai falsi idoli, dalla guerra.

Il dibattito che scatenò Céline dal suo primo romanzo in poi, non nasce solo dalle sue rappresentazioni di una realtà sporca. La personalità del suo stile si scontrava con l’intero blocco di una tradizione letteraria che ora si sentiva in pericolo…
Céline traspose senza alcun filtro il reale, mantenendo allo stesso tempo il distacco dell’autore che gli permise di irrompere a tratti con la sua immaginazione e i suoi spietati giudizi.
Della guerra, della colonizzazione, del lavoro industriale, l'alienazione metropolitana, la miseria delle periferie, di queste esperienze che furono e sono tra le più traumatiche del secolo, "Viaggio al termine della notte" dà una immagine forte, trasfigurata dalle proprie ossessioni. E’ presente un’attrazione neanche troppo velata verso ciò che normalmente è causa di repulsione ma comunque portatore di vera energia seppure negativa, un "potere dell'orrore".
Al "fondo" della notte deve arrivare Bardamu in un percorso iniziatico che dal buco nero della guerra sbocca in quello ancora più oscuro della morte: «Coraggio, Ferdinand, ripetevo a me stesso, per tenermi su, a forza di essere sbattuto fuori dappertutto, finirai di sicuro per trovarlo il trucco che gli fa tanta paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. E' per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte» .
Una attrazione verso il pericolo che porta Bardamu verso la catastrofe: metafora della condizione dell'uomo moderno, della sua condanna a spingersi sempre oltre verso una esperienza dell'alterità che gli è ripetutamente negata. Un radicale pessimismo, l'assenza totale di riscatto non bastano da soli a spiegare lo scandalo provocato dal suo primo romanzo e dai successivi.
Nella denuncia delle miserie, Céline abolisce la distanza tra oggetto e soggetto, usando la lingua degli sfruttati, l'orale popolare. Céline porta sulla scena della scrittura non solo quelli che erano stati a lungo emarginati  ma anche le forze inconsce che con essi erano state rimosse.
Narratore e racconto emergono fin dall'inizio senza indicazioni di spazio e di tempo: «ça a débuté comme ça» è l'incipit del "Viaggio": un doppio riferimento all'Es (ça) freudiano, e un "iniziare" (débutér) che rompe una unità originale.
In Céline la facoltà immaginativa è il metro per paragonare i propri fantasmi col reale. La scrittura célianiana è il risultato di un attentissimo lavoro letterario, teso a recuperare l'affettività e la comunicazione dalla fonte orale.
"Viaggio al termine della notte" è l’opera prima in cui sono allo stato germinale i “segni” letterari che Céline porterà all’estremo nelle opere successive: esercizi fonici, slittamenti semantici, uso della paratassi, quello dei famosi tre puntini.


Morte a credito 


Pubblicato nel 1936, è il secondo romanzo di Céline.A differenza di Viaggio,che presentava ancora elementi di collegamento con la produzione letteraria passata e presente, in questo secondo lavoro Céline scardina e rivoluziona definitivamente il modo di scrivere. Lo stile è spinto ancor più all'estremo, l'argot balla galleggiando su quei tre punti di sospensione che non lasciano riprendere fiato,accompagnato da una ricerca esasperata ed eccezionale della musicalità della prosa (la petit music, la chiamava Céline,il sentimento che scaturisce dal parlato), con aulico, popolare e turpiloquio uniti in un fantastico gioco musicale: il marchio di fabbrica di Céline.
In Italia arriva piuttosto tardi, intorno agli anni sessanta, in una traduzione monumentale di Giorgio Caproni.
È considerato uno dei capolavori della letteratura francese del Novecento.
Anche in questo romanzo riscontriamo una parziale trasposizione della vita dello scrittore, in particolare della sua infanzia ma non bisogna commettere l'errore di considerarlo una biografia.
Il romanzo segue un filo autobiografico, infatti il protagonista è un ragazzo di nome Ferdinand, che deve affrontare la vita nel Passage Choiseul, il suo inserimento nel mondo del lavoro, i suoi viaggi studio.
Il romanzo è una presa di distanze dalla vita, che non è quello che generalmente l'uomo crede e che alla fine porta a conquistare l’unico credito che siamo sicuri di riscuotere.

Due brani:

 « Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si sono fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo. »

“Io mica son Checca, meteco, né Massone, né Normalista, non so farmi apprezzare, scopo troppo, io, non godo buona reputazione... In quindici anni che, nella Zone, mi tengon gli occhi addosso e vedon com'io mi difendo, gli stronzi più stronzi si son prese tutte le libertà, han per me ogni sorta di disprezzo. E ancor fortunato se non m'han sbattuto fuori. La letteratura mi ripaga. Avrei torto a lamentarmi. Mamma Vitruve batte i miei romanzi”.


I Pamphlets


Nel 1936 Céline raggiunta la notorietà decide di intraprendere un viaggio in Russia per conoscere la cultura sovietica. Questo viaggio sarà documentato nel libello Mea Culpa, una pesante accusa al comunismo inteso come utopia.
Rispettivamente nel 1937 e nel 1938 pubblicherà Bagatelles pour un massacre e l'École des cadravres. Questi due pamphlet gli costeranno pesanti accuse di antisemitismo.
Nel 1941 esce in edizione limitata, Les Beaux Draps.

Nel frattempo il suo stile di scrittura è diventato sempre più rivoluzionario. L'argot, lingua gergale, da lui usato per la scrittura sfocia sempre più spesso in una specie di delirio. Falso delirio, perché Céline prima di pubblicare correggeva le bozze almeno tre volte, apportando anche pesanti cambiamenti.


Trilogia del nord


D'un château l’autre (Da un castello all'altro nella traduzione) è il primo di una serie di tre romanzi che saranno per l’Italia riuniti sotto il nome di Trilogia del Nord (scritta negli anni di Meudon), gli altri due titoli sono Nord e Rigodon, i quali impegneranno l’autore fino alla morte.
Nei tre romanzi si narrano le peripezie di Céline, della moglie Lili e del gatto Bébert che sfuggono per la Germania in fiamme. Scappati dalla Francia , cercano in ogni modo di andare verso nord e raggiungere la Danimarca.
In questi romanzi la petite musique céliniana raggiunge la sua massima espressione, e persino la vena narrativa torna ad essere avvincente come nei primi titoli pubblicati.
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Per lo stile di Céline si è parlato di espressionismo. Basta prendere un brano come il seguente, tra le prime pagine di "Morte a credito":

"La gare c'était dedans come une boîte, la salle d'attente pleine de fumée avec une lampe d'huile en huat, branleuse au plafond. Ça tousse, ça graillonne [scaracchia] autour du pe tit poêle, les voyageurs, tout empilés, ils grésillent dans leur chaleur. Voici le train qui vrombit, c'est un tonnerre, on dirait qu'il arrache tout. Les voyageurs se trémoussent, se décarcassent [ce la mettono tutta], chargent en ouragan les portières"

Rappresentazione antropomorfica del mondo esterno e unanimismo delle folle sono tipici elementi espressionistici; mentre la violenza del cromatismo si affida a elementi gergali (tradotti tra parentesi quadre).
La descrizione è tradotta nel linguaggio dell'historicus, il monologo interminato che costituisce la trama di tutto Céline, un monologo esteriorizzato e ancora naturalistico (cosa diversa dal monologo interiore joyceiano).
Il suo historicus è potentemente colloquiale, ma l'impianto è lirico.
Quella di Céline è una triturazione del discorso, che conosce il parossismo di spezzature, la successione di addenti con cui si cerca un impossibile esaurimento. Céline porta all'iperbole la rappresentazione di funzioni corporee: la sua corporeità orgiasticamente secerne deiezioni, atti sessuali, malattie, vomito, percosse.
L'oltranza di Céline rivela la sua motivazione pratica, la turpe infelicità della sua sorte che si compensa in un'ostentazione di abiezione.
Ciò che differenzia Céline dagli espressionisti è nella diversa pratica dell'io: per gli espressionisti tedeschi l'Io ha valore mistico, non soggettivo, gli stessi personaggi del loro teatro sono funzioni senza individuale stato civile, al contrario dell'eccessivo e soggettivissimo io célineiano.

Con Céline la scrittura ritrova la polifonia orale della sua origine: ciò che si legge e sente non è la lingua di Amyot, ma la lingua di Rabelais. Ciò che il francese avrebbe potuto essere se non fosse stato trasformato nel linguaggio im balsamato di cui il potere ha fatto da sempre lo strumento del suo dominio.
Dominio del corpo sociale e delle sue pulsioni, di tutto ciò che poteva far tremare la fragile rappresentazione di sé che i più forti cercano di darsi.
Prima di Céline c'erano sta ti "Il fuoco" di Barbusse, e l'"Hotel del Nord" di Dabit: anch'esse avevano una presa in diretta sul loro tempo, ma a tutta la produzione "populista" manca lo spessore che si individua per esempio nel "Viaggio al fondo della notte".
Céline garantisce l'autenticità del reale senza rinunciare ai diritti dell'immaginazione, sfruttando la distanza della trasposizione, facendone il luogo liberato in cui l'autobiografia sfugge ai doveri dell'esattezza e la finzione al rischio della gratuità. Della guerra, della colonizzazione, del lavoro industriale, l'alienazione metropolitana, la miseria delle periferie, di queste esperienze che fu rono tra le più traumatiche del secolo, "Viaggio al fondo della notte" dà una immagine forte, trasfigurata dalle proprie osses sioni.
E' un viaggio verso il polo negativo delle repulsioni, un "potere dell'orrore" (J. Kristeva).
Al "fondo" della notte deve arrivare Bardamu in un percorso iniziatico che dal buco nero del la guerra sbocca in quello ancora più oscuro della morte:
E' una parabola che rimanda all'epopea conradiana di "Cuore di tenebre", e all'invito del "Viaggio" baudelariano ad andare in fondo all'ignoto per trovare il nuovo.
Una attrazione compulsiva verso il pericolo che porta Bardamu verso la catastrofe: metafora parossistica della condizione dell'uomo moderno, della sua condanna a spingersi sempre oltre verso una esperienza dell'alterità che gli è ripetutamente negata.
Solo quando fa sua la lezione del Freud di "Al di là del principio di piacere" ,Bardamu capisce che non c'è via di scampo, deve andare fino in fondo, non serve a niente la rivolta.
E' un radicale pessimismo, l'assenza totale di riscatto che non bastano da soli a spiegare lo scandalo provocato dal suo primo romanzo e dai successivi.
Nella denuncia delle miserie Céline abolisce la distanza tra oggetto e soggetto, usando la lingua degli sfruttati, l'orale popolare (che non sempre coincide con l'argot):
«No, l'argot non si fa con un glossario, ma con immagini nate dall'odio, è l'odio che fa l'argot. L'argot è fatto per esprimere i veri sentimenti della miseria [...[. L'argot è fatto perché l'operaio possa dire al padrone che detesta: tu vivi bene e io male, mi sfrutti e giri con il macchinone, ti farò fuori ...»

Céline porta sulla scena della scrittura non solo quelli che erano stati a lungo emarginati (altri, pochi, l'avevano fatto), ma anche le forze inconsce che con essi erano state rimosse (e in questo era il primo).
In Céline l'immaginazione non è il prodotto di fantasmi, ma il loro confronto con il reale.
La scrittura non è il linguaggio delle sole pulsioni. La scrittura célianiana è il risultato di un attentissimo lavoro letterario, teso a recuperare l'affettività e la comunicazione davanti all'orale.
Il Viaggio è opera inaugurale ("débuté...") in cui sono allo stato germinale i procedimenti che Céline porterà nelle opere successive all'estremo: giochi fonici, slittamenti semantici, uso della paratassi, quello dei famosi tre puntini.
Nel "Viaggio" il periodo è ancora delimitato dai segni della punteggiatura, ma già dislocato dalla segmentazione, da quella che L.Spitzer chiamò "anticipazione" e "ripresa".
Una lingua legata alla struttura complessiva. E' come se la scrittura fosse l'unico bene restitui to a una umanità privata di tutto.
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Bibliografia  (non completa)


- La vie et l’oeuvre de Philippe Ignace Semmelweis 1818-65 (1924)
trad. Anita Licari [ed. parziale], Prefazione alla tesi su «La vita e l'opera di Ph.-I. Semmelweis», «Il Verri», 26, 1968
trad. Ottavio Fatica, Il dottor Semmelweis, Milano, Adelphi, 1975, con Guido Ceronetti, Semmelweis, Céline, la morte, pp. 105-134
- Voyage au bout de la nuit (1932)
trad. Alex Alexis [pseudonimo di Luigi Alessio], Viaggio al termine della notte, Milano, Dall'Oglio, 1933, nuova ediz. 1962.
trad. Ernesto Ferrero, Viaggio al termine della notte, Milano, Dall'Oglio, 1992, con Ernesto Ferrero, Céline, ovvero lo scandalo del secolo, pp. 555-572
- L’Église (1933)
riduzione, adattamento e traduzione di Giovanni Russo e Rino Di Silvestro, L’Église, Roma, Trevi, 1968
trad. Manuela Congia, La chiesa, S.Lucia di Piave, Edizioni Soleil, 1993, con nota di G. R. [Gian Paolo Ritze]
trad. Susanna Spero, La Chiesa, Roma: Irradiazioni, 2002, con introduzione di Maurizio Gracceva
- Mort à crédit (1936)
trad. Giorgio Caproni, Morte a credito, Milano, Garzanti, 1964 [ed. censurata], con Carlo Bo, Saggio critico, pp. V-XXI
l'ed. Milano, Mondadori, 1987 [«Oscar» n. 1947] ha un'introduzione di Sebastiano Vassalli
trad. Giorgio Caproni, Morte a credito, Milano, TEA, 1997 [ed. integrale]
- Mea culpa (1936)
trad. Giovanni Raboni, Mea culpa, Parma, Guanda, 1994, con in appendice (trad. Antonietta Sanna):
Viktor Pétrovic Balachov, Voce «Céline» della piccola enciclopedia letteraria sovietica (vol. VI, 1971, p. 734), pp. 45-46
A. I. [Arina Istratova], Sintesi della voce «Céline» della grande enciclopedia letteraria sovietica [vol. XXIII, 1976, p. 204], pp. 47-48
Arina Istratova, Mea culpa per anime interdette, pp. 49-58
A. Istratova, Presentazione di «Mea Culpa» sul «Giornale Indipendente» del 1º agosto 1991, pp. 59-61
H. G. [Henri Godard], Nota, pp. 62-63
H. G., Céline, Aragon, Triolet, itinerari incrociati [piccola antologia], pp. 64-77
Giovanni Raboni, Introduzione, pp. 7-16
trad. Flaviano Pizzi, Mea Culpa. Omaggio a Zola, Piombino, Traccedizioni, 1990 [coll. «Le carte gialle», 10, 58 p.]
- Bagatelles pour un massacre (1937)
trad. Alex Alexis, Milano, Corbaccio, 1938 [ed. con molti tagli]
trad. anonima, Bagattelle per un massacro, Caserta, Aurora, s.d. [ma 1976], 255 p., con Introduzione di Francesco Leonetti
- Les beaux draps (1941)
trad. Delfina Provenzali, Le belle bandiere, Milano, Scheiwiller, 1975
trad. Daniele Gorret, in Mea Culpa. La bella rogna, Milano, Ugo Guanda, Milano 1982, 201 p. [coll. Biblioteca della Fenice, 44]
Notizie sulla vita e le opere di Céline, pp. 7-16
Bibliografia essenziale, pp. 17-20
Mea Culpa, trad. di Giovanni Raboni, pp. 21-34
Les beaux draps, trad. di Daniele Gorret, pp. 35-174
Jean-Pierre Richard, Nausea di Céline (trad. Daniele Gorret), pp. 175-199
- L’École des cadavres (1942)
trad. anonima [Gian Paolo Ritze e Manuela Congia], La scuola dei cadaveri, S.Lucia di Piave, Edizioni Soleil, 1997
- Guignol’s band (1944)
trad. Gianni Celati, Guignol's band, Torino, Einaudi, 1982, poi in Guignol’s band I e II
a cura di Gianni Celati, Guignol’s band I-II preceduti da Casse-pipe, note di Henri Godard, Torino, Einaudi-Gallimard, 1996;
G.C. [Gianni Celati], Nota sulle traduzioni, pp. XXXIII-XXXIV
Cronologia, pp. XXXV-LI
E.F. [Ernnesto Ferrero], Bibliografia essenziale, pp. LIII-LVII
trad. Gianni Celati, Guignol’s Band I, pp. 79-309
Nota del traduttore, pp. 727-730
Notizia storico-critica, pp. 743-806
Note, pp. 806-838
- Foudres et flèches (1948)
trad. Massimo Raffaeli, Fulmini e saette e altri testi per il cinema, Brescia, L’Obliquo, 1998
Fulmini e saette, pp. 7-34
M.R. [Massimo Raffaeli], Nota, pp. 35-36
Arletty, pp. 37-44 (già in «Taccuini di Barbablù», 8, Siena, 1987)
Segreti nell'isola (Secrets dans l’île, 1936), pp. 45-53 (già in «Il gallo silvestre», 2, Siena, 1990)
- Scandale aux abysses (1950)
trad. Ernesto Ferrero, Scandalo negli abissi, Genova, il melangolo, 1984, con illustrazioni di Emilio Tadini, con Ernesto Ferrero, Il dottore e la ballerina, pp. 71-78
- Casse-pipe (1952)
a cura di Ernesto Ferrero, Casse-pipe, Torino, Einaudi, 1979, contiene: ***Rambouillet, Il taccuino del corazziere Destouches (Carnet du Cuirassier Destouches), pp.81-87
Glossario, pp. 89-93
Ernesto Ferrero, Nota, pp. 95-111
Cronologia della vita e delle opere di L.-F. Céline, pp. 113-119
trad. Ernesto Ferrero, in Guignol’s band I-II preceduti da Casse-pipe, a cura di Gianni Celati, note di Henri Godard, Torino, Einaudi-Gallimard, 1996
Appendici (trad. Ernesto Ferrero e Piero Arlorio), pp. 65-78
Storia di «Casse-pipe» raccontata da Céline nel 1957 [da Robert Poulet, Entretien familiers avec L.-F. Céline, Plon, Paris 1958, p.61]
Lettera a Roger Nimier del 1º novembre sul 12° Corazzieri [da «Libération», 4 giugno 1984]
Il battesimo del fuoco del 1914 raccontato da Céline nel 1939 [da P. Ordioni, Commando et cinquième colonne en mai 1940, «Cahiers Céline», 1, pp. 125-28]
Henri Godard (trad. Piero Arlorio), Notizia storico-critica, pp. 697-726
Casse-pipe. Note, pp. 730-737
Appendici. Note, pp. 737-741
- Féerie pour une autre fois (1952)
trad. Giuseppe Guglielmi, Pantomima per un’altra volta, Torino, Einaudi, 1987, con Giuseppe Guglielmi, Il delirio incatenato, pp. 193-199
- Normance. Féerie pour une autre fois II (1952)
trad. Giuseppe Guglielmi, Normance, Torino, Einaudi, 1988
- Entretien avec le Professeur Y (1955)
trad. Gianni Celati e Lino Gabellone, Colloqui con il professor Y, Torino, Einaudi, 1971, con Gianni Celati, La scrittura come maschera, pp. 103-110
- D’un château l’autre (1957)
trad. Renato Della Torre, Il castello dei rifugiati, Firenze, Vallecchi, 1973
trad. Giuseppe Guglielmi, Torino, Einaudi, 1991 (nella ristampa 2008 con introduzione di Gianni Celati), poi in Trilogia del Nord
Trilogia del Nord: Da un castello all’altro, Torino, Einaudi-Gallimard, 1994, pp. 1-291
Notizie Storico-critiche, pp. 915-965
Note, pp. 965-1002
- Nord (1960)
trad. Giuseppe Guglielmi, Nord, Torino, Einaudi, 1975, contiene G. Guglielmi, La corte dell’ira, pp. 407-419, poi in Trilogia del Nord
Trilogia del Nord: Nord, Torino, Einaudi-Gallimard, 1994, pp. 293-683
Notizie Storico-critiche, pp. 1003-1022
Note, pp. 1022-1037
- Guignol’s Band II: Le Pont de Londres (1964)
trad. Gianni Celati e Lino Gabellone, Il ponte di Londra, Torino, Einaudi, 1971, con Nota introduttiva di G.C. [Gianni Celati]
Guignol’s band I-II preceduti da Casse-pipe, a cura di Gianni Celati, note di Henri Godard, Torino, Einaudi-Gallimard, 1996
trad. Gianni Celati, Guignol’s Band II, pp. 311-693
Note, pp. 838-881
Gianni Celati, Prefazione, pp. VI-XXI
- Rigodon (1969)
trad. Ginevra Bompiani, Rigodon, Milano, Bompiani, 1970, anche in ed. tascabile: Milano, Garzanti, 1974
trad. Giuseppe Guglielmi, in Trilogia del Nord: Rigodon, Torino, Einaudi-Gallimard, 1994, pp. 685-898
Henri Godard, Nota al testo e all’apparato critico, pp. 901-905 (trad. Beatrice Stasi)
H. G. [Henri Godard], Composizione della trilogia, pp. 907-914
Notizie Storico-critiche, pp. 1037-1054
Henri Godard, Prefazione (trad. Beatrice Stasi), pp. IX-XXXIX
nell'ed. 2007 del volume a sé [coll. «Letture Einaudi», 2], un'introduzione di Massimo Raffaeli
- Progrès (1978)
a cura di Giuseppe Guglielmi, Progresso, Torino, Einaudi, 1981, con Giuseppe Guglielmi, Fedra e il saltimbanco, pp. V-VIII
- Histoire du petit Mouck (1997)
trad. Vivian Lamarque, Storia del piccolo Mouck, con illustrazioni di Edith Destouches, Milano, Rizzoli, 1998

I Sotto uomini. Testi sociali, a cura di Giuseppe Leuzzi, Milano, Shakespeare and Co., 1993, contiene
Luisiana (1925)
Nota sull’organizzazione sanitaria delle fabbriche Ford a Detroit (1925)
Note su servizio sanitario della Compagnia Westinghouse a Pittsburgh (1925)
Le assicurazioni sociali e una politica economica della salute pubblica (1928)
La medicina alla Ford (1928)
Per stroncare la disoccupazione strocheranno i disoccupati? (1933)
Giuseppe Leuzzi, Céline l’americano, pp. 7-54
Polemiche, trad. Francesco Bruno, Parma, Guanda, 1995 (interviste tratte da «Cahiers Céline», 7, 1986 con: Robert Massin, François Nadaud, François Gillois, Chambri, Georges Cazal, Francine Bloch, Julien Alvard)
Interviste (da «Paris Review»), trad. di Alessandro Clementi, Roma, Minimum fax, 1996 ,interviste con J. Darribehaude, J. Guenot, A. Parinaud e C. Serraute
Erri De Luca, Louis Ferdinand, pp. 5-10
Lettere dall’esilio 1947-49, a cura di Elio Nasuelli, Milano, Archinto, 1992
Lettere a Milton Hindus, pp. 25-119
Elio Nasuelli, Prefazione, pp. 5-23
Lettere a Elisabeth, a cura di Alphonse Juilland, trad. Rosanna Pelà, Milano, Archinto, 1993
Alphonse Juilland, Introduzione, pp. 5-12
A. J. e E. G. [Alphonse Juilland e Elizabeth Craig], L’inglese di Céline, pp. 31-35
Commenti, pp. 37-47
A. J., Una cartolina, pp. 49-55
Intervista a Elizabeth Craig, pp. 57-66
Elio Nasuelli, Céline e la ballerina, pp. 67-75
Céline e l’attualità letteraria 1932-57, testi riuniti da J.-P. Dauphin e H. Godard, a cura di Giancarlo Pontiggia, Milano, SE, 1993 [testi da «Cahiers Céline», 1, 1976],
interviste con:
Pierre-Jean Launay (1932)
Max Descaves (1932)
Merry Bromberger (1932)
Paul Vialar (1932)
Georges Altman (1932)
Victor Molitor (1933)
Élisabeth Porquerol (1961)
Robert de Saint-Jean (1933)
Max Descaves (1933)
G. Ulysse (1933)
Charles Chassé (1933)
J.T. su Balzac (1933)
Sterling North (1934)
André Rousseaux (1936)
Anne Fernier (1936)
Pierre Ordioni (1940)
André Parinaud (1953)
Madeleine Léger (1954)
André Brissaud (1954)
Gérard Jarlot (1956);
Qu’on s’explique. Postfazione a Voyage (1933)
Lettera a Hélène Gosset (1933)
Hommage à Zola (1933)
Risposta a un'inchiesta di «Commune»: Pour qui écrivez-vous? (1934)
Risposta a un'inchiesta di «Figaro»: Faut-il tuer les prix littéraires? (1934)
Lettera a «Merle Blanc» (1936)
Risposta a un'inchiesta di «Nouvelles Littéraires»: Où écrivez-vous? (1937)
Lettera a «Le Merle» (1939)
Prefazione a A. Serouille, Bezons à travers les âges (1944)
Lettera a Théophile Briant (1944)
Lettera a «Combat» (1947)
Lettera a Galtier-Boissière (1950)
Risposta a un'inchiesta di «Crapouillot»: Choses vues, mots entendus par... (1950)
Lettera a Paul Lévy (1951)
Risposta a un'inchiesta di «Arts»: Pour avoir des cas de conscience il faut des loisirs (1956)
L’argot est né de l’haine (1957)
Giancarlo Pontiggia, CinéCéline, pp. 137-144
Lettere e primi scritti d’Africa (1916-17), Genova, Il melangolo [coll. “Lecturae”], 160 p.
Tartre, a cura di Massimo Raffaeli, Brescia, L'obliquo, 2005
Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente, a cura di Elio Nasuelli, Milano, Archinto, 2005
Le onde, trad. Anna Rizzello, Pistoia, Via del vento, 2009
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libri e articoli 


Glauco Natoli, Lettera di G.N. a C., in «Circoli», maggio-giugno 1933, pp. 49-54
«Il Frontespizio»
F. Benezzi, Disfacitori, gennaio 1934
Piero Bargellini, Giovane doppiamente ventenne, febbraio 1934
Clemente Fusero, Conclusione su Céline, maggio 1934
Giancarlo Marmori, Louis Ferdinand Céline e il caos, «Il Mondo», 7-12-1954
Giacomo Antonini, Il risentimento di Céline, in «La Fiera letteraria», 14-07-1957
Claudio Savonuzzi, La notte di Céline, in «Il Mondo», 6-09-1960
Glauco Natoli, Il caso Céline, in «Paese-sera», 14-07-1961
Giancarlo Vigorelli, Céline e altri compari, in «Radiocorriere», 22-07-1961
Giacomo Antonini, Louis-Ferdinand Céline: è venuto il momento di parlare di lui con animo sereno, in «La Fiera letteraria», 30, 23-07-1961
A. Frescaroli, La morte dello scrittore medico Céline, in «Vita e pensiero», luglio 1961
Italo Calvino, La sfida al labirinto, in «Il menabò», 5, 1962, p. 91
Giuliano Gramigna, Doni e veleni di Céline in «Morte a credito», in «Settimo giorno», 2-05-1964
Ferdinando Giannessi, La vita è per Céline una giornata infernale, in «La Stampa», 6-05-1964
Enzo Siciliano, L’invenzione di Céline, in «Il Mondo», 26-05-1964
Mario Lavagetto, Céline, in «Palatina», 29, 1965, pp. 30-48
Walter Mauro, Céline e Douassot, in «Il Ponte», 6, 1965, pp. 880-883
Anita Licari, Recensione a L.-F. Céline, «Le pont de Londres», in «Studi francesi», 29, 1966, p. 393
Carlo Bo, I castelli di Céline, in ‘’La religione di Serra’’, Vallecchi, Firenze, 1967, pp. 345-348
«Il Verri», 26, Feltrinelli, Milano, febbraio 1968
Prefazione alla tesi su «La vita e l’opera di Ph.-I. Semmelweis», trad. di Anita Licari, pp. 17-18
Omaggio a Zola, trad. Anita Licari [Hommage à Zola], pp. 19-23
L’argot è nato dall’odio. Non esite più, trad. Anita Licari [L’argot est né de l’haine (1957)], pp. 24-25
Rabelais ha fatto fiasco, trad. Valeria Borsari [Rabelais, il a raté son coup], pp. 26-28
Leo Spitzer, Un’abitudine stilistica (il richiamo) in Céline [1935, ma da Cahier de l’Herne, 5, 1965], trad. di Anita Licari, pp. 3-16
Giorgio Caproni, Problemi di traduzione, pp. 29-32
Franco Lucentini, Céline e i célineschi al «Petit Palais» (appunti per un’esposizione), pp. 33-41
Renato Barilli, Vitalità patologica di Céline, pp. 42-64
Anita Licari, L’effetto Céline, pp. 65-79
Gianni Celati, Parlato come spettacolo, pp. 80-88
Luigi Bàccolo, Vita e morte di Céline, in «Tempo presente», 2, febbraio 1968
Paolo Carile, Louis-Ferdinand Céline. Un allucinato di genio, prefazione di Dominique Deroux, Bologna, Patron, 1969, 248 p.
«Il Caffè», XVII, 3, Torino, Della Valle, ottobre 1970
Viva l’amnistia, Signore!, trad. Lino Gabellone [da Cahier de l’Herne, 5, 1965], pp. 3-6
L’agitato in provetta, trad. Lino Gabellone [A l’agité du bocal], pp. 7-10
Gianni Celati, Céline Underground, pp. 11-12
Jean-Marie-G. Le Clézio, Come si può scrivere in un altro modo? trad. Gianni Celati [da «Le Monde»], pp. 13-15
Antonio Faeti, Cinque sogni per Céline, pp.16-25
Paolo Carile, Recensione a L.-F.Céline, «Rigodon», in «Studi francesi», 41, maggio- agosto 1970, pp. 389-390
Pietro Citati, Feroce risata grottesca nel cuore della tragedia, «Il Giorno», 9-12-1970
Paolo Carile, Recensione a M. Hindus, «L.-F. Céline tel que je l’ai vu», in «Studi francesi», 43, gennaio-aprile 1971, p. 190
Libri Nuovi (periodico Einaudi di informazione libraria e culturale), 9-07-1971: Arte e ideologia di Céline, interventi di U. L., Cesare Cases, Sebastiano Vassalli, Nelo Risi, Goffredo Parise
Piero Pruzzo, Farsa e scacco, in «Il Secolo XIX», 3-12-1971
Giovanni Bogliolo, Céline, verbale di una fuga, in «La Stampa», 14-01-1972
Walter Mauro, Il ponte di Londra, in «Il Mattino», 10-02-1972
Michele Rago, Céline, Firenze, La Nuova Italia, 1973 [coll. «Il castoro», 83]
Paolo Carile, Céline oggi. L’autore del Voyage au bout de la nuit e di Rigodon nella prospettiva critica attuale, in appendice scritti celiniani apparsi sulla stampa collaborazionista 1941-44, Roma, Bulzoni, 1974 [«Biblioteca di cultura», 59, 284 p.]
Dinamo Cardarelli, Célineana, Roma, Volpe, 1976
Giuseppe Guglielmi, Non leggere Céline”, in Il manifesto, 22 luglio 1979
Daniele Del Giudice, Nella caserma di Céline non c’è odore di guerra, in «Paese Sera», 20-07-1979
Ugo Leonzio, Una parola d’ordine, «Il Messaggero», 22-07-1979
Massimo Raffaeli, Chi ha paura di Louis-Ferdinand Céline?, in «Il manifesto», 22-07-1979
Giovanni Bugliolo, Col veleno di Céline, in «La Stampa», 27-07-1979
Renato Barilli, Lettore gioca anche tu, esprimiti liberamente, «Il Giorno», 15-08-1979
Enzo Siciliano Céline: l’odio fa lo stile, in «Corriere della Sera», 19-08-1979
Giovanni Giudici, Tiro a segno sul corazziere, «L’Espresso», 23-09-1979
Renato Della Torre, Intivo alla lettura di Céline, Milano, Mursia, 1979
Alberto Arbasino, Céline e le sue amiche, «La Repubblica», 15-04-1980
Guido Ceronetti, Il fondo più buio di Céline, «La Stampa», 10-10-1981
Julia Kristeva, Poteri dell’orrore, trad. Annalisa Scalco, Milano, Spirali, 1981 [Les pouvoir de l’horreur, 1980]
Attilio Lolini, «Guignol’s Band» di Céline, un crollo nelle mutande ingorgate, in «Il manifesto», 14-08-1982
Walter Mauro, Céline, ingegno e perversione, in «Il Messaggero Veneto», 21-09-1982
Felice Piemontese, Il grand Guignol di Céline, in «Il Mattino», 25-09-1982
Angelo Guglielmi, Céline come Pasolini in «Paese Sera», 15-10-1982
Fulvio Abbate, Nei bassifondi di Londra a tempo di jazz, in «L’Ora», 17-09-1982
Giovanni Bogliolo, Céline tra le bonibe che cadono a ritmo di jazz, in «La Stampa», 18-09-1982
Alberto Capatti, Maledetto buffone sei un genio della penna, in «L’Unità», 14-10-1982
Alberto Capatti, Tulli gli autori del tradimento, in «L’Unità», 29-12-1982
Alberto Moravia, Céline tragico piccolo borghese, in «Corriere della sera», 1-06-1988
Robert Poulet, Il mio Céline (tit. originale Mon ami Bardamu), a cura di Massimo Raffaeli, Ripatransone (AP), Sestante, 1993
Alberto Arbasino, Docteur Destouches, in Parigi o cara, Milano, Adelphi, 1995 [coll. «Piccola biblioteca», 359], pp.78-85
Philipe Alméras, Céline, trad. di Francescp Bruno, Milano, Corbaccio, 1997, 557 p. [Céline. Entre haines et passion]
Massimo Raffaeli, Céline e altri francesi, Ancona, PeQuod, 1999
Maurizio Gracceva, Le parole e la morte. L’enigma Céline, Roma, Antonio Pellicani Editore, 1999 [coll. «La storia e le idee», 13, 180 p.]
Francesco Eugenio Negro, Céline medico e malato, Milano, Franco Angeli, 2000
Pietro Benzoni, Da Céline a Caproni. La versione italiana di «Mort à credit», Venezia, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 2000
Piero Buscioni,Louis Ferdinand Céline, in "il Fuoco", Firenze, Polistampa, marzo-agosto 2005
Marina Alberghini, Louis-Ferdinand Céline. Gatto randagio, Milano, Mursia, 2009
Andrea Lombardi (cur.), "Louis-Ferdinand Céline in foto. Immagini, ricordi, interviste e saggi", Genova, Effepi, 2009.
Stefano Lanuzza, Maledetto Céline. Un manuale del caos, Roma-Viterbo, Stampa Alternativa, 2010